Tutto e Niente

Tutto e Niente

Romanzo di Ananik95 (alias Niccolò Greco)

PROLOGO

A Rashgar, capitale dell’isola di Kalaster, uno strano scenario si sarebbe presentato a qualunque dio avesse gettato uno sguardo sulle sue strade di roccia rossastra.
Le vie della città assolata erano gremite di persone. Più precisamente, di soldati. Soldati di tutte le classi. C’erano guerrieri, maestri nell’arte del combattimento all’arma bianca. Maghi, capaci, tramite formule magiche recitate in una lingua arcaica, di dominare gli elementi e creare potentissime onde d’urto. Assassini, che agivano nell’ombra e coglievano di sorpresa le loro vittime; molto utili anche nella tecnica dello spionaggio. Cacciatori, arcieri provetti accompagnati e protetti, sia in battaglia che nella vita di tutti i giorni, dai loro compagni animali, spesso specie selvatiche ammansite, addestrate e rese amiche. Druidi, protettori della natura capaci di trasformarsi in animali e dalle grandi conoscenze mediche, che mettevano in atto sia grazie a speciali erbe che grazie ad incantesimi. Ma il nucleo di quella massa marciante di uomini era formata dalla classe dal battaglia per eccellenza: gli Sciamani, mortali guerrieri che si battevano sia con armi che con letali magie.
L’esercito si muoveva disordinatamente, immerso nella puzza di sudore e nelle grida di animali e uomini. Sembrava che avanzassero tra le strette viuzze e le larghe strade maestre senza alcun apparente intento, senza alcun disegno; ma se qualcuno avesse gettato uno sguardo verso il basso da sopra il dorso di un uccello o dal tetto di uno degli alti edifici di roccia calcarea resa rossa dalla polvere sollevata da migliaia di piedi, avrebbe notato che, alla fine, tutti si stavano dirigendo in un’ unica direzione, verso la gigantesca piazza che si apriva come una strana ferita sul viso deturpato di Rashgar.
Nel bel mezzo dello spiazzo era stato eretto alla bell’e meglio un palco di legno per metà marcito e per l’altra metà così secco che sembrava che potesse spezzarsi da un momento all’altro. Sulla tribuna era stata eretta un’enorme tenda rosso sangue, talmente grande che avrebbe contenuto una pattuglia di quindici uomini. No, mi correggo. Non di uomini. Perché gli esseri che si stavano dirigendo di buona lena verso il padiglione mosso dal pigro vento di sud-ovest erano esseri ben più mostruosi di un semplice umano (anche se qualcuno potrebbe sostenere il contrario). L’esercito era infatti composto da un vario ventaglio di razze: Nonmorti, esseri umani riportati in vita in tempi antichi da una gilda di malvagi stregoni ormai scomparsa dalla faccia della terra; Minotauri, incroci mostruosi tra uomini e tori che calcavano la terra di Rashgar fin da quando era appena nata, alti, muscolosi, bipedi e ricoperti di pelo, dotati di corna, muso taurino, zoccoli nelle zampe posteriori e mani con tre dita in quelle anteriori; Troll, esseri mostruosi che superavano i due metri e mezzo di altezza, ricoperti di pelle grigia, marrone o nera simile a roccia, la cui immensa forza era superata solo dalla loro crudeltà, e Orchi, mostri dalla pelle verde, capelli lunghi, neri e untuosi, zanne enormi e occhi di brace, capaci di spezzare un ciocco di legno stringendolo nella mano sinistra.
Dopo alcuni minuti, quasi tutti gli esponenti del mostruoso esercito si erano radunati nell’enorme piazza o sui tetti degli edifici circostanti e rimanevano immobili, in religioso silenzio, lo sguardo fisso sul palco e sulla tenda rosso sangue, in attesa che accadesse qualcosa.
E, in effetti, una manciata di secondi dopo qualcosa accadde. Un lembo della tenda si scostò di qualche centimetro, quel tanto che bastava a chiunque fosse all’interno di far scorrere lo sguardo sulla piazza senza essere scorto dagli occhi ansiosi che scrutavano il padiglione in cerca di un segno di vita. Poco dopo le creature in prima fila sentirono l’eco di una risata sommessa portato dal vento, ma pensarono che fosse solo la loro immaginazione, così decisero di continuare la loro silenziosa attesa.
Non molto dopo, la loro pazienza fu premiata. Un lembo della tenda fu gettato da parte, rivelando l’ombra di una montagna. Una montagna con le corna, le gambe e le braccia alta ben più di due metri, che fu accolta con grida di gioia dall’orda di soldati e di civili che si era radunata nella piazza. La sagoma fece un passo avanti, uscendo alla luce del sole, ma la differenza che ci fu nella gamma cromatica fu ben poca. L’ombra si rivelò essere un gigantesco minotauro dal pelo nero come gli abissi più profondi, le sue corna d’avorio rilucevano alla luce del caldo sole e le maglie della sua armatura di acciaio e cuoio luccicavano nell’aria tersa. Sulle spalline appariva in bella vista il simbolo della sua fazione, la Gilda, alla quale apparteneva d’altronde l’intero esercito davanti a lui: un teschio nero in campo rosso circondato da quattro lance. Appeso dietro la schiena per mezzo di un complesso sistema di corregge di cuoio, appariva la testa di pietra di un enorme martello. Gli occhi gialli del minotauro passarono orgogliosi sulla distesa di uomini sotto di lui, che continuavano ad acclamarlo e dentro di sé pregustò il massacro e la distruzione che quella invincibile armata, a cui stava lavorando da più di vent’anni, avrebbe portato in Ayros, l’isola dell’Alleanza.
E il minotauro, Urbak Corno Insanguinato, Generale dell’esercito della Gilda, Supremo Stregone di Kalaster e Flagello dell’Alleanza, alzò una mano chiusa a pugno nell’aria, provocando un coro assordante di grida.
-Andate! Marciate su Ayros e non fermatevi davanti a nulla e davanti a nessuno! Uccideteli tutti!-. Detto questo, salto giù dal palco, il martello sfoderato e stretto in mano. Atterrò con un tonfo e, attorniato dai suoi soldati, cominciò la sua marcia verso la battaglia, facendo tremare la terra sotto i suoi piedi e il cuore della spia dell’Alleanza che lo stava osservando.

CAPITOLO I

La spia rimase ferma per qualche secondo, respirando profondamente nel tentativo di placare il battere forsennato del suo cuore. Gli sembrava che martellasse con tale foga contro il suo petto da rendere quasi ridicola la prospettiva di non essere ancora stato scoperto.
Qualche secondo dopo il cuore tornò a battere con la sua normale velocità. La spia, in realtà un assassino specializzato in spionaggio, scosse velocemente la testa per riprendere lucidità dopo lo shock precedente. Era vestito completamente di nero e un largo cappuccio gli ricopriva la testa, ombreggiando a tal punto i suoi lineamenti da renderli quasi irriconoscibili. La spia era rimasta acquattata su uno dei luridi tetti di Rashgar per ore, dalle prime luci dell’alba fino a pomeriggio inoltrato, passando il suo noioso turno di guardia nell’attesa che accadesse qualcosa che lo scuotesse dal torpore in qui ormai era caduto.
D’altronde era ormai da più di due mesi che le spie erano state distaccate a Rashgar sotto ordine diretto di Re Birden, allarmato dalle avvisaglie di spostamenti militari nell’isola della Gilda. Era da quando erano arrivati che la situazione continuava in questo modo: ogni giorno arriva una o più brigate di soldati da ogni angolo dell’isola di Kalaster e si ammassavano a Rashgar, come in attesa di qualcosa di sconosciuto. Dopo settimane di pressoché inutili e noiosi appostamenti avevano finalmente capito il perché di tante truppe: un’invasione, Ayros era sotto attacco.
La spia rimase sul tetto ancora per una mezz’oretta, nascosta nell’ombra, fino a che anche l’ultimo soldato della Gilda scomparve in lontananza e non rimase che l’eco terribile del loro passo cadenzato.
Solo a quel punto la spia si arrischiò a sporgere la testa fuori dal suo nascondiglio e a guardare se la via era libera, il cuore in gola per la paura di essere scoperto. Nulla. Le strade rosse erano deserte. Probabilmente sia Rashgar che tutte le altre città di Kalaster erano state quasi completamente svuotate di ogni guerriero abile. Dovevano essere rimasti solo i soldati necessari a mantenere il regolare turno di guardia.
Non vedendo nessuno sulla strada, la spia si protese e spiccò un piccolo salto, atterrando circa quattro metri più sotto, sulla strada. L’assassino fece una capriola per attutire il colpo della caduta, il mantello scuro che gli svolazzava attorno mosso da un venticello leggero e si tirò velocemente su, squadrando con aria sospettosa il terreno attorno a lui, attento contro possibili minacce. In lontananza si udivano ancora i passi dell’esercito e si intravedeva un enorme polverone rosso là dove le truppe erano passate. La terra tremava ancora.
La spia deglutì, non ancora del tutto rassicurata. Si guardò attorno ancora una volta e si mise in cammino verso la periferia della città.
Camminava rapidamente ma con prudenza, osservando ad ogni incrocio che non ci fosse nessuno in giro e tenendosi rasente ai muri. I suoi passi silenziosissimi erano quasi inudibili anche al suo orecchio allenato, sempre teso nel tentativo di sentire con un po’ di preavviso chiunque si stesse avvicinando.
Continuò così per un bel pezzo, facendo frequenti deviazioni dalla strada più corta verso il covo suo e dei suoi compagni nel tentativo di seminare eventuali inseguitori. Era quasi arrivato quando udì delle voci in lontananza, accompagnate dal passo cadenzato di stivali chiodati.
Senza aspettare un momento si gettò in un vicolo buio alla sua sinistra, coprendosi il più possibile il corpo con il mantello. Il suo cuore si mise a martellare veloce nel petto e la spia si sforzò di ridurre al minimo il sussurro roco del suo respiro. Passò qualche secondo poi una pattuglia di tre orchi oltrepassò l’angolo, provenendo proprio dalla strada che intendeva imboccare. Parlavano tra loro con voce gutturale e sembrava che non si fossero accorti della sua presenza. I tre passarono ignari di fianco al suo nascondiglio e si avviarono verso l’incrocio appena attraversato dalla spia. L’assassino stava per rilassarsi quando accadde qualcosa di inaspettato. Improvvisamente si sentì stringere il collo da dietro e la fredda lama di un pugnale gli punse la gola. Il puzzo del fiato di un cadavere gli giunse alle narici assieme ad una voce roca ma sottile – Non muoverti. Fai un solo passo e sei morto. Dì una parola e sei morto. Muovi le mani e sei morto.-
La spia si maledì per la sua leggerezza. Era stato inseguito e, mentre era occupato a tenere d’occhio la pattuglia di orchi, il suo assalitore gli era strisciato alle spalle e l’aveva colto di sorpresa.
Il nonmorto rise sommessamente e incise leggermente il collo del prigioniero con la punta del pugnale, facendo stillare una goccia di sangue. A quel punto si rivolse alle guardie, che stavano per voltare l’angolo:
-Ehi, voi! Venite qui, ho trovato qualcosa di interess…-
A quel punto la spia decise che era ora di mettersi in azione. Si abbassò velocemente e sferrò un calcio alla bocca dello stomaco del suo aggressore stupefatto, che spalancò gli occhi per il dolore e lo stupore.
Ma ormai il guaio era fatto: il suo avversario aveva richiamato le tre guardie, che si stavano avvicinando velocemente. Non avevano ancora raggiunto l’incrocio ma l’assassino udiva distintamente i loro passi e le loro voci concitate che si facevano sempre più vicini. La spia fece scattare il braccio e un lungo pugnale nascosto nella manica della casacca gli scivolò in mano, mentre si preparava ad affrontare il suo nemico, che ormai si era ripreso e si accingeva ad attaccarlo.
Il nonmorto, abbigliato con una lunga tunica nera dai bordi rossi e con un mantello dello stesso colore, si gettò con ferocia e velocità su di lui. Era abile e costrinse la spia ad arretrare dopo appena qualche scambio di colpi.
Dopo qualche altro secondo di duello, durante i quali nessuno dei due assassini riuscì a prevalere sull’altro, gli orchi sbucarono da un angolo e si diressero urlanti verso la spia, le armi alzate. L’assassino si lasciò sfuggire una leggera imprecazione, il suo pugnale incrociato a quello dell’avversario in una situazione di stallo: non si aspettava che le guardie si fossero allontanate di così poco… ma d’altronde aveva fatto un passo falso e non poteva pretendere nulla di più. In quel momento, mentre gli orchi erano ormai a pochi metri da lui, decise che era ora di mettere fine a quella scaramuccia. Aspettò che le guardie gli fossero ormai addosso prima di fare la sua mossa.
Con uno scatto della mano la spia fece scivolare il suo pugnale sulla lama dell’avversario, liberandosi dalla situazione di stallo, trasse un secondo coltello da un fodero nascosto nello stivale di cuoi nero e si preparò allo scontro. Con un guizzo schivò con facilità i coltellacci di due degli orchi mentre il giavellotto del terzo passò pericolosamente a pochi centimetri dal suo fianco. Ma non fu abbastanza rapido da evitare il coltello da lancio scagliato dall’assassino. La spia si accorse della lama che puntava al suo collo con un secondo di ritardo e riuscì ad eluderla solo parzialmente. Il coltello gli lacerò gran parte del cappuccio, liberando una gran massa di lunghi capelli biondi che sormontavano sopracciglia sottili dello stesso colore e grandi occhi azzurri. Tra i lineamenti ben marcati spiccava la bocca, contratta in una smorfia di disappunto. A completare il quadretto vi erano un paio di lunghe orecchie a punta. Una leggera ferita gli solcava il collo come un torrentello rosso, lì dove il coltello del non morto lo aveva sfiorato.
L’elfo guardò con odio il suo aggressore e passò all’azione. Scattò velocemente in avanti, molto più veloce di un qualunque essere umano, e piantò uno dei pugnali nella giugulare dell’orco col giavellotto. A quel punto si volse verso i tre nemici rimasti, che lo guardavano allibiti. Il primo a riprendere il controllo di sé fu il nonmorto. Trasse un secondo coltello da un fodero nascosto e lo lanciò nuovamente verso l’elfo, senza però riuscire nel suo intento. La spia, infatti, intuendo la mossa dell’assassino, prese per la collottola un orco terrorizzato e lo frappose fra sé e il pugnale, che si andò a conficcare in profondità nel petto del malcapitato, uccidendolo sul colpo. La spia gettò via con uno scrollone l’orco usato per difendersi e si gettò sull’ultima guardia, che tentava di nascondersi dietro il suo scudo. L’elfo corse verso l’avversario e, all’ultimo momento, si gettò a terra e si lasciò scivolare verso il nemico. Individuato un varco nella sua difesa, vi infilò una gamba e gli fece lo sgambetto, facendolo cadere pesantemente a terra con un grugnito di stupore. Senza lasciare all’orco il tempo di riprendersi, la spia gli fu sopra e gli piantò entrambi i pugnali nella carne. La sentinella morì senza un lamento.
L’elfo si trasse in piedi lentamente, il respiro leggermente grosso, e si voltò verso l’ultima minaccia rimasta, valutandola silenziosamente. Il nonmorto terrorizzato si fece piccolo piccolo sotto il suo sguardo, fece per dire qualcosa ma poi ci rinunciò, pensando che era meglio estrarre il suo secondo pugnale e prepararsi al combattimento.
Dopo qualche secondo di pausa l’elfo si mise in posizione da combattimento e scattò verso il suo avversario, che gli menò un doppio fendente reso fiacco dalla paura. La spia lo parò senza difficoltà e, con una torsione del braccio, fece volare via entrambe le armi del suo avversario, che rimase a guardarlo con gli occhi sgranati dal terrore, come paralizzato. L’elfo rimase fermo ad osservarlo, poi sorrise, il sorriso del vincitore. Fece per liquidarlo con un colpo dei suoi pugnali ma, all’ultimo momento, l’assassino lo schivò, gli voltò le spalle e corse via, tentando di fuggire.
La spia non gli fece fare neanche un paio di metri, d’altronde il tempo dei giochi era finito. Trasse un coltello da lancio dal fodero sul braccio e, con un unico momento fluido, lo scagliò. La lama solcò l’aria ad incredibile velocità e si conficcò nella nuca del nonmorto terrorizzato, che si accasciò al suolo con un tonfo leggero ed uno sbuffo di polvere rossastra.
L’elfo si piegò sulle ginocchia, ansimando leggermente. Quello scontro non ci voleva. Solo allora si accorse della ferita, poco profonda ma dolorosa, che gli solcava il collo. Brontolando maledizioni verso il nonmorto trasse una piccola fiaschetta dalla cintura, ne tolse il tappo e verso il liquido alcolico sulla carne. Immediatamente una fitta insopportabile di bruciore gli attraversò tutto il corpo e dovette stringere i denti per non urlare. Il dolore passò qualche secondo dopo, lasciandolo nuovamente ansimante. La spia si concesse qualche attimo per recuperare fiato poi, con un ringhio, strappò un lembo di stoffa dal mantello e se lo legò strettamente al collo, creando una fasciatura di fortuna.
Finito di medicarsi si rimise velocemente in cammino, allarmato dai passi di un’altra pattuglia che si dirigeva nella sua direzione. Non aveva neanche il tempo di nascondere i cadaveri. E non rimaneva molto tempo neanche per la fuga sua e dei suoi compagni. Di lì a poco i corpi sarebbero stati scoperti e a quel punto a Rashgar si sarebbe messa in atto una ricerca a tappeto nel tentativo di trovarli, lo scontro aveva trasformato la città in un enorme e pericoloso vespaio. Si allontanò velocemente dal luogo del combattimento, diretto verso il caotico dedalo di stradine e viuzze formato dalla periferia della capitale e il nascondiglio dei suoi compagni. Era ora di tornare in patria.

