A Claire

Non so per quanto potrò resistere, ancora. Non so tra quanto gli abissi della follia mi accoglieranno tra le loro braccia. Ma sarebbe una maledizione o, piuttosto, una sorta di benedizione? Lo sento, sto per cedere. Forse sarebbe meglio se tutto questo finisse, se trovassi finalmente la pace…
La spalla continua a sanguinare, e non ho nulla con cui fermare l’emorragia. Maledizione, che male! No… Ancora quello scricchiolio. E’ ancora qui, dentro casa! Questa notte sembra non finire mai. Sarà uno solo o saranno di più? Ecco, sento i suoi passi. E’ qui, si sta avvicinando. Dov’è il mio coltello?! Dannazione, non vedo niente con questo buio! Ah, eccolo qua. Ma d’altronde, a che può servirmi? Ho barricato la porta, lui non può entrare. Ma se ci riuscisse? Non voglio morire! No! E’ qui, dietro la porta! Sta cercando di forzare la maniglia. Ce la farà, lo sento… E’ qui per me, sta venendo a prendermi. E dire che tutto era cominciato in modo così semplice…

Claire dice di voler passare  la notte fuori, dai suoi. Non posso biasimarla. E’ quasi un anno che viviamo insieme e non è passata settimana senza che litigassimo. A quanto pare, non siamo fatti l’uno per l’altra. O forse sono solo io che non sono fatto per  lei. Perchè io l’amo così tanto… Ma ora è andata,  forse per sempre. Chiudo la porta alle sue spalle quasi subito. Non voglio che veda i miei occhi bagnati dalle lacrime, così le asciugo rapidamente, quasi con rabbia. Vado in cucina. Ci sono ancora i  cocci dei piatti lanciati da Claire durante la sua sfuriata, sparsi in giro. Li raccolgo lentamente, con tristezza, e li ripongo nel bidone della spazzatura. Non ho fame, un groppo mi chiude lo stomaco. Ho voglia solo di andare a dormire. Sì. Dormire… e magari non svegliarmi più. Salgo tristemente le scale, entro nella mia camera e mi butto sul letto. Quasi subito scoppio in un pianto a dirotto. So che non dovrei, che non  è così che si comporta un vero uomo, ma non riesco a fare altrimenti. L’amo così tanto… e ora il mio animo si strugge e si dilania per lei. Affondo la testa nel cuscino, singhiozzando. Il sonno mi accoglie solo dopo qualche ora.