Era passata circa una decina di minuti dal combattimento contro l’assassino e la pattuglia e l’elfo era ormai arrivato al suo covo. A quanto pare i corpi erano stati scoperti: ovunque in città risuonavano insistenti le grida d’allarme e gli struggenti suoni dei corni. La strade di Rashgar rimbombavano per il frastuono degli stivali chiodati delle guardie.
La spia si fermò. Davanti a lui un edificio fatiscente della più remota periferia di Rashgar. Quando l’aveva trovato doveva essere disabitato da alcuni anni; ma ora, anche se nulla lo dava a vedere, un quartetto di persone vi soggiornava da un paio di mesi. La facciata sporca non risaltava in alcun modo sulle altre decine di case uguali che l’attorniavano, anche le finestre sbarrate con pesanti assi passavano pressoché inosservate in quella zona quasi disabitata. Nel lato destro dell’edificio, discostato da quello a fianco solo per un vicolo appena sufficiente a far passare una persona, c’era però una peculiarità: Un sezione del muro dell’altezza di un uomo circa era crollata e i precedenti abitanti avevano pensato bene di installarci una pesante porta in legno massiccio che, al contrario di quella d’entrata, non era sbarrata da assi. L’ideale per entrate o uscite in segreto.
L’elfo trasse un sospiro di sollievo nel constatare che era riuscito ad arrivare al nascondiglio senza altri intoppi. Ansioso di parlare ai suoi compagni, corse verso l’entrata segreta e la spalancò, entrando dentro con irruenza. All’interno regnava il buio totale. Improvvisamente un pensiero gli attraversò la mente ma troppo tardi. Non fece in tempo a fare un passo in avanti che un intravide un baluginio di metallo nell’oscurità. Non pensò, ma si affidò all’istinto. Se gettò in basso appena in tempo. Un coltello da lancio sibilò poco sopra la sua testa, tagliandogli una ciocca di capelli dorati e conficcandosi profondamente nello stipite della porta.
Quasi contemporaneamente forti mani lo afferrarono da dietro, stringendogli nuovamente una ferrea presa sul collo. Appena gli fu reso impossibile ogni movimento, sentì il freddo di due lame toccargli il corpo: una sulla giugulare e l’altra sul fianco. Deglutì, la bocca tenuta chiusa dalla mano di uno dei suoi aggressori
Pochi istanti dopo la luce dondolante di una candela si accese davanti ai suoi occhi, rivelando un viso elegante, simile per dimensioni a quello di un bambino, incorniciato da una cascata di capelli castani trattenuti sulla fronte da una sottile fascia di tessuto nero. La cosa più sorprendente erano le orecchie: piuttosto piccole ma che tradivano una piccola punta là dove terminavano. Gli occhi scuri e la bocca sottile erano atteggiati in una smorfia sospettosa, mentre cercava di identificare la persona che aveva di fronte alla luce tremolante della fiammella. Improvvisamente il suo sguardo si illuminò improvvisamente –Ma questo è Inelor! Ragazzi, lasciatelo, è Inelor!-
Immediatamente la presa sull’elfo si allentò e la spia cadde a terra boccheggiando, mentre con la mano si massaggiava il collo dolorante. Con gli occhi chiusi, Inelor udì passi veloci attorno a sé e, qualche secondo dopo, mani forti lo sollevarono da terra e lo misero seduto su uno sgabello traballante. Attorno a sé le candele accese erano aumentate notevolmente, assieme ad un paio di lampade ad olio, rivelando un ambiente sporco e spoglio. Ovunque regnavano la polvere e a terra giaceva qualche calcinaccio. La vernice che anni prima aveva rivestito le parete si era scrostato quasi del tutto, rivelando i mattoni rossastri del muro. A terra erano stati allestiti alla bell’e meglio quattro giacigli costituiti da un po’ di paglia e mantelli stesi a mo’ di lenzuolo. Al centro della stanza, unici arredamenti, erano stati posizionati un tavolo rovinato e quattro o cinque tra sedie e sgabelli. Ovunque per la stanza e sul tavolo erano gettati vestiti, mantelli, zaini ed equipaggiamenti vari, oltre a una gran varietà di armi. Una scala smangiata dalle tarme e da cui mancavano un paio di scalini conduceva al piano di sopra.
Radunati attorno all’elfo c’erano tre persone, i suoi compagni. Tutti e quattro rappresentavano le razze che costituivano l’Alleanza: Fingord l’halfling, Raduin il nano e Astor l’umano. Raduin era alto circa la metà di un umano (arrivava poco sopra la cinta di Astor ed Inelor) e, come tutti i nani, era di stazza piuttosto corpulenta. Era quali calvo, fatta eccezione per una lunga treccia che gli arrivava alla cintola, come se tutti i peli della sua testa si fossero concentrati nella lunga ed arancione barba irsuta, che aveva l’abitudine di infilare nella cintura perché non gli intralciasse i movimenti. Il viso aveva lineamenti piuttosto duri e incavati, come se la sua faccia fosse stata estratta dalla roccia a colpi di scalpello. Astor era un uomo nel fiore degli anni: alto e muscoloso, i suoi capelli castani tagliati a spazzola sovrastavano un viso dai lineamenti ordinari, su cui spiccavano i luminosi occhi azzurri. Fingord, l’halfling, era alto quasi come Raduin ma la sua corporatura era molto più longilinea e per fisico e fattezze era molto più simile ad un elfo che ad un uomo: corporatura esile ma che non doveva ingannare sulla forza della persona, muscoli ben disegnati sotto la pelle chiara e fisico asciutto.
I tre si radunarono attorno al compagno con aria preoccupata –Ma cosa credevi di fare!?- quasi gridò Fingord -Sei entrato senza il segnale e abbiamo pensato che ci avessero scoperti dato che non dovevi tornare prima del tramonto… potevamo ucciderti! Dobbiamo ringraziare Athalcor che tu sia riuscito a schivare il mio pugnale appena in tempo! Ma cosa ti è preso?-
Inelor si concesse qualche altro secondo per riprendere fiato, poi chiese:
– Non avete sentito la terra tremare, un paio d’ore fa?-
-Sì, abbiamo sentito, ma cosa c’entra? Credevamo che fosse stato un piccolo terremoto- Rispose concitato Raduin.
Così Inelor raccontò ai suoi compagni ciò che aveva visto: il discorso di Urbak, l’esercito in marcia e lo scontro con l’assassino che lo aveva scoperto. Terminato il discorso cadde nella casa un pesante silenzio; sembrava quasi che la temperatura stessa si fosse abbassata nella stanza.
A romperlo fu Astor:
– Credo che Urbak, essendo un ottimo stratega, non decida di attaccare Ayros senza un piano preciso. Certo, hanno dalla loro la sorpresa ma senza decidere un luogo di sbarco e le tappe di conquista andrà poco lontano e anche una semplice armata allestita in fretta e furia riuscirebbe a fermarlo…- -Il percorso più facile dal punto di vista della conquista sarebbe quello che va dalla baia di Dor Ander, il porto migliore per sbarcare con una grande flotta. Da qui le truppe potranno facilmente dirigersi a Singarston, la capitale della regione degli umani, passando per Talfgar, quella di nani ed halfling. D’altronde la strada maestra di Ayros collega le tre città, passando per altri importanti centri abitati che permetteranno all’orda di Urbak di rendere più salda la sua presa sull’isola- Ragionò Fingord.
-Dobbiamo assolutamente metterci in viaggio: se non arriviamo in tempo migliaia di persone moriranno e decine di città saranno conquistate prima ancora che Birden e Gilderin riescano a mettere insieme anche solo un pugno di soldati. E’ assolutamente necessario avvertirli!- Concluse Raduin.
Non c’era bisogno di parlare: sapevano già di essere d’accordo. Appena il nano ebbe finito di parlare, i quattro scattarono in piedi e cominciarono a radunare le loro cose, mentre su Rashgar calava l’oscuro velo della notte. Qualche minuto dopo la porta sul lato della casa si aprì e ne uscirono quattro figure vestite di nero che si allontanarono velocemente, diretti verso il porto della città. La notte era scesa ed era il momento di agire.

I quattro vagarono per le vie deserte di Rashgar per un tempo che parve loro infinito. Le vie strette e sporche si susseguivano tutte uguali una dopo l’altra e la loro veloce avanzata era scandita solamente dalle pause per evitare le pattuglie e dal risuonare leggero dei loro passi sul selciato polveroso. Non dissero una parola fino a quando non furono a un passo dal porto, a cui per fortuna riuscirono ad arrivare senza alcun intoppo. Tutto attorno a loro risuonavano i gli stivali chiodati delle sentinelle e in qua e in là si intravedeva il rossore delle torce. Stavano battendo a tappeto la città per trovarli. In quell’oscurità semi-totale, a cui i loro occhi erano comunque abituati, il tempo sembrava restringersi e dilatarsi a suo piacimento. Pareva che fossero passate ore da quando erano partiti dalla loro base ma con ogni probabilità avevano vagato per le strade di Rashgar solo per qualche decina di minuti. Finalmente i quattro riuscirono a intravedere alla fine di un vicolo il luccichio della luna che si rifletteva sull’acqua. Alle loro orecchie giunse lo sciabordare delle onde contro i piloni del molo, accompagnato dall’odore pungente della salsedine. All’orizzonte ancora si intravedevano le centinaia di vele della flotta della Gilda che si allontanavano velocemente, sospinte da una brezza leggera e dal vogare dei rematori. Il porto non era certamente un esempio di bellezza ed eleganza ma molto funzionale. Una pesante cancellata in ferro battuto lo circondava completamente, negando ogni tentativo di entrarci di nascosto. La murata era interrotta in più punti da massicce torri di legno presidiate ognuna da tre arcieri. Un cancello d’acciaio guardato a vista da due orchi pesantemente armati era l’unico modo per oltrepassare la barriera. Oltre, decine di moli si allungavano come tozze dita verso il mare aperto, a cui erano attraccate una decina di navi tra pescherecci e piccoli vascelli. Tutte le grandi navi erano state utilizzate per trasportare le truppe su Ayros. Un buio pastoso ricopriva l’intera zona, come una silenziosa cappa di scura nebbia. In quella zona della città le pattuglie non facevano il giro di ronda, così il silenzio era assoluto e leggermente inquietante, rotto solamente dallo scoppiettare del fuoco nei bracieri sulle torri e al cancello.
Inelor, che era davanti a tutti, alzò una mano chiusa a pugno e immediatamente l’intero gruppo si fermò. Sempre utilizzando le mani e talvolta sussurrando parole a mezza voce, spiegò ai compagni la strategia. Fingord e Raduin, obbedendo agli ordini, con l’aiuto dei loro compagni più alti si issarono sul tetto di una casa vicina ed estrassero due piccole balestre dagli zaini che portavano in spalla. – Ricordate, dovete coprirci – Gli sussurrò l’elfo – Non importa se fate molto rumore, l’importante è evitare che gli arcieri sulle torri riescano a colpirci una volta che avremo aperto i cancelli. Raggiungeteci sul molo solo quando avrete eliminato tutte le guardie sulle torri più vicine – il nano e l’halfling annuirono, incoccarono i dardi e presero lentamente la mira. Un paio di metri più sotto Inelor e Astor si scambiarono uno sguardo d’intesa e corsero silenziosamente verso il cancello, silenziosi some la morte stessa. I due assassini si avvicinarono così tanto ai due orchi che avrebbero potuto toccarli se avessero allungato una mano. Fortunatamente nessuno li aveva ancora visti. Elfo e umano scivolarono silenziosamente alle spalle dei due soldati e sguainarono i pugnali dai foderi oliati perché non producessero alcun suono quando la lama veniva estratta. Inelor si fermò esattamente dietro alla guardia, si mise in posizione supina e attese qualche secondo per far tornare il suo respiro alla normalità. Si voltò verso il suo compagno, anch’esso nella sua stessa posizione e gli scambiò un altro cenno d’assenso. L’elfo scattò in piedi, accostò la sua lama alla gola dell’orco stupefatto e gli sussurrò all’orecchio: – Scusami amico… niente di personale – detto questo gli passò la lama sulla giugulare e un fiotto di sangue caldo gli annaffiò il petto e il viso. Il corpo della guardia si afflosciò tra le sue braccia senza che emettesse alcun lamento. Inelor si lasciò sfuggire un lieve sospiro mentre allentava la presa sul collo del cadavere. Non gli piaceva per niente uccidere, togliere la vita a persone che in fondo erano come lui. Anche se era il suo mestiere. Anche se veniva considerato il migliore assassino vivente su Ayros. La sua innata indole al comando lo aveva fatto diventare prima assassino e poi via via caporale, tenente e sergente della più letale organizzazione di tutta Ayros, fino a diventarne il capitano. Il tutto in meno di due anni. Era considerato un prodigio, l’assassino più dotato dell’ innato potere di uccidere peculiare della loro classe da trecento anni a questa parte. Era anche calmo e calcolatore ma la sua più grande caratteristica era quella di odiare profondamente ciò che faceva per vita e lavoro. Quasi ogni giorno, quando si trovava costretto ad uccidere qualcuno, doveva combattere anche una battaglia interna contro la foga di combattimento, la smania di uccidere che era indispensabile ad ogni guerriero per riuscire a sopravvivere in uno scontro diretto. E anche ora, quando si era trovato costretto ad uccidere quell’orco, aveva dovuto combattere contro la furia che provava nello sconfiggere un nemico. Un brivido di ribrezzo gli percorse il corpo mentre faceva cadere il corpo della guardia. Odiava essere un assassino. Ma era il migliore. Ed era il capitano. Senza di lui i suoi compagni e la gente a cui voleva bene sarebbero stati perduti, perciò doveva continuare.
Proprio nel momento in cui si udì il tonfo del cadavere che cadeva a terra, due dardi saettarono attraverso l’oscurità come calabroni impazziti e si piantarono nei corpi di due dei sei arcieri che proteggevano il cancello. Uno dei quadrelli fu guidato dalla fortuna: il nonmorto che aveva colpito lanciò un grido di dolore e cadde direttamente su uno dei bracieri, rovesciando i carboni che conteneva sul fondo di paglia e legno della torre, che prese fuoco quasi immediatamente. L’ultima guardia della torre lanciò un grido di sorpresa e fece per suonare la campanella d’allarme ma una freccia gli si piantò tra le scapole. Un altro dardo saettò nella notte diretto verso la seconda torre ma si piantò nel legno della murata, senza riuscire a colpire nessuno degli arcieri all’interno. Inelor si voltò verso il suo compagno e vide che anche lui aveva liquidato la guardia e in quel momento era intento a pulire la lama del pugnale nel mantello del cadavere. Sul viso ostentava un’espressione di calma innaturale che inquietava leggermente l’elfo: quell’uomo poteva mantenere il controllo di sé anche se fosse rimasto irrimediabilmente intrappolato in una casa in fiamme. Astor era in effetti il personaggio più difficile da interpretare che avesse incontrato nella sua lunga vita. Certo, erano i suoi migliori amici, ma lui era semplicemente così. Calmo, imperscrutabile, parlava solo se strettamente necessario. I lineamenti del suo viso erano sempre fermi sulla stessa indecifrabile espressione. A volte la sua stessa calma faceva paura. Anche il suo passato era oscuro. Orfano di entrambi i genitori era cresciuto non si sa come per le strade di Singarston sfruttando le sue innate doti di ladro. Ma un giorno aveva scelto di rubare nel posto sbagliato. Inconsapevole di quello che stava per fare si era intrufolato nell’Accademia Oscura. Era stato scoperto quasi subito da uno dei Maestri che però, vedendo in lui un enorme potenziale sprecato, aveva deciso di istruirlo invece che punirlo. Forse era per il suo passato che Astor restava così silenzioso e riservato. Ogni tanto Inelor provava ad indovinare i suoi pensieri ed i suoi stati d’animo ma aveva scoperto che era pressoché impossibile. Astor era il più grande segreto che gli fosse capitato tra le mani: calmo e imperturbabile nella vita di tutti i giorni ma svelto ed implacabile in battaglia. Per certi versi era completamente l’opposto di Raduin, forse era per questo che non andavano molto d’accordo: il nano era il collante della squadra, colui che la teneva unita. Gioviale e chiacchierone era l’unico di tutto il gruppo ad avere sempre la battuta pronta e a riuscire a mantenere sempre alto il morale di tutti. Cosa piuttosto difficile facendo l’assassino per lavoro.
Inelor pulì anche il suo pugnale nei vestiti del morto e prese a scalare la pesante cancellata imitato dal suo compagno, mentre ormai nell’aria che si stava riempiendo di fumo proveniente dalla torre avvolta dalle fiamme risuonava il rintocco lugubre della campana d’allarme. In pochi secondi le due spie raggiunsero la sommità del cancello, con relativa facilità grazie al proprio addestramento, aggirarono le punte metalliche e si lasciarono cadere dall’altra parte della murata. Alle loro spalle, attraverso il fumo nero che si faceva sempre più denso, si udivano i sibili delle frecce. Qualche istante dopo si udirono le grida strozzate di due nonmorti, seguite a breve distanza dal gemito di un terzo. La campana smise improvvisamente di suonare e fortunatamente ancora nessuno li aveva raggiunti. Le due spie raggiunsero il cancello, rimossero i paletti e l’enorme chiavistello che lo chiudevano e lo spalancarono, producendo un fortissimo tonfo metallico quando le ante si abbatterono contro la cancellata. Due piccole figure emersero dal fumo e si diressero verso di loro, rivelandosi come Fingord e Raduin. Entrambi erano illesi. Obbedendo ad un ordine inespresso, Astor trasse dalla bisaccia una bottiglietta d’olio, la stappò e ne sparse il contenuto ai piedi della seconda torre. Fatto ciò Inelor prese le pietre focaie e con una scintilla scatenò una vampa di fuoco che avvolse in pochi istanti la base della costruzione. I quattro si rimisero gli zaini in spalla e cominciarono a correre verso il molo mentre Inelor si rivolgeva ai compagni, gridando per sovrastare il ruggito delle fiamme che si stavano facendo sempre più alte
–Adesso dobbiamo dividerci: io e Raduin andremo a nord e voi a sud. Se qualcuno viene attaccato e la situazione diventa insostenibile o trova una nave piccola ma che possa affrontare un lungo viaggio scagliate una freccia infuocata in aria e noi verremo ad aiutarvi. Ricordatevi di cercare anche delle provviste per minimo due settimane di navigazione- Fingord e Astor annuirono e allontanarono di corsa diretti a sud mentre Inelor e Raduin si incamminavano nella direzione opposta.
L’umano e l’halfling vagarono per diversi minuti lungo la battigia, mentre man mano che si allontanavano il fumo di diradava. In lontananza si udivano i passi e le grida di decine di soldati in avvicinamento. Sarebbe stato meglio allontanarsi il prima possibile da lì o presto non ne avrebbero più avuto la possibilità. Fingord continuava la sua frenetica ricerca con agitazione crescente. Un numero incalcolabile di navi gli passava davanti agli occhi ma nessuna era quella giusta. Una era troppo piccola, l’altra troppo malconcia. Il suo cuore martellava veloce nel petto asciutto mentre correva avanti. Le gambe si facevano via via più pesanti ma doveva continuare la ricerca. In fondo il suo compito gli piaceva. Combattere era sempre stato il suo sogno fin da piccolo e quando era entrato nell’ Accademia Oscura finalmente il suo desiderio era stato esaudito. Era riuscito ad entrare alla sola età di quattordici anni, assieme ad altre tre matricole che poi divennero i suoi inseparabili compagni di squadra. Insieme formavano l’èlite. Ora il suo cuore gli pompava nelle vene l’adrenalina di cui aveva bisogno. Lo rendeva forte, la sensazione di essere inseguito e di stare rischiando la vita lo eccitavano. Sorrise tra sé; non era un caso se era diventato quello che molti consideravano il secondo migliore assassino di Ayros dopo il suo capitano, l’adrenalina che ora gli attraversava il corpo e che era presente ogni volta che doveva combattere o portare a termine un’impresa difficile lo rendeva imbattibile. Le sue già enormi capacità venivano amplificate di cento e più volte. Ogni volta che andava in battaglia in lui nascevano furia e paura che si mescolavano, diventando quella sensazione infuocata che ora gli attraversava le vene lo faceva sentire bene. In fondo, il suo compito gli piaceva. La fortuna sorrise agli Alleati. Dopo una decina di minuti di vane ricerche, Fingord trovò ciò che volevano: una veliero piccolo ma resistente, certamente costruito per portare piccoli gruppi di soldati oltre i blocchi nemici. Poteva essere manovrata, con le sue due vele, anche da un gruppo sparuto di uomini e sembrava capace di affrontare un lungo viaggio senza troppe difficoltà. Fingord la indicò con un gesto del braccio all’umano, che rispose annuendo velocemente e traendo una balestra dallo zaino. Caricò velocemente l’arma con una freccia incendiaria e la scagliò verso il cielo, dove tracciò una linea fiammeggiante. I due salirono sulla nave a passi incerti, attenti a non incappare in eventuali guardie. Nell’attesa dell’arrivo dei compagni setacciarono il vascello da cima a fondo, scoprendo che non era presidiata e che, fortunatamente, conteneva una moderata dose di provviste e acqua dolce, anche se insufficienti per arrivare fino ad Ayros. Qualche secondo dopo i due videro i compagni emergere dall’oscurità portando a braccia alcuni pacchi di viveri. Lo sguardo di nano ed elfo si illuminò nel vedere la nave. -L’avete trovata!- Esordì Inelor. Astor si limitò a rispondergli con un cenno del capo.
-Allora… è ora di tornare in patria- Concluse Raduin con un sospiro. I quattro presero ad armeggiare con le sartie e in pochi istanti le vele si spiegarono e la nave prese ad avanzare lentamente verso il mare aperto, sospinta da una leggera brezza, allontanandosi dal porto in fiamme di Rashgar, ultima cosa certa prima dell’ignoto che nascondeva il futuro.

Erano ormai un paio di settimane che i quattro erano per mare. Dormendo pochissimo, mangiando poco e male e fronteggiando più volte un mare non proprio calmo erano riusciti ad attraversare senza troppi danni il Mare della Fortuna. I loro visi però erano tirati e gli occhi erano scavati e segnati da profonde occhiaie scure. Tutti, durante quella disperata corsa contro il tempo in cui quel viaggio si era trasformato, erano diventati più cupi e taciturni. Persino Raduin, solitamente vivace e scherzoso, era diventato quasi muto. Se era possibile una cosa del genere, anche Astor si era incupito un po’ di più, tanto da celare quasi completamente la sua presenza se restava fermo, avvolto nel suo mantello per combattere il freddo del mare.
Stranamente, quell’ambiente triste e teso fu spezzato da un nero ancora più grande di quello che regnava perennemente sul piccolo vascello. Precisamente, quel nero aveva la forma di una sottile striscia scura all’orizzonte, appena visibile nella mattina assolata del tredicesimo giorno di viaggio, che si faceva via via più grande man mano che il tempo passava. Alla vista della costa di Ayros che si avvicinava il morale delle quattro spie salì alle stelle. Immediatamente la tesa e cupa cappa di malumore provocata del viaggio disagevole che avvolgeva l’equipaggio si dissipò come la nebbia a mezzogiorno. Ovunque sulla nave risuonarono sonore grida di giubilo e perfino Astor si lasciò sfuggire una risata di sollievo. Con il passare dei minuti sull’imbarcazione si udirono nuovamente le prime chiacchiere che non riguardassero la scomodità della nave o il cattivo sapore delle provviste che avevano rubato dalle mense di Rashgar.
La terra era stata intravista per la prima volta verso non molto dopo l’alba e mezzogiorno ormai era diventata ben più di una sottile linea nera all’orizzonte. Da quello che videro capirono che i calcoli nautici e temporali di Inelor erano giusti: davanti a loro si stendeva la cittadina di Dor Ander, il più grande porto di tutta Ayros.
La larga baia era completamente occupata dal porto gigantesco, adatto sia agli sbarchi dei mercantili che a quelli delle flotte. Infatti, mentre alle estremità dell’insenatura erano stati costruiti decine di moli che si allungavano verso il mare calmo, tutta la parte centrale era stata invece lasciato alla sua forma originale, quella di una larga spiaggia di sabbia finissima, dove potevano essere messe in secca anche decine di navi contemporaneamente. Un’arma a doppio taglio, che rendeva facile lo sbarco di eventuali truppe di rinforzo ma che facilitava anche ogni tentativo di invasione. Attualmente si stava discutendo dell’eventualità di costruire un forte muro difensivo che circondasse completamente la battigia e rendesse più difficoltoso lo sbarco dei nemici. Ma ormai era troppo tardi.
Oltre la spiaggia si stendeva la Piazza Centrale di Dor Ander, da cui si diramavano le decine di strade e viuzze che dividevano la città come tanti piccoli fiumiciattoli. Ovunque si innalzavano gli alti edifici, di almeno due piani, che erano la caratteristica della ricca città portuale. Tutte le costruzioni erano riccamente decorate con stucchi e sbalzi e troneggiavano, belli e sfarzosi, sulle vie della città.
Mentre il vascello che li aveva ospitati e trasportati per tredici, lunghi, stancanti giorni li portava verso l’attesa destinazione, lungo il porto risuonarono numerose grida di allarme e stupore nel vedere una nave con le insegne della Gilda che si stava avvicinando alla città. In risposta alle grida un gruppetto di uomini armati uscì dai locali della guarnigione, situati sulla battigia, e si diresse a passo di marcia verso il molo su cui sarebbe attraccata la nave. A guidarli era un giovane soldato dall’aria dura e risoluta. Era ricoperto da un’armatura composta da piastre ed anelli d’acciaio e, appesa alle spalle, portava una spada stupefacente. All’elsa di legno ricoperto di cuoio nero seguiva una guardia a croce, le cui estremità erano ricurve e rivolte verso la punta ed infine, a completare l’arma, c’era una lama enorme. La spada, unica nel suo genere, era infatti alta quasi quanto l’uomo stesso ed era larga circa un piede. Reggere una spada di quelle dimensioni doveva essere quasi impossibile, senza parlare della difficoltà di maneggiarla nel mezzo di uno scontro corpo a corpo. Ma quell’uomo, il tenente della Guarnigione di Dor Ander, era conosciuto prorpio per questo.
Giovane, superbo e intraprendente, coraggioso più di ogni altro soldato su Ayros e sprezzante del pericolo, Redwin di Dor Ander era diventato famoso proprio per il suo personale stile di combattere. I suoi lunghi capelli corvini ondeggiavano come il presagio di una tempesta di morte ogni volta che si scontrava con i guerrieri della Gilda e i suoi occhi scuri riuscivano a scavare nell’animo di ogni persona, mettendo a nudo i suoi pensieri e le sue paure. Quell’uomo che ora si avvicinava con passo pesante ed aria sprezzante verso la nave era il simbolo di Dor Ander, un ufficiale di eccezionale abilità sia nel comandare che nel combattere che secondo la maggior parte degli uomini di Ayros avrebbe fatto carriera nell’esercito dell’isola con la stessa velocità con cui era arrivato al posto di tenente nella sua città: vent’anni, un’età che per alcuni rendeva Redwin troppo giovane ed incontrollabile perchè potesse comandare efficacemente degli uomini ma che, al contempo, lo faceva spiccare come un genio militare.
Il manipolo di soldati arrivò fino all’estremità del molo e poi, appena, Redwin alzò una mano chiusa a pugno, tutti i guerrieri si fermarono immediatamente, senza fare un passo di più di quello che il loro comandante avrebbe voluto. Il tenente avanzò ancora per un paio di secondi e poi si fermò, lo sguardo risoluto e leggermente sprezzante, una mano posata con noncuranza sull’elsa della spada. I suoi uomini non si preoccupavano del comportamento del loro superiore. Da solo avrebbe potuto devastare un plotone d’assalto della Gilda senza riportare nulla di più di un paio di ferite superficiali.
All’arrivo di Redwin il silenzio era calato su tutta la zona del molo, rendendo udibile anche il leggero sciabordare delle onde sui piloni di legno. Qualche istante dopo la chiglia del vascello della Gilda urtò leggermente contro il legno dell’approdo, producendo un rumore sordo e cupo. Come se la materia seguisse il suono, immediatamente una passerella di legno venne sollevata da dietro la fiancata da persone che ancora erano coperte e quindi irriconoscibili.
Quando la passerella toccò il molo e si fermò i soldati, obbedendo ad un ordine inespresso del loro comandante, sguainarono le loro armi con uno sgradevole rumore sibilante ma oltre a questo non accadde nulla: gli uomini rimasero fermi al loro posto, aspettando che Redwin dicesse una singola parola per caricare il nemico, qualunque esso fosse.
In risposta alle spade sguainate, si udì distinto nel silenzio che avvolgeva il porto il rumore di passi sopra al legno e quattro figure ammantate di nero fecero capolino da oltre la fiancata della nave. I loro volti, completamente coperti dall’ombra di un profondo cappuccio, erano totalmente irriconoscibili.
A quel punto Redwin esplose, gridando con voce dura alle figure a bordo della nave:
– In quattro? Solo in quattro? O la Gilda è a corto di uomini o voi siete incredibilmente forti se credete di conquistare Dor Ander e di farmi fuori in così pochi! Chi siete? Mostratemi i vostri volti, così saprò chi ho ucciso oggi!- concluse con un mezzo sorriso mentre con un unico, fluido e rapido movimento, sguainava la sua enorme spada e la puntava verso la nave.
I quattro rimasero ancora fermi e in silenzio per qualche istante, poi uno di loro parlò. Aveva una voce forte ma elegante. La voce di un elfo.
-Calmati, Redwin. Non siamo sotto le insegne della Gilda anche se, devo dire, le portiamo dipinte sia sulla vela che sulle fiancate. E non siamo qui per attaccare Dor Ander, anche se penso che questa città sarà stretta d’assedio nel giro di paio di giorni. E, soprattutto… non veniamo a combattere i nostri amici – concluse sollevando il cappuccio, imitato immediatamente dai suoi tre compagni.
Alla vista delle quattro spie dell’Alleanza un mormorio attraversò come una saetta tutto il manipolo di soldati: i quattro dovevano tornare solo alla fine del loro mandato di sei mesi, a meno che non vi fosse un’enorme emergenza. Le parole “sventura”, “pericolo” e “invasione” serpeggiarono ovunque come la peggiore delle pestilenze, aumentando il mormorio dei soldati.
Anche Redwin rimase di stucco per un attimo, gli occhi scuri spalancati, la bocca semiaperta e la stretta sull’elsa della spada che si era fatta improvvisamente molto più debole. Qualche attimo dopo il tenente si riprese e il suo sguardo tornò quello di sempre. Battè un piede a terra e immediatamente alle sue spalle calò un silenzio assoluto.
Rivolse nuovamente il suo sguardo alle quattro spie e mormorò, mentre rinfoderava con lentezza la sua enorme spada:
– Non credo che siate qui semplicemente perché avevate voglia di rivedere la vostra terra… E ho quasi paura di sapere quali notizie ci state portando…
– In effetti, dobbiamo parlarti – Rispose Inelor mentre i suoi compagni si avviavano sulla passerella che collegava la fiancata della nave al molo – In un posto dove non possiamo essere uditi – concluse lanciando un’occhiata significativa al manipolo di uomini alle spalle di Redwin.