Mi sveglio all’improvviso, gli occhi che ancora mi bruciano per il pianto della sera prima. Guardo la sveglia sul comodino. Le due e mezza. E’ notte inoltrata. Cosa? Ancora quello scricchiolio! Per un attimo una gioia folle mi pervade. Claire è qui, è tornata, mi ha perdonato! Faccio per balzare fuori dal letto, ma un pensiero atroce irrompe nella bolla dorata della mia illusione, fermandomi. Claire se n’è andata. E’ partita, è andata dai suoi, e non tornerà più. Almeno non per me. Questa casa è troppo vecchia, troppo grande, e troppo VUOTA. Dovrei venderla. Non ha più senso abitarci da solo, ora che Claire non c’è più. E poi è sempre piena di questi sinistri scricchiolii, di questi rumori che non mi permettono di dormire bene. Un po’ come quello che mi ha svegliato. Sarà meglio rimediare al mio errore. Mi stendo di nuovo e appoggio la testa sul cuscino. Un attimo dopo, sbarro gli occhi. Ancora quello scricchiolio. Ma stavolta, molto più forte di prima. Proprio sopra la mia testa. Stavolta ne sono sicuro. Non sono solo, in questa casa. C’è qualcuno, in soffitta. Con la paura che m’attanaglia lo stomaco e morde le viscere mi alzo lentamente dal letto, tentando di fare meno rumore possibile. Sopra la mia testa i rumori si susseguono. Stavolta sono passi, impossibile confonderli. Lentamente, mi avvicino all’angolo della stanza, dove so che c’è qualcosa che potrebbe tornarmi utile. Afferro la mazza da baseball e le mie mani si stringono sicure sull’impugnatura ricoperta di cuoio consunto. E’ la mazza che usavo quando, al college, ancora giocavo a baseball. Non ho mai osato separarmene, anche se sono anni che non la uso. Mi dirigo alla porta, con i passi dello sconosciuto in soffitta che fanno da eco ai miei. Non oso accendere luci per non farmi scoprire. Come avrà fatto a salire lassù? Che sia passato dal lucernaio? La mia è una casa vecchio stile, in soffitta ci si può arrivare solo per di là o per la botola con la scala pieghevole che si trova sul soffitto del corridoio antistante la mia camera. Senza sapere come, mi ritrovo proprio sotto la botola. Come ho fatto ad arrivare qui? Non mi ricordo nemmeno di aver aperto la porta… la paura fa proprio brutti scherzi. Con la mano che trema tiro la cordicella. Un fragore assordante accompagna la scala di metallo arrugginito che cala fino ai miei piedi. I pass, che erano continuati incessantemente fino a quel momento, improvvisamente si fermano. Sembra che sia immobile, ora, in ascolto.
-Chi c’è lassù?- grido. Tento di far apparire sicura la mia voce, ma non riesco ad ingannare nemmeno me stesso. Trema in modo incontrollabile, come tutto il mio corpo, del resto. E’ una situazione surreale, questa, il buio che regna in soffitta sembra calare, lento, giù per la scala, quasi a voler invadere il corridoio illuminato a malapena dalla luce fredda della luna, quasi a voler inghiottire ogni cosa.
Nessuno mi risponde, da lassù. I passi sono fermi.
-Chi c’è?- ripeto con voce tremante, la mazza stretta in mano e puntata verso l’oscurità. Di nuovo, nessuna risposta.
Qualche attimo dopo, dalla scala proviene improvvisamente una rapida folata di vento, che mi costringe a chiudere gli occhi. Un attimo dopo, la seguono i passi, velocissimi. Mi raggiungono e poi mi oltrepassano, allontanandosi lungo il corridoio alle mie spalle.
-Che cazzo è?!- mi ritrovo a gridare, completamente terrorizzato, agitando la mia mazza nel buio, alla cieca.
Mi risponde solo la porta del bagno, che si spalanca e poi un attimo dopo si richiude. Faccio in tempo a intravedere solo un’ombra stagliarsi contro la pallida luna, prima che la porta mi impedisca di guardare meglio. Mi è sembrata un’ombra umanoide, ma non posso esserne sicuro. Nessun umano può correre così veloce. Di questo sono sicuro. Ma, lottando contro il terrore, non posso fare a meno di dirigermi verso il bagno. Le mie gambe sono molli, tremanti, sembra che potrebbero cedere da un momento all’altro, ma una forza oscura mi spinge in quella direzione.
Una volta davanti alla porta, mi fermo. Dal bagno non proviene alcun rumore. Il silenzio è assordante. Il mio cervello mi urla di andarmene da lì, di fuggire. Vorrei dargli ascolto, ma non ci riesco. Una sorta di folle curiosità me lo impedisce. Allungo una mano tremante verso la maniglia, la mazza ben stretta nell’altra. Mi rendo conto di non riuscire a pensare più a nulla.