Il tenente si voltò verso i suoi uomini con aria dubbiosa, come se stesse valutando le possibilità di allontanarli o lasciarli ascoltare. D’altronde erano uomini la cui fedeltà era stata provata in numerosissime occasioni. Gli avrebbe affidato la sua stessa vita, e loro avrebbero potuto tranquillamente fare la medesima cosa con lui. Ma non doveva farsi guidare dai sentimentalismi. Quelle erano notizie di primaria importanza. Molto probabilmente, se le quattro spie erano state costrette al rimpatrio, dovevano anche essere pessime. E meno ne sapevano i soldati di grado più basso meglio sarebbe stato. Era assolutamente da evitare che la popolazione civile venisse a conoscenza di qualunque parola uscisse dalla bocca di Inelor e dei suoi compagni o sarebbe scoppiato il panico e a quel punto tutto sarebbe diventato molto più difficile.
Alla fine il tenente rivolse il suo sguardo verso il secondo in comando e gli fece un breve cenno col capo. Bastò perché si capissero. L’ufficiale, con un’espressione grave e leggermente ferita sul viso, annuì e cominciò ad allontanarsi a passi veloci, imitato dal resto dei soldati.
– Ora possiamo parlare liberamente. Non credo che nessuno, a parte il Dio del mare, possa ascoltarci su questo pontile. E se gli Dei per una volta si sono decisi a seguire le vicende degli uomini, allora vuol dire che non hanno veramente nulla da fare – concluse con un sorriso stanco.
Inelor lo squadrò lentamente, senza dire una parola. Il viso era rigato, segnato dalla preoccupazione e dal peso di qualcosa che sapeva e che lo aveva scavato nel profondo. Sembrava invecchiato moltissimo da quando, qualche mese prima, era salpato da quello stesso molo, fiero, imperturbabile, sembrava invincibile.
Alla fine parlò – abbiamo una notizia da dare… non avrei mai creduto che i nostri rapporti precari con la Gilda si fossero incrinati a tal punto da arrivare a questo… –
A quel punto Redwin cominciò ad intuire ciò che Inelor ancora non gli aveva detto. E non gli piaceva per niente. Le sue mani si strinsero in pugno con tanta forza che le nocche sbiancarono e le unghie gli scavarono profondi solchi nei palmi delle mani.
-Vedi, circa un paio di settimane fa, mentre ero di pattuglia, ho notato numerosi insoliti spostamenti di truppe all’interno di Rashgar. Tutti i soldati si stavano dirigendo in una sola direzione: verso l’enorme piazza centrale. Già da tempo vi era stato assemblato un palco improvvisato con sopra un’enorme padiglione rosso sangue, ma non vi ho badato più di tanto. Ho pensato ad una qualche ricorrenza, o ad una festa. Ma quel giorno c’era qualcosa di strano. Avevo avvertito uno strano fermento nell’aria, come se il popolo di Rashgar si stesse preparando a qualcosa di importantissimo e grandioso. Così decisi di seguire, da sopra i tetti, un plotone di soldati in armi che si dirigeva verso la piazza. Che ora era stipata, un vero e proprio carnaio. Nel giro di una mezz’oretta anche i tetti attorno al padiglione e le strade che vi ci portarono furono piene di uomini. Tutte tranne una. Stranamente, quella che conduceva al porto.
L’esercito, che ho approssimato che sia composto da almeno centomila soldati, aspettò per quasi un’ora. Poi, improvvisamente, un lembo del padiglione sul palco si scostò e ne uscì un enorme minotauro dal pelo nero. Dai dati in mio possesso cono riuscito ad identificarlo come Urbak Corno Insanguinato, il Flagello di Ayros – Udendo quel nome Redwin, la cui espressione era rimasta pressoché immutata durante tutto il resoconto, spalancò gli occhi e si lasciò sfuggire un leggerissimo gemito. Urbak. Era famigerato su Ayros. Di lui parlavano le storie raccontate per minacciare i bambini che non volevano dormire. Di lui parlavano, quasi con timore reverenziale, tutti i libri e gli scritti di storia della Biblioteca di Singarston. Di lui si mormorava per strada quando succedeva qualcosa di funesto ed inspiegabile.
Era a lui che i pastori pensavano tremanti nella notte quando udivano gli ululati dei lupi che minacciavano le loro greggi.
Era lui che tutti gli uomini di Ayros temevano di incontrare quando scorgevano un’ombra scura per strada.
Era il suo il nome che nessun abitante di Ayros riusciva a sentire o a pronunciare senza provare un brivido scorrere lungo la spina dorsale.
Notando la sua reazione, Inelor fece una pausa, permettendogli di calmarsi. Qualche istante dopo riprese il suo racconto, descrivendo con minuzia di particolari il discorso di Urbak, la partenza dell’esercito, l’assalto notturno al porto e la loro fuga su una barca rubata.
L’elfo raccontò le loro peripezie tutto d’un fiato, facendosi dare una mano da uno dei suoi compagni laddove la memoria lo tradiva. Solo alla fine fece un’ultima pausa, in modo che Redwin potesse assimilare al meglio le parole. Sembrava quasi sotto shock. Lo sguardo era perso nel vuoto, come a cercare una risposta in un luogo lontano dai suoi occhi e dalla sua mano. Qualche istante dopo scrollò la testa per riprendersi e si portò una mano alla fronte, stringendosi l’attaccatura del naso con due dita. Qualche istante dopo si arrischiò a fare una domanda. La sua voce tremava sensibilmente:
– Quando… quando dovrebbero arrivare? – Fingord fu veloce a rispondere:
– Direi tre o quattro giorni se siamo fortunati ma non lo sappiamo con precisione: loro sono partiti prima ma sono dovuti procedere a rilento perché la loro è una flotta enorme e quindi più difficile da manovrare
Redwin rimase in silenzio ancora per qualche minuto, durante i quali l’unico suono udibile fu lo sciabordare delle onde. Poi, improvvisamente, parlò:
-Venite. Il tempo di sellare i cavalli e poi vi accompagnerò a Talfgar

I cinque camminarono a passo di marcia fino alla caserma, sulla battigia, dove avrebbero trovato i cavalli per cominciare il loro viaggio. Lungo la strada superarono il manipolo di uomini che aveva accompagnato Redwin fino al molo e che lo aveva aspettato fino a quel momento. In risposta ai loro sguardi interrogativi il tenente rispose con un lieve e stanco cenno di diniego del capo. Voleva ridurre al minimo le informazioni da fornire sia ai suoi soldati che allo stalliere che gli avrebbe fornito le cavalcature.
Così, quando qualche secondo dopo arrivarono all’enorme edificio che era la stalla di Dor Ander spalancarono la porta con uno spintone e si diressero verso gli alloggi dei cavalli senza indugiare per un attimo con lo sguardo sullo stupito stalliere. Per fortuna i gradi e la fama di Redwin fecero in modo da limitare al minimo le domande dell’uomo, che chiese solamente quanto lungo sarebbe stato il loro viaggio, in modo da fornirgli i cavalli giusti.
La stalla era veramente enorme: si estendeva, lunga per cento o duecento metri, a fianco della caserma e degli alloggi della guarnigione, con i quali formava una piccola città all’interno di Dor Ander stessa. La stalla, al contrario della caserma che era stata demolita dagli attacchi dei pirati e più volte ricostruita, era molto antica, un vero e proprio pezzo di storia: risaliva infatti alla Prima Dinastia di Singarston, gli uomini che avevano fondato la capitale, la città portuale e gli altri più antichi centri abitati dell’isola. La costruzione era totalmente in legno pregiato, ormai corroso dagli anni ma ancora resistente grazie ai numerosi e attenti restauri. Le travi e le colonne, che sostenevano l’alto tetto a capriata, erano ricoperte da sottili fregi dorati raffiguranti cavalli e cavalieri, una vivida testimonianza di come i popoli antichi basassero la loro vita sull’allevamento di questi animali.
Il pavimento, anch’esso di legno, era ricoperto da uno spesso strato di paglia ed era diviso in più sezioni dagli alloggiamenti. Un lungo corridoio, che permetteva il passaggio di uomini ed animali, correva da un capo all’altro della stalla e, ai suoi lati, si aprivano le porte che conducevano ad ogni singolo recinto, dove venivano custoditi alcuni tra i migliori destrieri di Ayros.
Redwin si diresse con passo deciso verso la fine della stalla, seguito dalle quattro spie che si guardavano attorno leggermente spaesate. Improvvisamente il tenente si fermò davanti ad uno degli alloggiamenti, aprì il chiavistello d’acciaio che teneva chiuso il cancello e lo spalancò con una poderosa spallata. All’interno, in piedi sui robusti zoccoli, stava fiero il cavallo più elegante ma al contempo potente che i quattro amici avessero mai visto. Un enorme stallone nero da battaglia, con il manto nero come ali di corvo, si voltò a osservarli con sguardo disinteressato, preso com’era dalla mangiatoia piena d’avena posta di fronte a lui.
Il viso di Redwin si illuminò vedendo lo splendido animale. Gli si avvicinò lentamente e cominciò ad accarezzarlo con dolcezza sul muso.
-Questo è Phaorand… magnifico animale, non credete? E’ il mio inseparabile compagno fin dalla mia infanzia. Non potrei cavalcare alcun animale che non sia questo – mormorò con una nota di dolcezza nella voce che nessuno dei suoi compagni avrebbe mai creduto possibile in un uomo militare come lui – mentre lo sello andate dallo stalliere, fatevi assegnare quattro cavalli e cominciate a bardarli. Non abbiamo tempo da perdere, ricordate – concluse mentre si staccava dal suo stallone per sollevare la pesante sella di cuoio, munita di tutti i finimenti ma sprovvista di ogni ornamento, che giaceva appoggiata ad una delle pareti del recinto.
Le spie si dileguarono in fretta e silenziosamente, dirigendosi verso lo stalliere, che aveva già preparato per loro quattro cavalcature, che stava equipaggiando con selle, redini e varie bisacce. Non erano cavalli di razza ma semplici bai che però erano adatti a viaggi piuttosto corti ma che, come il loro, necessitavano di molta velocità. Due di essi erano inoltre stati scelti per le loro dimensioni ridotte, in modo da rendere più agevole la cavalcata per il nano e l’halfling; inoltre, come lo stalliere assicurò loro, sarebbero stati perfettamente in grado di tenere lo stesso ritmo di marcia dei compagni più grandi, a dispetto della loro ridotta costituzione.
Le quattro spie si limitarono ad osservare con attenzione le loro cavalcature e, quando constatarono che erano idonee alla loro missione, annuirono con un mezzo sorriso allo stalliere e gli mormorarono qualche parola di ringraziamento, a cui lui rispose con un sorrisone da un orecchio all’altro. A quanto pare non se l’era assolutamente presa per il fatto di stare aiutando persone che non conosceva, per un motivo che gli era assolutamente ignoto, e che stavano affrontando una missione per lui totalmente misteriosa in ogni sua parte.
Risoluto, lo stalliere raccolse dal pavimento quattro selle di cuoio, che aveva già preparato in precedenza, e cominciò ad assicurarle alla groppa dei cavalli con l’aiuto di Astor ed Inelor. Quando stavano per terminare il loro compito, giunse Redwin accompagnato dal suo cavallo, ora munito di tutti i finimenti necessari. La gigantesca spada del tenente era appesa al fianco della sua cavalcatura, che sembrava sostenere il suo peso con assoluta noncuranza. Era veramente un animale fantastico.
Qualche istante dopo anche gli assassini furono pronti. Montarono in sella, imitati da Redwin, e si lanciarono al galoppo oltre le porte aperte dallo stalliere, verso le tortuose strade di Dor Ander e, infine, la Rocciosa Talfgar.
Le strade e i palazzi di Dor Ander apparivano ai cinque come macchie confuse ai loro fianchi e le persone che si scansavano per sgombrare il passaggio ai cavalli non  erano nulla che sagome indefinite. Il loro obiettivo, la Porta di Dor Ander, era ormai ben visibile più avanti, sulla sommità di una leggera altura, unica apertura in una forte cinta muraria che chiudeva ogni accesso alla città che non fosse dal mare, anch’essa risalente alla Prima Dinastia. Una volta giunti alla Porta, un manipolo di quattro uomini si avvicinò con le lance alzate per fermarli e mettere in atto le normali procedure per chi voleva uscire dalla città ma, alla vista del leggendario tenente di Dor Ander che si dirigeva verso di loro al galoppo sul suo cupo destriero, come il Dio della Guerra Thraidor in persona, cambiarono immediatamente idea e si disposero ai lati della strada, sull’attenti, per dissimulare il loro precedente tentativo di fermare il comandante. Redwin, accompagnato da quattro strani individui completamente vestiti di nero di cui non riuscirono a capire l’identità, sfrecciò al loro fianco ad una velocità incredibile, senza degnarli di alcuno sguardo né di alcuna spiegazione.
Qualche istante dopo lo strano gruppetto si ritrovò sulla strada polverosa che collegava Dor Ander a Talfgar e poi via via fino a Singarston. Attorno a loro, i pini spandevano il penetrante odore di resina e le spighe dei campi di grano che circondavano la città si piegavano lentamente sotto la spinta di una brezza leggera proveniente dal mare, mentre il sole illuminava l’aria tersa del primo pomeriggio.
In breve i cinque scomparvero all’orizzonte, una scura nuvola di polvere che segnava il loro passaggio. I soldati si guardarono straniti, anche se sapevano che non sarebbero mai riusciti a trovare una spiegazione per l’ insolito comportamento del loro tenente. Il più anziano, che ricopriva il grado di caporale, si rivolse ad uno dei suoi soldati:
-Vai a chiamare il Capitano Drivold. Deve sapere che cosa è successo qui. E non so se gli piacerà.

CAPITOLO II

Era ormai circa tre ore che il piccolo gruppetto di cinque cavalieri macinava al galoppo la strada che portava da Dor Ander a Singarston, quando finalmente giunsero in vista di Talfgar, la Rocciosa.
I campi di grano dorato e i pini tondeggianti avevano già da una decina di miglia lasciato il passo alla terra tetra e inospitale che separava due tra le maggiori città di Ayros. Ovunque si spandeva, fino a dove l’occhio poteva giungere, una pressoché ininterrotta distesa di bassa erba coriacea di un color verde smorto quasi soffocata da una foresta di muschi e licheni. I quali crescevano un po’ ovunque come una sorta di velenosa pianta infestante, fin da quando la strada era cominciata a salire e, contrariamente, la temperatura a scendere.
L’interminabile mantello di vegetazione era a sua volta ricoperto da decine, centinaia di massi di medie dimensioni, simili a quelli usati come munizioni per le catapulte. Si narrava fossero stati lanciati su quella landa sperduta all’inizio dei tempi, quando ancora le razze di Ayros non calcavano la terra e l’isola era giovane, da due eserciti di giganti in guerra. Creature scomparse da millenni e della cui esistenza si parlava ormai solo nelle ballate e nelle leggende narrate dai cantastorie.
Il sole si avvicinava al tramonto, a cui mancava meno di un’ora, quando i suoi raggi tendenti al rosso illuminarono uno spettacolo straordinario, che spezzava bruscamente la monotonia del paesaggio circostante. Una montagna altissima, chiamata dalla popolazione locale Il Bastione dei Giganti, si ergeva per migliaia di metri in altezza. La punta, la sommità si perdeva tra eterne nebbie che la avvolgevano come un tetro mantello. Sembrava quasi che, con la sua mastodontica presenza, la montagna servisse agli abitanti di Ayros come monito per la loro piccolezza di fronte alla magni-ficenza degli dei e del terribile potere che erano in grado di esercitare.
Il Bastione dei Giganti era l’estrema propaggine di una poderosa catena di montagne che si stendeva alle sue spalle, allungandosi quasi da un estremo all’altro di Ayros e formando l’ossatura dell’isola stessa. senza però riuscire mai a raggiungere le maestose dimensioni della sua cima maggiore.
Forse proprio per questa sua forza selvaggia, per questa dimostrazione della debolezza dell’uomo di fronte all’immensità, per l’aura di sacro mistero che circondava la storia del suo nome, Talfgar, la Rocciosa, era stata costruita sulle sue più basse propaggini.
La strada che portava alla città all’occhio del viandante appariva strana: bruscamente cominciava a raddoppiare la sua pendenza, salendo ripida su per il fianco della montagna. Erba e licheni lasciavano rapidamente il passo a una terra brulla e spoglia, dove riuscivano a crescere e prosperare enormi abeti affusolati, i cui aghi ricoprivano al terreno. Pareva che gli alberi stessi avessero in un qualche modo raccolto lo spirito della montagna, crescendo alti come pochi altri in tutta l’isola. I tronchi mastodontici e secolari avevano un diametro tale che rendevano necessari trenta uomini perché si riuscisse, tutti insieme, a cingerne la circonferenza.
Man a mano che si saliva appariva, nitida immacolata e al contempo maestosa, la neve. Con il suo candore fragile ma inarrestabile ricopriva ogni cosa: le fronde degli abeti, la strada, il terreno spoglio.
Infine, non appena la foresta diradava, appariva lei, la Rocciosa. Due poderose cinte murarie su cui si apriva un unico indistruttibile portone la proteggevano dai continui assalti nemici. Le mura, del resto, erano state testimoni, durante i loro secoli di vita, di attacchi e scontri. Nulla le aveva spezzate. Nessun assediante le aveva attraversate. Ad un osservatore distratto sarebbe parso che la tanto decantata città di nani ed halfling finisse lì, ma non c’era nulla di più sbagliato. La vera città, con le abitazione civili e quelle governative, si trovava all’interno della montagna, scavata dai fondatori della città stessa a colpi di piccone nella dura roccia del Bastione. Opera, questa, che si trattò per gli standard e le tecniche di costruzione dell’epoca di una vera impresa, il cui anniversario del compimento è tuttora festeggiato all’interno di Talfgar con tutta la magnificenza e la ricchezza di qualunque altra ricorrenza religiosa.

I quattro cavalieri ammantati di nero spronarono ulteriormente le loro stanche cavalcature in vista dell’ultimo scatto per raggiungere la città dei nani.
I cavalli, con la schiuma alla bocca e ricoperti da un manto di sudore che avvolgeva tutto il loro corpo come un luccicante sudario, aumentarono l’andatura al massimo delle loro possibilità, anche se continuavano ad annaspare per la neve che si faceva sempre più alta mano a mano che l’altitudine aumentava.
Phaorand, il magnifico animale cavalcato dal tenente di Dor Ander, balzò immediatamente avanti a tutto il gruppo, mettendo un tale vantaggio tra sé e le cavalcature delle spie, che non riuscivano a tenere il passo con lo stallone, che i quattro furono costretti a richiamare il loro compagno perché rallentasse un poco.
In pochi minuti il gruppetto giunse in vista delle mura. Come già era successo a Dor Ander in occasione dell’arrivo di Inelor e dei suoi compagni, un drappello composto da cinque o sei soldati uscì a passo di marcia dal pesante portone che chiudeva l’ingresso alla prima cerchia di mura. Que-sti però impugnavano lunghissime picche lunghe quattro metri. I soldati, la cui razza era quasi im-possibile da definire perché totalmente impaludati in pesanti pellicce e spesse, bronzee, armature complete, avanzarono affondando nella neve alta fino al ginocchio, si fermarono a qualche metro di distanza dalla porta e si allargarono in una formazione a ventaglio. Quando furono in posizione conficcarono saldamente le picche nella terra, con la punta metallica rivolta verso i cinque cavalieri, in modo da impedire qualsiasi tentativo di sfondamento. Tra loro spiccava un capitano, riconoscibile per l’elmo d’oro rosso che gli copriva totalmente il viso con una spessa visiera e da cui spuntava so-lamente un lungo ciuffo di barba castana.
Il capitano si fece avanti, la mano appoggiata con noncuranza sull’elsa di legno di una minaccio-sa ascia, e si rivolse ai cavalieri con voce dura e che sembrava non essere in alcun modo disposta ad ammettere repliche.
– Con l’autorità conferitami da Sir Gilderin Farden Grande Martello, Governatore di Talfgar, e in quanto comandante della quarta Divisione di Difesa, vi ordino di fermarvi e rivelare i vostri volti e le vostre intenzioni. Nel caso che non vogliate sottostare ad una di queste tre condizioni, sarete im-mediatamente uccisi
Sugli spalti alle sue spalle una ventina di soldati armarono le balestre e le puntarono verso i ca-valieri, che ora avevano rallentato fino quasi ad andare al passo, mentre altri, a gruppi di tre, armavano alcuni piccoli cannoni, una recente scoperta dei nani.
Redwin alzò una mano, rivolto sia ai suoi compagni per dirgli di lasciare parlare lui, sia come segno di saluto nei confronti del comandante.
Quando fu a pochi metri dal nano sollevò il cappuccio a larga tesa che gli copriva testa e viso, rendendosi in questo modo riconoscibile. Ma anche se il suo viso era conosciuto su quasi tutta A-yros, non doveva andare molto a genio al comandante della quarta Divisione di Difesa di Talfgar, perché questi sbuffò e poi gli si rivolse con aria di sufficienza.
– Redwin di Dor Ander, il famoso tenente della Magnifica, non è così? A cosa è dovuto l’onore della visita tua e dei tuoi… compagni? – Borbottò sbilanciandosi di lato per riuscire a vedere gli altri quattro messaggeri ancora avvolti nei loro scuri mantelli.
Redwin, nel sentire il tono e i termini usati dal capitano, cominciò subito ad alterarsi e la sua po-ca pazienza si esaurì in pochi secondi.
– Senti, nano – disse, la voce tremante di rabbia, calcando molto la voce sulla razza del capitano – Non ho tempo per battibeccare con qualcuno che fa fatica ad arrivarmi alla cintola. Fammi passare, organizzami un appuntamento con il tuo Governatore e forse non  ti ritroverai la mia spada fra le costole…
Il nano non si lasciò minimamente scoraggiare, aprì le braccia e disse:
– Piuttosto irascibili, non è così? Bene, vediamo cosa sei capace di fare con quella tua ridicola spada. Scommetto dieci Tarik che non riesci nemmeno a sollevarla, stupido poppante!
Udendo quelle parole, l’ira di Redwin scoppiò. Con un unico movimento fluido scese da cavallo, tolse l’enorme spada dal fodero sul fianco di Phaorand e si diresse a passo di carica verso il capitano impertinente, che nel frattempo aveva impugnato l’ascia, deciso a fargli rimangiare tutto quello che aveva detto.
Quando ormai Redwin si trovava abbastanza vicino da colpire il nano e stava per alzare la spada, una figura non meglio distinguibile se non sotto forma di una indistinta macchia nera si mosse a ve-locità impressionante, si frappose fra i due antagonisti e si fermò di botto, provocando un’enorme sbuffo di polvere. Il tutto era avvenuto in un paio di secondi. Un momento prima i cavalieri alle spalle di Redwin erano quattro, un momento dopo uno di loro si trovava tra lui e il comandante.
Sia l’uomo che il nano si bloccarono, sbalorditi, l’uno nell’atto di vibrare il colpo, con la spada sollevata per metà dietro alle sue spalle, e l’altro in posizione di difesa, ad osservare la figura am-mantata di nero che era praticamente apparsa dal nulla di fronte a loro, entrambe le mani posate sui petti dei due contendenti per separarli. La figura tirò indietro la falda del cappuccio e due occhi di un azzurro talmente chiaro da sembrare ghiaccio fulminarono Redwin, bloccandolo sul posto con forza pari a quella delle mani poggiate sul suo petto. L’elfo si rivolse al tenente, la voce leggermen-te scocciata e lo sguardo stanco.
-Forse è meglio se per una volta ti fai da parte e fai condurre a me le trattative, va bene?

Quando, quel pomeriggio, i cinque cavalieri si allontanarono dal cancello di Dor Ander, le sentinelle rimasero a guardarli per qualche secondo, allibite, prima che uno di loro si decidesse a smettere di fissare ad occhi spalancati il polverone e a fare qualcosa. Fu il più alto in grado tra loro, un caporale a parlare per primo:
– Redwin ha ricominciato con le sue stranezze… qualcuno deve andare a dire ciò che è successo al Capitano Drivold. E non penso che gli piacerà.
Alle sue parole le altre tre sentinelle lo guardarono con gli occhi sgranati. A quanto pare nessuno aveva voglia di farlo.
Il caporale li guardò storto, poi abbaiò:
-Forza, qualcuno di voi muova si muova, ne voglio uno che vada a riferire quello che è successo al Capitano!
I tre si guardarono tra loro, misero in atto un breve battibecco sotto lo sguardo torvo del caporale e poi si rivolsero al più giovane di loro, una recluta in servizio da pochi giorni con ancora qualche brufolo in faccia e lo spedirono a pedate sulle scale che conducevano all’ufficio del capitano. Il povero soldato guardò i suoi compagni con aria sconsolata, salì e giunse alla porta. Oltre non si udiva alcun suono.
La recluta rimase ferma davanti all’uscio ancora per qualche secondo, spostando il suo peso da un piede all’altro. Poi alzò timidamente la mano, la lasciò sospesa a pochi centimetri dalla porta per qualche secondo e poi, sentendosi nuovamente mancare il coraggio, la riabbassò. Solo dopo qualche istante e vari altri tentativi si decise a bussare. Dall’interno giunse la voce del Capitano della Guarnigione di Dor Ander, giovane ma dura, che gli intimava di entrare.
Il giovane soldato abbassò la maniglia ed entrò, borbottando saluti incomprensibili. Seduto alla scrivania, talmente in ombra de renderne irriconoscibili i lineamenti, era seduto un uomo. Guardava in direzione della porta, cosa che si intuiva solo grazie alla vista di due piccoli ma luminosi occhi verdi rivolti verso il nuovo venuto. La figura era comodamente seduta su una sedia e aveva i piedi poggiati sopra a qualcosa di  irriconoscibile. La cosa strana era che il suo poggiapiedi, allungato su una buona parte del pavimento, come un enorme e alto tappeto, si alzava e si abbassava ritmicamen-te.
Il Capitano parlò di nuovo:
-Allora? Che cosa è successo? Non ditemi che il Tenente ne ha fatta un’altra delle sue e che tocca a me rimediare ai suoi disastri!
-Veramente… Signore… è proprio così…- Rispose la recluta con voce tremante per l’emozione, seguitando a raccontare tutto l’accaduto, inframmezzato da molti “Signore”, fino alla descrizione dell’inaspettato arrivo della nave d’assalto della Gilda.
Alla fine del resoconto, la figura sospirò e chiuse gli occhi per un istante. Quando li riaprì, si al-zò in piedi e borbottò, con voce stanca:
-Questa storia non mi piace per niente… riunite il Consiglio della Difesa.-

Il nano guardò Inelor con irritazione. Come si permetteva quell’inutile elfo di intervenire nella disputa tra lui e lo spocchioso Tenente di Dor Ander? Gliel’avrebbe fatta vedere poi ad entrambi, a Redwin e a quel suo amico. Tanto valeva sentire cosa aveva da dire il nuovo arrivato.
-Allora? Che cosa vuoi?- Chiese in tono burbero.
L’elfo si voltò verso il capitano e il suo sguardo lo inchiodò sul posto. Quello sguardo… pensò il nano con un brivido non ha niente di umano.
Inelor alzò la mano e mostrò agli occhi increduli del nano un unico anello. Si trattava di una semplice banda dorata, al cui centro spiccava un’unica pietra di un blu talmente scuro da sembrare nero ad una prima occhiata. La cosa più strana della pietra era il suo interno. Sembrava che, oltre un sottile, trasparente strato esterno, ci fosse una nube scura di fumo in perpetuo movimento. Tutti, su Ayros, erano stati educati in modo che quell’anello potesse essere riconosciuto alla prima occhiata.
Se qualcuno con l’anello al dito giungeva al tuo fianco per aiutarti allora il trionfo era certo.
Se qualcuno con l’anello al dito soccorreva il tuo avversario, allora eri già morto.
Era il simbolo dell’Accademia Oscura e solo coloro che erano ai gradi più alti di quella misteriosa organizzazione erano degni di portarlo. Vedere quell’anello significava che di fronte a te avevi l’èlite della forza armata di Ayros e ciò poteva decidere la tua salvezza o la tua fine. Forse era meglio scendere a patti.
Il nano si guardò lentamente attorno, mentre il respiro di tutti i presenti si trasformava in nuvolette di vapore che in un attimo si dissipavano nell’aria gelida. Il suo sguardo sembrava in cerca di una qualche ispirazione. Quando osservò i tre viaggiatori, che erano rimasti seduti fermi e silenziosi in groppa ai cavalli, il suo cuore quasi mancò un colpo. Tenevano sollevata la mano destra, che indossava un unico anello.
Improvvisamente sentì la gola terribilmente riarsa; deglutì ma la sgradevole sensazione non accennò minimamente a passare. Secondo quello che dicevano le leggende, in tutta Ayros esistevano in totale solo quattro anelli di quel tipo. Non è possibile… pensò tornando a rivolgere il suo guardo all’elfo, che nel frattempo non aveva mosso un muscolo.
Il capitano rimase un attimo in silenzio, cercando di trovare le parole giuste da rivolgere a persone della loro importanza. Poi si decise a parlare, la voce leggermente tremante che però diventava sempre più sicura man mano che continuava.
-Non.. non credevo di avere davanti a me i portatori dell’Anello Oscuro. Perdonate la mia insolenza, ma sono certo che capirete… la sicurezza della città viene prima di tutto-.
A queste parole Redwin, che nel frattempo aveva rimesso la spada nel fodero, lo guardò torvo. Un conto era proteggere Talfgar, un altro attaccar briga con un dignitario proveniente da un’altra città.
–Permettetemi di rimediare al mio errore. Prego, vi farò scortare e potrete riposare e rifocillarvi quanto vorrete, nella Cittadella.-
-Mi dispiace, ma non credo che avremo tempo per questo. Siamo qui per una missione di massima importanza ed entro un’ora dovremo essere nuovamente in viaggio. Ma sicuramente non prima di aver parlato con Sir Gilderin. Credete di poter farmi questo favore, capitano?- Concluse Inelor con un mezzo sorriso.
Il nano li guardò con tanto d’occhi. Incontrare il governatore di Talfgar nel giro di un’ora non era per niente cosa facile.
-Ma… ma certo! Venite con me, vi porterò immediatamente dal governatore!- Scandì in tono marziale, con un inchino. Quasi immediatamente le guardie rimossero le picche dal terreno e si misero sull’attenti, mentre anche le sentinelle sulle mura deponevano le armi.
Il capitano fece segno ai messaggeri di seguirlo e si incamminò in direzione della fortezza, gli ambasciatori che lo seguivano conducendo i cavalli per le briglie.
Redwin si affiancò a Inelor, la spada nuovamente appesa alle spalle, e lo guardò con un’ espressione del tipo: “ma come diavolo hai fatto?”. L’elfo si limitò ad una mezza risata:
-Cosa ti dicevo? Sarebbe stato molto meglio se avessi parlato io per primo!-
I cinque, guidati dal comandante, varcarono il portone rinforzato di Talfgar e si diressero verso lo scuro ventre della montagna, dove avrebbero incontrato Sir Gilderin Farden, signore della Rocciosa.