Appoggio la mano sulla fredda superficie metallica della maniglia. Come l’abbasso, il mondo sembra esplodere. Di nuovo quella folata dio vento di poco prima, ma stavolta molto più forte. Accompagnata da qualcosa di estremamente forte e duro che mi colpisce al petto. Sento le costole incrinarsi e spezzarsi sotto l’urto e un attimo dopo mi ritrovo a volare giù per le scale. L’impatto col suolo è durissimo. Sono ancora sugli scalini e crollo sulla ringhiera di legno, abbattendone una parte. Sento un tremendo dolore alla spalla, che viene trafitta da qualcosa. Quando finalmente mi fermo sul pianerottolo del piano terra, per un attimo nei miei occhi esplode un tripudio di luci e colori. Per qualche secondo sono cieco, ma non sordo. Sento di nuovo quei passi, rapidissimi, terribili, scendere le scale e entrare in cucina. Poi, cala il silenzio.
Quando torna la vista, mi guardo attorno e tento di rendermi conto delle mie condizioni. Mi fa male respirare. Devo avere almeno quattro o cinque costole rotte. Nella mia spalla sinistra è infissa una scheggia di legno lunga più di una spanna. Il sangue ne esce copioso. Tasto a terra, attorno a me, e la mia mano si stringe attorno all’impugnatura della mazza. Sono totalmente terrorizzato, ma il contatto con quel pezzo di legno mi dà un po’ di sicurezza. Mi poggio l’arma in grembo. So di non avere molto tempo, ma non posso andare avanti così. Afferro la scheggia con la mano destra e tiro. La scheggia esce con uno strano rumore liquido, di risucchio, e subito ne sgorga un fiotto di sangue. Urlo di dolore. Che cosa sta succedendo? Spero di essere ancora nel letto, a dormire, perchè non può essere che un sogno. Se sono sveglio, significa che devo essere pazzo. Nulla di tutto ciò può essere reale.
Mi traggo in piedi, barcollando. Devo andare in cucina. So che lui è là, ma devo andarci. Qualcosa mi spinge in quella direzione. E poi, devo recuperare un’arma, un coltello. Giunto all’uscio della cucina, tendo l’orecchio. Nulla. Silenzio. Se è di là, deve essere fermo. Decido di entrare e muovo qualche passo malfermo. Sul tavolo, intravedo il familiare luccichio dei coltelli da cucina. Mai mi ha provocato una tale gioia. Faccio un passo in quella direzione e, con la coda dell’occhio, scorgo un’ombra muoversi alle mie spalle. Muovo la mazza alla cieca e, stavolta, colpisco qualcosa, con tale forza che la mazza si spezza. Un tonfo accoglie il colpo, il tonfo di un corpo che cade a terra, ma ancora nessun lamento. Il mio cuore esulta, ma non ho tempo da perdere. Lascio cadere l’ormai inservibile moncherino di legno dalla mia mano e afferro un coltello. Quindi corro via, salto oltre il corpo abbattuto. Non gli getto neanche uno sguardo, non voglio vedere cosa sia. Salgo freneticamente le scale e mi rinchiudo in camera. Giro la chiave nella toppa e accolgo il CLICK  con un sospiro di sollievo. Sono al sicuro ora. Non può venire a prendermi, qui. Per sicurezza spingo il comodino fino davanti alla porta, a formare una specie di barricata. Mi accascio a terra, davanti al letto, e lascio cadere il coltello. Mi stringo la spalla dolorante, soffocando un gemito. Guardo la sveglia. Le tre. Com’è possibile che sia passato così poco tempo? Mi sembra che sia passata un’intera vita dall’inizio di questo incubo. Provo a calmare il respiro, ma scopro di non riuscirci. Ho paura, il terrore continua ad attanagliarmi le viscere e non dà cenno di volersene andare. Di sotto, sento un rumore. I passi riprendono lenti, e con essi gli scricchiolii. Io sbarro gli occhi, nel buio, sentendo le lacrime bagnarmi le ciglia.

Ora sono qui. Sto impazzendo, dev’essere così. La realtà lentamente si confonde con l’immaginazione. Basta, basta! Voglio che finisca. Che venga a prendermi, non mi importa più nulla, sono ore ormai che sono barricato in questa stanza con lui che passeggia là fuori, e sento che ormai sono vicino alla follia. Solo il pensiero di Claire mantiene il mio contatto con la realtà. Non voglio perderla, non ora.
Sento la maniglia abbassarsi, sento qualcosa che fa forza contro la porta chiusa. I cardini cigolano sotto la spinta, il comodino trema.
Con un ultimo sussulto, la porta si spalanca e il mobile cade a terra. Fuori, un’ombra. Stringo il coltello. Non voglio andarmene, voglio vivere con Claire, invecchiare con lei, morire con lei! Fuori, l’alba comincia a tingere di rosa il profilo del mondo. Il mondo si sveglia, e io invece sto per addormentarmi. Claire, addio, io ti ho sempre amata.

Share

Leave a Reply