Nella sua stanza della caserma di Dor Ander, il Capitano Drivold stava controllando il suo equipaggiamento. Il Consiglio della Difesa, durante la riunione straordinaria cui aveva preso parte, era stato chiaro. L’arrivo dei quattro uomini misteriosi a bordo di una nave della Gilda e la conseguente inconsueta partenza del Tenente Redwin non dovevano essere in alcun modo ignorati.
Qualcosa stava cambiando, in peggio. Tutti lì, erano a conoscenza della missione in terra nemica dei portatori dell’Anello Oscuro. E l’improvviso arrivo dei quattro personaggi misteriosi che, a quanto dicevano le sentinelle, avevano preso la direzione di Talfgar, non prometteva niente di buono. Chissà, magari i quattro erano proprio i famosissimi assassini? Secondo quanto risultava dagli archivi, il tenente Redwin aveva un rapporto di buona amicizia con il Capitano dell’Accademia Oscura…. non si poteva mai sapere.
Drivold sollevò la sua armatura di cuoio e maglie di ferro. Lo aveva accompagnato in tante battaglie, e lo avrebbe fatto anche in questa, se mai ce ne fosse stata una. In ogni caso, aveva già in mente una buona tattica da usare contro il possibile invasore. Avrebbe sicuramente sopperito alla mancanza di una cerchia di mura difensive rivolte verso il mare. E, con un buon numero di uomini al suo fianco e una manciata di fortuna, forse sarebbero riusciti a resistere.
Indossò l’armatura, appena lucidata, e passò a bracciali e schinieri. Nessuno avrebbe dovuto aiutarlo a portare a termine quel compito, mai: se non fosse più stato in grado di indossare la propria armatura da solo, avrebbe significato che non sarebbe più stato nemmeno in grado di comandare. Una volta finito di indossare le protezioni, si allacciò alla cintura la sua spada a una mano e mezza, inguainata in un fodero di cuoio scuro. Afferrò l’arco di faggio e una faretra piena di frecce dall’impennatura giallo-verde e li appese a tracolla.
Una volta finito di equipaggiarsi fece un fischio, aprì la porta e uscì nella luce del pomeriggio, mentre alle sue spalle un’ enorme sagoma scura si alzava nel buio e cominciava a seguirlo con andatura caracollante.
“E’ ora di andare ad addestrare qualche soldato” pensò con uno sbadiglio mentre si avviava lentamente in direzione della battigia, dove un paio di centinaia di soldati lo stavano aspettando.

I cinque messaggeri, guidati dal Comandante della Quarta Divisone di Difesa, superarono le sentinelle con le picche e passarono sotto all’arcata del cancello. Le difese della Rocciosa erano impressionanti: due cinte murarie alte rispettivamente trenta e quaranta piedi e spesse quasi altrettanto proteggevano la Cittadella, interamente scavata nel ventre della montagna. L’unico modo per entrarvi era superare il Primo Cancello, un portone di legno di quercia rinforzato con bande e borchie di acciaio, attraversare il primo cortile sotto i colpi dei difensori e sfondare il Secondo Cancello. Anche se gli attaccanti fossero riusciti in questa impresa, però, non avrebbero potuto cantare vittoria: a fermarli c’era ancora il Cancello Reale, un enorme portale, alto quasi sessanta piedi, rinforzato con punte acuminate, strisce di ferro battuto laccate in oro e un’impenetrabile inferriata.
Fortunatamente, Redwin e i suoi compagni non dovettero fare nulla di tutto questo: i Cancelli si aprirono al loro passaggio con insopportabili cigolii e l’unica cosa che le guardie sugli spalti lanciarono loro fu un’occhiata sospettosa. Astor, Inelor e Redwin erano letteralmente a bocca aperta di fronte a tali formidabili difese e Fingord e Raduin trattenevano a stento le risa osservando il comportamento dei loro compagni.
Il Comandante, ora, era tanto ossequioso e mellifluo quanto era stato burbero e scontroso in precedenza e fungeva da anfitrione ai messaggeri, dandogli spiegazioni sulla storia di Talfgar. Sembrava che sapesse il passato di ogni pietra e dalla sua bocca non faceva altro che uscire un ininterrotto fiume di parole. Presto i cinque persero ogni interesse in quello che diceva il nano e rivolsero tutta la loro attenzione alle difese della città. Chissà se, alla prova dei fatti le possenti mura, così apparentemente impenetrabili, avrebbero resistito o si sarebbero sbriciolate sotto l’impeto delle formazioni da battaglia.
Quando arrivarono al Cancello Reale, furono costretti a fermarsi per la seconda volta da quando avevano tentato di entrare a Talfgar. Furono fermati da un gruppo di hafling ricoperti di sottili ma resistentissime armature di rame rosso lavorate fino ad assumere la forma di fiamme, che sporgevano dalle loro ingannevolmente esili schiene. Armati di lunghe alabarde di ferro nero, erano veramente magnifici: si trattava di alcuni dei membri dello Scudo di Roccia, la genia di soldati che formava l’elite della forza armata di Talfgar e che, dai tempi di Aergelor il Costruttore, avevano il delicato compito di proteggere il Governatore di Talfgar. Si diceva che, in battaglia, non si fossero mai arresi e che preferissero la morte al disonore della sconfitta.
Non indossavano alcun elmo e la sola forma di protezione che portavano sulla testa era un sottile cerchio di bronzo dorato, sempre plasmato con la forma di fiamme ardenti, che gli cingeva la fronte.
I sei guerrieri dello Scudo li guardarono torvi e, come fecero per attraversare il Cancello, abbassarono le alabarde e intimarono l’alt.
-Fermi!- Gridò il capitano del gruppo –Nessuno straniero può entrare nella Cittadella se non previo invito del Governatore o di uno dei suoi consiglieri!- Si voltò verso il Comandante della Quarta Divisione e continuò: -Tu, Nalimek, dovresti saperlo bene.-
Il comandante deglutì, si avvicinò a passi incerti al guerriero dello Scudo e gli sussurrò qualche parola all’orecchio. L’halfling lo guardò storto per un attimo poi tornò ad alzare la sua alabarda in verticale e fece cenno ai messaggeri di avanzare, mentre i suoi compagni si facevano da parte.
Redwin sbuffò: – E’ la seconda volta che una manciata di ometti che mi arrivano a stento alla cintola mi impedisce di portare una  notizia in santa pace. Giuro che se succederà di nuovo mi salteranno i nervi!-
Il mastodontico cancello cigolò, aprendosi su una nera voragine rischiarata a stento da filari di torce. La luce rossastra del fuoco illuminava la scura pietra della montagna, levigata fino ad assumere la forma di monumentali pareti e volte. La doppia serie di torce sembrava allungarsi all’infinito nel ventre della montagna, tanto che solo una piccola porzione del corridoio era visibile dall’entrata. Il resto si protraeva nelle viscere di roccia, saltuariamente illuminato da una lucerna o una fiaccola. Una volta attraversato il portone, Nalimek si fece vicino ai cinque ambasciatori e gli sussurrò:
-Adesso è vitale che voi mi stiate vicino. Questo corridoio è solo una piccola parte della strada da percorrere prima di arrivare al cuore della Cittadella. Oltre si snoda un labirinto molto intricato. Vedete di non perdermi mai di vista, perché se vi smarrite dubito che chiunque sia in grado di trovarvi. Si dice che questo labirinto, costruito ai tempi della Prima Dinastia di Talfgar, si dirami per centinaia di miglia all’interno della montagna e molte sue sezioni sono totalmente sconosciute anche ai nostri ranger più esperti…- Il nano lasciò la frase in sospeso e si diresse verso il muro, dove staccò una delle torce dal suo sostegno per illuminare la via. Redwin deglutì mentre si mettevano in cammino, pensando alle parole non espresse del Comandate, che contavano molto più di ogni discorso. “Non ho alcuna voglia di perdermi qua dentro. Nossignore” pensò “Dovessi anche stare così vicino al nano da inciampare in quella sua dannata barba, non ho intenzione di perderlo di vista. Non mi piace questo posto… è troppo buio… troppo antico… ha un’aria di sacra inviolabilità e penso che, nell’oscurità dei suoi corridoi labirintici, si nasconda ben più di quanto traspaia all’esterno”. Appoggiò la mano sull’elsa della spada. Era un gesto automatico, ormai, che gli dava sicurezza e coraggio nei momenti difficili. La sua Tempesta non l’aveva mai tradito. Era sicuro che, finché avesse avuto il rassicurante peso della lama appesa al fodero sulla schiena, non gli sarebbe mai accaduto nulla di male. Anche se avesse dovuto affrontare le insondabili tenebre dell’Abisso.
Il Tenente di Dor Ander si volse verso i suoi compagni. I comandanti dell’Assemblea Oscura non sembravano provati quanto lui. Al contrario, sembravano sereni come se stessero facendo una cavalcata per i campi. “Di cosa mi stupisco?” pensò Rediwn con un mezzo sorriso “Il buio è parte integrante della loro vita, senza di esso con tutta probabilità non esisterebbe nemmeno il loro Ordine. Certe volte mi viene da pensare che Inelor e i suoi siano stati partoriti dalla notte, e non da una donna che pativa le pene dell’inferno accudita dalle anziane, come tutti noi”.
I sei si misero in marcia nell’oscurità e ben presto, in quell’eterna notte, i messaggeri persero ogni cognizione del tempo: da quando erano entrati potevano essere passati pochi minuti come intere ore. Ma probabilmente la loro era solo una sensazione personale.
Dopo quella che parve loro un’eternità, arrivarono al primo bivio. Nalimek prese a destra senza alcuna esitazione e continuarono il loro cammino. Ben presto Redwin e gli assassini si resero conto che sarebbe stato veramente impossibile riuscire ad orientarsi in quel mostruoso dedalo di vie senza essere a conoscenza della strada giusta: davanti a loro si susseguirono un’infinita serie di corridoi, svolte, bivi, crocevia… ogni passaggio era uguale a quello precedente, senza alcun segno di identificazione che permettesse di discernere la strada giusta da quella che ti avrebbe portato allo smarrimento. Fortunatamente, la loro guida sembrava conoscere il Labirinto di Talgar meglio di casa propria e li guidò con precisione infallibile.
Proprio quando a Redwin cominciò a sembrare che l’uscita non sarebbe mai arrivata e che lui e i suoi compagni sarebbero stati costretti a vagare in quell’antro oscuro per l’eternità, Nalimek prese la parola. La sua voce rimbombava in modo sinistro, squarciando il pesante velo di silenzio che li aveva avvolti come un sudario fin da quando avevano abbandonato la luce del sole – Ci siamo quasi. Tra poco saremo nella Cittadella.- Era vero. Dopo un’ultima svolta, si allungò di fronte ai messaggeri un corridoio. In fondo, si intravedeva, luccicante, un esile barlume di luce solare. A quella distanza, lo spiraglio di vita appariva più piccolo della cruna di un ago, certo… ma c’era, e per Redwin era importante. Improvvisamente il Tenente di Dor Ander si rese conto che, alla vista della luce, le sue gambe ansiose avevano aumentato l’andatura. In breve dovette combattere contro se stesso, per impedire al suo corpo di mettersi a correre in direzione del puntino di luce. Aveva l’impressione che, se si fosse fatto prendere dall’entusiasmo, si sarebbe reso ridicolo di fronte ai suoi compagni, calmi e misurati come sempre. E, soprattutto, di fronte al nano.
Quando, finalmente, raggiunsero la luce, i sei dovettero aspettare qualche secondo affinchè la vista, dopo tanto tempo passato nella quasi totale oscurità, si abituasse alla luminosità del sole.
“Un momento” pensò Redwin “Com’è possibile che ci sia il sole… dentro ad una montagna?” Si costrinse ad aprire gli occhi, anche se gli bruciavano terribilmente. Alla vista della Cittadella di Talfgar, il suo cuore quasi saltò un battito. Non aveva mai visto nulla del genere. Decine e decine di austeri edifici in pietra sorgevano su più livelli terrazzati, costruiti con una sorprendente, scientifica regolarità: non c’era un edificio che mostrasse differenze dall’altro: escluse le inevitabili diversità di dimensioni, ogni costruzione era uguale, per decorazioni e conformazione, a quella precedente. I nani non dovevano avere una spiccata propensione all’edilizia.

Ma, in realtà, fu levando gli occhi verso l’alto che Redwin poté contemplare lo spettacolo più incredibile su cui i suoi occhi si fossero mai posati. Centinaia e centinaia di metri sopra la testa dei messaggeri, si apriva un foro dove avrebbe dovuto esserci la cima della montagna, ed era da lì che entrava la luce del sole, pura e lucente come mai, sopra al manto delle nuvole perforato dalla vetta del Bastione dei Giganti. I raggi, però, venivano diffusi in tutta l’enorme cavità da un unico diamante di dimensioni mai viste: su di esso poteva tranquillamente essere costruita una piccola città. La luce, entrando nella gemma, veniva riflessa dalle migliaia e migliaia di sue sfaccettature, che creavano un caleidoscopio di colori che permeava ogni cosa.
Nalimek, vedendo che Redwin, Inelor e Astor osservavano lo spettacolo con la bocca semiaperta dallo stupore, scoppiò in una forte risata e poi li apostrofò, sorridendo allegro:
-Non avevate mai visto la Bianca Gemma di Talfgar, non è vero? Fa questo effetto a molti. Fu scoperta dai nostri padri fondatori ed è il simbolo della nostra città. E’ il nostro tesoro più bello e combatteremmo con la vita, pur di proteggerlo.-
A fianco dell’entrata alla Cittadella era di guardia un manipolo di halfling dello Scudo di Roccia, magnifici nella loro armatura rossa. Guidati da un sergente, quattro soldati si staccarono dal gruppo principale, dirigendosi verso Redwin e i suoi compagni. Nalimek, vedendoli arrivare, si incamminò a sua volta verso le guardie e, alla richiesta di dichiarare le proprie intenzioni, rispose:
-Questi uomini sono ambasciatori e portano un messaggio di grande importanza che deve essere udito solo dalle orecchie del governatore.-
Lo sguardo del sergente si fece duro, ringhiò: – Mi stupisci, Nalimek. Dovresti saperlo che per fare entrare degli stranieri nella Cittadella prima è necessario richiedere espressamente l’autorizzazione a un membro dello Scudo di Roccia che sia almeno del grado di Caporeparto. Se poi pensi di portare questi… assassini- pronunciò la parola come se fosse infetta -dal Governatore Gilderin… allora sei totalmente in errore. E’ impossibile vedere sua Altezza senza almeno due giorni d’anticipo, anche per un ambasciatore. Sai bene che solo i maggiori esponenti di governo dei nostri alleati possono non rispettare questo provvedimento.-
Nalimek sogghignò: -Mi stupisci, Kune, se davvero credi che io non sappia le regole. Beh, tu non sei invece a conoscenza del fatto che questi… assassini, come li hai chiamati… sono i quattro possessori dell’Anello Oscuro, di ritorno dalla missione nella città di Rashgar. Se proprio vuoi impedirgli di vedere Sir Gilderin… sei libero di provarci.- Concluse con un sorriso da un orecchio all’altro, vedendo Kune impallidire visibilmente sotto il cerchietto di bronzo.
-Tutti… tutti e quattro?- Nalimek annuì -E l’altro umano?- Chiese sporgendosi di lato per osservare Redwin, che ancora si stava guardando attorno spaesato.
-Il Tenente di Dor Ander, Redwin della Tempesta.-
Il sergente rimase in silenzio ancora per qualche secondo, assorto nei suoi pensieri, poi annuì a sua volta e disse, con voce fiera:
-Bene. Vi scorteremo al Palazzo. Seguiteci.- Dopodiché rivolse un cenno ai suoi uomini, che si aprirono a ventaglio e circondarono gli ambasciatori, che si misero in cammino dietro di loro.
In breve il gruppo si ritrovò immerso nella folla caotica che riempiva le strade. Inelor, Redwin ed Astor si sentivano letteralmente dei giganti a confronto alle decine e decine di nani ed halfling che li circondavano. Ognuno era occupato, alle prese con le proprie faccende e non degnavano i nuovi venuti di più di un’occhiata. Anche se era insolito che elfi o umani entrassero nella Cittadella, non era raro vedere dei mercanti di passaggio e, in generale, gli abitanti di Talfgar erano abituati a non farsi troppe domande.
Quando poi gli ambasciatori e la loro scorta arrivarono nella Via del Ferro, dove ogni giorno si teneva il mercato cittadino, la situazione si fece se possibile ancora più caotica. Decine di bancarelle dei mercanti sorgevano sul ciglio della strada e i loro padroni decantavano a gran voce le loro merci, mostrandone chissà quali pregi, molti dei quali palesemente fittizi. In ogni caso, il via vai di persone divenne quasi insostenibile mentre mezza Talfgar si riversava nel mercato per fare compere. Le urla dei commercianti si mescolavano al rumore che dominava ogni scenario di mercato, creando un’assordante cacofonia di grida e strepiti. Nonostante le guardie dello Scudo di Roccia che gridavano a gran voce di fare largo agli ambasciatori, l’avanzata si fece sempre più lenta, fino a che il gruppo non si fermò del tutto. Erano totalmente imbottigliati. Redwin, impaziente come sempre, si rivolse a Nalimek con aria stizzita.
-Non è proprio possibile avanzare più velocemente di così? E’ inconcepibile che degli ambasciatori stranieri in visita alla città siano costretti ad ascoltare un mercante mezzo ubriaco berciare che il suo pesce è il più fresco di tutta Ayros!- Sibilò indicando con un cenno del capo il mercante di cui, in effetti, stava parlando.
Nalimek lo guadò con sufficienza e borbottò, con la voce dolce e lenta che solitamente si riserva ai bambini capricciosi e testardi:
-Capisco che siate impaziente di incontrare il Governatore, signor ambasciatore, ma temo proprio che questa sia l’unica via… Certo, a meno che non vogliate fare tutto il periplo della città ed entrare a Palazzo dalla porta secondaria che si affaccia su Piazza Garirgaz… Le assicuro che sarebbe un’entrata in scena veramente poco adatta per un ambasciatore del suo calibro- il nano sogghignò a quelle parole -E, soprattutto, temo che si consumerebbe l’intera suola degli stivali prima ancora di arrivare in vista del palazzo. Le posso assicurare che la città è di dimensioni enormi, costruita ed ampliata nel corso dei secoli da generazioni e generazioni di nani carpentieri- Concluse con un amabile sorriso che si allargava da un orecchio all’altro.
Redwin aggrottò le sopracciglia nel Alla fine decise di inghiottire l’amaro boccone e di tirare avanti, anche se per un attimo toccò l’elsa della poderosa spada, come ad assicurarsi che fosse ancora lì nel caso che il nano tentasse un ulteriore insulto.
Gli ambasciatori e la loro scorta impiegarono quasi un’ora a farsi strada nella folla della Via del Ferro e finalmente, quando il muro umano cominciò lentamente a diradarsi, si sentivano esausti, come se avessero dovuto aprirsi la via a colpi di spada in mezzo ad un esercito di Orchi infuriati. Proprio quando erano sul punto di imboccare il Vicolo degli Ottoni, una strada decisamente meno affollata che, ai loro occhi appariva come il miraggio di un’oasi per un uomo perso nel deserto, un acuto grido proveniente dalle loro spalle li costrinse a fermarsi di botto. Gli assassini, come mossi da un sesto senso, individuarono la fonte dell’urlo molto prima dei compagni, che ancora si guardavano attorno spaesati: un ragazzo halfling, che non doveva avere più di quindici anni, aveva avuto la bella idea di rubare un paio di pagnotte e un pezzo di carne dalla bancarella di un vecchio mercante e ora se la stava dando a gambe, mentre il nano derubato lo inseguiva dappresso, chiedendo a gran voce che il ladro venisse fermato. Il ragazzo, vestito di miseri stracci e dal volto scavato e sporco, si fece abilmente strada in mezzo a bancarelle ed acquirenti, fendendo la folla a incredibile velocità. Si sapeva muovere molto bene e lo dimostrò quando, per evitare un carro che occupava praticamente tutta la strada, si gettò a terra e gli scivolò agilmente sotto, per poi rizzarsi nuovamente in piedi e riprendere la fuga come niente fosse.
Ormai il vecchio mercante era rimasto piuttosto indietro e, col fiato corto, implorava che qualcuno lo aiutasse, senza però riuscire a suscitare l’attenzione dei passanti, la maggior parte dei quali si limitavano ad ignorarlo. Il giovane halflig, nella sua fuga, imboccò la Via degli Ottoni, proprio dove si erano fermati gli ambasciatori e la loro scorta. Se fu stupito alla vista dello strano spettacolo di quattro uomini ammantati di nero affiancati da un guerriero armato di una spada gigantesca e da un gruppetto di armigeri dello Scudo di Roccia, non lo diede a vedere. Ignorò gli insistenti ordini dei soldati e continuò a correre verso di loro, incurante di tutto, totalmente assorto. Vedendo il ragazzo farsi sempre più vicino, gli halflig dello Scudo gli intimarono un’ultima volta di fermarsi e poi, seguendo il comando di Kune, abbassarono le lunghe alabarde di ferro nero. Troppo tardi. Il ragazzo si abbassò di scatto, fece lo sgambetto ad uno dei soldati, lasciandolo a terra lungo disteso, evitò la punta dell’alabarda di un’altra delle guardie e poi si mise a correre ancora più veloce: tra lui, la libertà e un lauto pasto ben guadagnato si frapponevano soltanto l’imponente guerriero, totalmente sbigottito, e i quattro uomini nerovestiti. Il giovane ladro scivolò di fianco all’umano e poi scartò di lato, tentando di evitare gli assassini. Non fu così fortunato. Astor, con un movimento praticamente impercettibile a occhio nudo, alzò un braccio ammantato di nero e agguantò l’halfling per la collottola, costringendolo a fermarsi e portandolo al proprio fianco. Il ragazzo, senza fiato, tossiva e sputacchiava per tentare di scacciare la sensazione di occlusione che ora gli chiudeva la gola. Il suo sguardo si posò sulla mano di Astor, che ora si trovava sulla sua spalla, e i suoi occhi si spalancarono totalmente quando vide l’Anello Oscuro, che l’umano portava al medio della mano destra e che sembrava quasi risucchiare la luce che lo circondava. Con gli occhi sgranati, il giovane ladro alzò lo sguardo al viso dell’uomo, che lo guardava con severità. Astor abbassò la testa fino ad avere le labbra di fianco all’orecchio del giovane e gli sussurrò:
-Questo non è il tuo posto né il modo giusto di procurarsi da vivere. Vai a Singarston. Chiedi dell’Accademia Oscura. Dì che ti manda il Maestro Astor. E quella la tua nuova casa.- La sua voce era quasi impercettibile ma l’halling lo capì. Annuì con sguardo serio e poi corse via, mentre udiva dietro di sé l’uomo che gli aveva mostrato la via della sua vita gridare alle guardie che era tutto a posto e che lo dovevano lasciar andare.
Fingord osservò con un sorriso il futuro assassino allontanarsi di gran carriera e poi si voltò verso Astor, che aveva lo sguardo perso in lontananza, come preda dei propri ricordi. Aveva sempre avuto un debole per i ragazzi di strada, Astor. Forse perché gli ricordavano la sua infanzia poco felice.
Pochi attimi dopo, mentre il gruppetto stava per rimettersi in marcia, li raggiunse l’anziano mercante derubato dal ragazzo. Aveva il fiato grosso e sembrava che le sue guance rubizze fossero sul punto di scoppiare mentre inalava quanta più aria poteva ma trovò comunque la forza di rivolgersi ad Astor con aria di rimprovero.
-Perché lo avete lasciato andare? Lo avevate preso! Ora chi mi ripagherà il cibo che quello sciagurato ha rubato? Mi dovete delle spiegazioni, Uomo del Sud!-
Astor non rispose e si rimise in cammino insieme ai suoi compagni. Si limitò ad infilare una mano tra le ampie pieghe del suo mantello, da cui estrasse una luccicante moneta d’oro, che gettò ai piedi del vecchio mercante. Questi trattenne il fiato per lo stupore. Una moneta d’oro di Singarston valeva più del cibo di cui era stato derubato. Molto di più. Era una piccola fortuna e, con essa, avrebbe potuto smettere di lavorare e vivere piuttosto agiatamente fino alla fine dei suoi giorni. La raccolse da terra con mani tremanti e alzò gli occhi pieni di lacrime sull’uomo vestito di nero che si stava lentamente allontanando lungo la Via degli Ottoni insieme ai suoi compagni e pregò silenziosamente il Dio della Terra, Drurig, perché benedisse per sempre il generoso Uomo venuto dal Sud.
Fortunatamente, superato il non trascurabile rallentamento in Via del Ferro, l’andirivieni di persone si fece sempre più rado, mano a mano che salivano verso le parti più alte della Cittadella. In una ventina di minuti di cammino gli ambasciatori furono in vista del Palazzo Governativo. L’edificio era tozzo e austero, le decorazioni semplici e militaresche; nessuno, vedendolo da lontano per la prima volta, avrebbe pensato che quella era, da centinaia di anni a questa parte, l’abitazione dei governatori di una delle maggiori città di Ayros. L’intera costruzione era circondata da un alto muro di cinta guardato a vista da decine di guerrieri dello Scudo di Roccia e l’unica via per accedere al complesso principale era rappresentata da un imponente cancello di ferro battuto, impreziosito da fregi a sbalzo di bronzo ed ottone. Quando Redwin, gli assassini e lo loro scorta giunsero a pochi passi di distanza dal cancello, le cinque guardie di stanza intimarono di fermarsi e quello che doveva essere il più alto in grado chiese con voce dura il motivo che li aveva spinti sino alle porte del “Palazzo”.
Nalimek, un sorriso che gli illuminava il volto spigoloso, si fece avanti, evidentemente orgoglioso del fatto di stare conducendo importanti ambasciatori dal Governatore, ma Fingord lo trattenne afferrandolo per una spalla.
-Lascia fare a me- Gli sibilò all’orecchio, un ghigno che metteva in mostra i denti bianchissimi. Si rivolse poi al capitano delle guardie che, lo si capiva dalle mostrine che gli decoravano il pettorale dell’armatura, copriva il ragguardevole grado di Capitano. Ben pochi, nello Scudo di Roccia, riuscivano a dare la scalata alla gerarchia militare e a raggiungere quell’ambito livello, secondo solo a quello di Generale. Solo i più duri o i più geniali riuscivano nell’impresa –Ehi tu!- Gridò rivolgendogli un insolente cenno del capo. Lo sguardo del capitano si fece immediatamente più duro –Brutto nanerottolo vestito di rosso! Sì, dico a te!-
Nalimek rivolse uno sguardo allarmato all’assassino al suo fianco. Era forse uscito di senno? Quello che stava importunando era il capitano Thaland… Era noto in tutto l’esercito per la poca pazienza e per l’impulsività. Una volta era arrivato ad assestare a una recluta un manrovescio tale da farle perdere un paio di denti solo perché aveva sorriso alla battuta di un compagno mentre il Capitano passava… Non era sicuramente un tipo da apostrofare a quel modo. Avrebbe potuto ordinare ai suoi uomini di attaccarli senza pensarci due volte, se Fingord non la smetteva, e sicuramente anche la scorta che li aveva accompagnati fin lì si sarebbe rivoltata contro di loro. Thaland godeva di moltissimo rispetto e, all’interno dello Scudo di Roccia, qualunque halfling avrebbe dato la vita per lui senza la minima esitazione. Secondo alcune indiscrezioni il Generale prendeva una decisione solo dopo aver consultato Thaland e aver ottenuto la sua autorizzazione, temendo che il Capitano potesse capeggiare un colpo di mano per privarlo del potere, se scontento della sua condotta.
-Fingord, signore…- Sussurrò Nalimek tentando di fermare l’assassino, la voce incrinata dalla paura. Purtroppo, Fingord non diede segno di aver anche solo sentito le sue parole e tirò avanti per la sua strada come niente fosse, gridando:
-Vieni qui, forza! Voglio fare una bella chiacchieratine con te. Cos’è? Non vieni? Quella ridicola armatura pesa così tanto da impedirti di muoverti o quando ti hanno dato quelle mostrine sei diventato così stupido da non riuscire a capire le mie parole? Forse dovrei parlare più lentamente… Tu cosa ne pensi, Raduin?- Chiese voltandosi verso il suo compagno, che scoppiò in una fragorosa risata.
Nalimek sbarrò gli occhi. Non poteva credere a quello che stava succedendo. Ormai era troppo tardi: gli occhi del Capitano Thaland si erano ridotti a due sottili fessure cariche di ostilità e la mano che impugnava la lunga alabarda di ferro nero si strinse così tanto che le nocche sbiancarono. Digrignando i denti, il Capitano cominciò ad avanzare verso gli assassini, impugnando l’alabarda anche con la mano sinistra e assumendo la complessa posizione da combattimento di Oledin, in cui lui era maestro: la mano sinistra stringeva l’impugnatura dell’arma più in alto di quella destra, con il dorso rivolto verso il viso di Thaland. In questo modo, il bracciale d’acciaio laccato di rosso che ricopriva l’avambraccio sinistro del Capitano arrivava quasi a toccare la sua fronte.
Attorno a loro i soldati dello Scudo di Roccia, compresi quelli della scorta, stavano impugnando saldamente le alabarde e quelle di guardia al cancello le stavano già abbassando mentre, attorno a loro, si stava radunando una piccola folla di curiosi. “E’ finita” pensò Nalimek con un brivido “Una missione di ambasceria si è trasformata in uno scontro all’arma bianca… non poteva andare peggio di così” Sospirò ed estrasse lentamente l’ascia pronto, nel caso, a brandirla contro gli assassini. Andava incontro a morte certa, lo sapeva, combattendo contro i portatori dell’Anello Oscuro, ma il suo codice d’onore da soldato gli imponeva di non voltare le spalle per alcun motivo ai suoi compagni.
Quando il Capitano fu così vicino a Fingord da poterlo toccare se solo avesse allungato un braccio, ruggì:
-Hai cinque secondi per smetterla di sogghignare come un idiota e per leccarmi le scarpe chiedendo scusa in cento lingue diverse se non vuoi che ti apra la pancia con la mia alabarda per vedere di che colore sono le tue viscere. Signore.- Concluse con un sorriso feroce, come se si fosse ricordato solo in quel momento delle buone maniere. Come ebbe finito di parlare, tutti i soldati dello Scudo di Roccia presenti spianarono le alabarde verso il gruppo di messaggeri, i volti duri e imperscrutabili.
Fingord scoppiò a ridere un’altra volta.
-Thaland, Thaland, brutto muso che non sei altro! La tua unità dovrebbe chiamarsi Testa di Roccia, non Scudo!- Disse sghignazzando e abbassandosi il cappuccio con un rapido movimento. Alle sue spalle, Raduin fece lo stesso, rivelando le sembianze del suo volto.
Vedendoli, il Capitano Thaland sbarrò gli occhi, lasciando cadere l’alabarda, che al contatto con il suolo provocò un sordo rumore metallico. Poi scoppiò a ridere a sua volta.
-Fingord! Dovevo capire chi si nascondeva sotto quel cappuccio! Solo tu hai un tale rozzo linguaggio da scaricatore di porto! A quanto pare anche se al dito porti l’Anello Oscuro, non ti sei alzato neanche di una spanna, povero, basso, stupido halfling dalla testa dura! E guarda un po’, qui c’è anche Raduin, il tuo inseparabile compagno…- Continuò voltandosi verso il nano con un largo sorriso.
– Caspita, sembra passata un’eternità da quando mi inseguivate lungo Via del ferro tirandomi dietro i vostri stupidi coltelli di legno perché mi decidessi a imparare ad usarli anche io!-
Mentre il Capitano continuava a parlare delle sue esperienze giovanili in compagnia di Fingord e Raduin, Nalimek lo guardava a bocca aperta, incredulo. Non aveva mai saputo che Thaland aveva conoscenze nell’Accademia Oscura. Né, men che meno, lo aveva mai visto sorridere, da quando aveva iniziato il servizio militare. Sollevato, appese nuovamente l’ascia alla cintura, contento di non doverla usare contro gli ambasciatori.
Thaland si rivolse con voce burbera verso i soldati dello Scudo di Roccia, che ancora brandivano le alabarde, diffidenti:
-Mettete via le armi, idioti, o vi mando a scavare latrine a Rashgar! Questi sono amici che non vedo da tantissimo tempo e ospiti di riguardo. Aprite il cancello: è ora che i messaggeri vedano il Governatore. E prima sarà, meglio sarà, così poi potremmo sederci davanti a un bel boccale di birra in una locanda della Città Bassa e parlare con calma dei vecchi tempi! Seguitemi – Disse quindi con un sorriso, rivolto a Fingord, Raduin e i loro compagni, mentre alle sue spalle i soldati abbassavano le alabarde e si affrettavano ad aprivano il cancello   –Tempo qualche minuto e potrete parlare con il Governatore. Spero che abbiate notizie tanto importanti da scomodarlo o sarò io ad essere spedito a scavare le latrine, e non queste teste di legno che mi ritrovo come guarnigione.-
I soldati, nonostante fossero sgomenti per la nuova piega presa dalla situazione, si affrettarono ad abbassare le armi e ad aprire il grande cancello, che si spalancò scivolando silenziosamente sui cardini ben oliati. Nalimek tirò un sospiro di sollievo, lasciando ricadere la sua ascia nella fondina che portava alla cintura. Non gli piaceva minimamente il fatto di poter essere stato a un passo dall’impugnarla contro gli ambasciatori proprio ora che cominciavano a stargli simpatici.
Il gruppo, guidato solo dal Capitano Thaland che ancora rideva in compagnia dei suoi vecchi amici, si addentrò nel giardino che circondava il palazzo, mentre la loro scorta, adempiuto al compito di scortarli fino a Palazzo, riprendeva la via del ritorno. Il Parco di Palazzo, com’era comunemente chiamato dal volgo, ospitava innumerevoli specie vegetali diverse che crescevano rigogliose pressoché ovunque nel tratto d’erba che separava il muro di cinta e il corpo principale del Palazzo, curate dai migliori giardinieri della città. Nonostante il rigido clima che si avvertiva sulle pendici del Bastione dei Giganti, al suo interno la temperatura era molto più sopportabile, tanto da permettere la sana crescita di alcune particolari piante che potevano essere trovate, in natura, solamente nelle vaste giungle del sud di Ayros. In ogni caso, Redwin e i suoi compagni non ebbero il tempo di ammirare lo straordinario spettacolo rappresentato dal Parco di Palazzo: finalmente avevano la possibilità di portare a termine la loro missione e di parlare a Sir Gilderin, e non era certamente il caso di rimandare l’incontro per osservare qualche fiorellino quando metà delle legioni della Gilda stavano per riversarsi su Ayros.
Così, seguendo a ruota Thaland, il gruppo giunse a passo di marcia presso le porte del Palazzo. I due soldati di guardia, come al solito appartenenti allo Scudo di Roccia, alla vista del Capitano scattarono marzialmente sull’attenti e, con un rapido movimento del braccio, spalancarono l’ampio ingresso a due battenti, permettendo agli ambasciatori di entrare senza dover fermarsi nemmeno un momento. Una delle guardie, una volta aperta la porta, scambiò un rapido sguardo d’intesa con il suo compagno e poi, poggiata l’alabarda alla colonna che decorava il frontone del palazzo, corse via, diretto verso il cuore dell’edificio.
Thaland si rivolse ai messaggeri, notando che guardavano incuriositi il soldato che si allontanava di gran carriera: -Tutte le guardie del Palazzo sono state addestrate in modo che avvisino il Governatore ogni volta che uno straniero accompagnato da un militare di alto grado fa il suo ingresso nella struttura, in modo che il Governatore possa essere avvertito e si avvii per farglisi  incontro… E’ una nuova idea del Generale Corzag- Concluse con uno sbuffo. Era facile intuire che fra il Capitano Thaland e il Generale dello Scudo di Roccia non scorresse quello che si suol dire buon sangue.
Dopo qualche secondo di camminata in silenzio lungo il corridoio che rappresentava l’arteria principale all’interno del Palazzo e per mezzo del quale si poteva attraversare l’intero complesso edilizio senza mai svoltare, Thaland si rivolse nuovamente al gruppo di messaggeri, sentendosi in dovere, nonostante l’addestramento militare, di fare da cicerone: -In questo momento ci stiamo dirigendo verso la Sala del Consiglio, che sorge esattamente al centro del Palazzo. Il Governatore è solito essere lì a quest’ora, per discutere degli affari di governo con i suoi burocrati… Pff, burocrati- lo sentì borbottare tra i denti Fingord. L’halfling sorrise. A quanto pare più di una cosa, nell’amministrazione della città, non andava a genio al suo amico d’infanzia. -Le stanze personali di Sir Gilderin invece- Riprese il Capitano – si trovano nell’ala Est del Palazzo che, naturalmente è quella maggiormente protetta. Ad ogni modo, anche i maggiori ufficiali dell’esercito alloggiano all’interno del Palazzo. Solo al Generale dello Scudo di Roccia, ai suoi tre Capitani e al Colonnello dell’esercito regolare è permesso di abitare all’interno della struttura. Le loro abitazioni sorgono invece nell’ala Sud. Ed è lì che abito anche io, naturalmente, in quanto Capitano. Nell’ala Nord invece, quella che stiamo attraversando in questo momento, si trovano gli alloggi della servitù. L’ala Ovest è adibita alle funzioni di servizio, con le cucine, i magazzini e l’armeria.
-Il Palazzo fu costruito da Aergelor il costruttore nello stesso periodo in cui edificò la città stessa. In seguito, ogni nuovo Governatore ha ampliato, chi più chi meno, il proprio palazzo, che in tal modo risulta essere in continua evoluzione. In effetti, fu solo con il nostro trentasettesimo governatore, Felukkun Ascia Rossa, che vennero edificate le abitazioni militari interne al palazzo, ma in realtà fu il suo successore, Narek-Dar il Guerriero- L’interminabile sproloquio del Comandante, improvvisamente reso estremamente loquace dalla prospettiva di narrare a qualcuno l’intera storia di Talfgar, fu interrotto dall’improvviso spalancarsi di una porta sulla loro destra.
Il Comandante ammutolì e si fermò di colpo rivolgendosi con un sussurro ai messaggeri che lo seguivano: -La porta che si è appena aperta è quella che conduce alla Sala del Consiglio. Preparatevi a incontrare il Governatore- Quindi si mise sull’attenti con un leggero colpo di tacchi.
Dalla soglia emerse un gruppetto di guerrieri dello Scudo armati di tutto punto, accompagnati dalla guardia senza fiato che, sulla porta, era corsa via per avvertire il Governatore degli stranieri che erano entrati a Palazzo. Seguì uno stuolo di nobili, nani ed halfling, imbacuccati in vesti dai colori sgargianti, evidentemente i burocrati di cui Thaland aveva parlato poco prima. Dietro di loro a chiudere la fila, venivano un halfling e un nano. L’halfling, vestito di un’armatura di rame decorata con motivi di fiamme, portava inciso sul pettorale il grado di Generale. Alla sua destra, un nano dalla lunga barba bianca rivolse un penetrante e  fiero sguardo ai messaggeri, come se volesse capire, solo guardandoli, quali fossero le loro intenzioni. Redwin e i suoi compagni si misero sull’attenti, rendendosi conto di essere al cospetto di Sir Gilderin Farden Grande Martello, secondo del suo nome,
quarantaquattresimo Governatore di Talfgar la Rocciosa.

CAPITOLO III

Il Capitano Drivold sguainò la sua spada con un movimento fluido e parò senza difficoltà il colpo del suo aggressore. Al violento scontro le due lame liberarono una luminosa scia di scintille che andò a spegnersi innocuamente sul campo di terra battuta. Drivold si guardò rapidamente attorno, cercando qualcosa, qualunque cosa, che potesse aiutarlo a sbrogliarsi dalla situazione di stallo in cui lui e il suo avversario erano finiti. Non vedendo nulla di utile, decise con un sorriso di passare ad un approccio diretto. Con il braccio sinistro andò a disimpegnare la propria spada, spostando quella dell’avversario sfruttando il bracciale di robusto cuoio che aveva indossato per tirare con l’arco. Quindi si abbassò e mollò una fortissima gomitata nello stomaco del nemico, che si ritrovò a sputare fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni in un unico sospiro che lo lasciò senza fiato. Per finire, il Comandante gli affibbiò un colpo di piatto al braccio con la spada, facendogli cadere l’arma nella polvere.
Drivold puntò la sua lama contro la gola dell’avversario e i due rimasero fermi in quella posizione, come pietrificati, prima che il Comandante scoppiasse a ridere. Una risata liberatoria, fresca, che fu accompagnata da uno scroscio di applausi da parte del folto gruppo di reclute che li guardavano ad occhi aperti formando un arco attorno a loro: -Hai perso di nuovo, Maerither!- sogghignò Drivold rinfoderando la sua spada.
-Prima o poi riuscirò a farvi mangiare la polvere Capitano…- Borbottò amareggiato l’altro, un uomo enorme alto quasi sette piedi e largo quanto il cucciolo di un Orso Grayl delle Montagne, raccogliendo stancamente la propria dal terreno.
Drivold rise di nuovo e lanciò uno sguardo luminoso al sottotenente –Solo il giorno in cui Grefla mi staccherà una gamba a morsi e Urbak spunterà con tutti i suoi Stregoni da sotto il mio letto, vecchio mio!- Prese con un cenno di ringraziamento la pezzuola che gli porgeva una delle reclute e cominciò a detergersi il viso, imperlato di sudore a causa dello sforzo fisico a cui era stato sottoposto.
-E… Capitano?- Continuò il sottotenente Maerither mentre il pubblico che li attorniava poco a poco si disgregava e alcuni soldati si allontanavano alla spicciolata, raggiungendo chi gli spogliatoi chi lo spazio adibito al tiro con l’arco.
-Sì, sottotenente?-
-Quel suo colpo di piatto con la spada… L’ho sentito. Non vorrei non poter più usare la spada per colpa sua… Stanotte mi verranno i lividi, com’è vero che il dio Arnath ci protegge tutti con la sua luce immensa.-
-Non sapevo foste una femminuccia bigotta, sottotente… Sembrate più timido di una ragazza alla sua prima notte di nozze- Rispose il Comandante buttandogli addosso la pezzuola e allontanandosi in direzione della caserma, dove di lì a poco si sarebbe tenuta la seduta straordinaria del Consiglio della Difesa. Il Sottotenente scosse la testa alle sue parole, con un sogghigno che somigliava di più ad una smorfia di dolore che a una manifestazione di gioia.
Poco più avanti, Drivold fece un fischio penetrante e una gigantesca figura si drizzò sulle zampe, stiracchiandosi come un gatto prima di trotterellare al fianco del suo compagno. Giunto alla porta della caserma, Drivold la spalancò con un colpo secco del braccio, proseguendo senza degnare nessuno di una seconda occhiata. Solo di fronte alla soglia della Sala del Consiglio si costrinse a fermarsi. Tese l’orecchio. Qualcuno, dentro, stava parlando, come minimo tre persone ma, nonostante i suoi sensi finissimi, il Capitano non riuscì a capire nulla di quello che stavano dicendo, a causa delle spesse assi di legno che lo separavano dall’altro ambiente. Gli altri erano già dentro. Sospirò e aprì la porta con un gesto lento e controllato. Era il Comandante della difesa di Dor Ander, certo, ma non poteva permettersi di oltrepassare l’ingresso sbattendo la porta come se stesse entrando in un’osteria. Non con i quattro uomini più potenti dell’esercito a osservarlo.
Al suo ingresso, i quattro smisero immediatamente di parlare e Drivold pensò amareggiato che stessero sparlando di lui. Si sedette all’unica sedia libera attorno al tavolo circolare e volse il suo sguardo verso i presenti. Erano venuti tutti, a quanto pare. Il Colonnello Bertery e il suo impeccabile seguito,  i tre Tenenti-Colonnelli Aryer, Dereck e Strumm, lo stavano squadrando con aria di distaccato rispetto. Non poteva sperare di ricavare molto di più che del rispetto da loro, il Capitano. Ma tanto gli bastava. Per passare serate piacevoli aveva Redwin e Maerither e non aveva la minima intenzione di farsi inacidire la birra di Nonna Spinkle solo per dare l’impressione che il Colonnello Bertery e i suoi tirapiedi gli piacessero almeno un po’.
Al suo fianco, l’animale che lo aveva seguito fin dal campo di addestramento si stiracchiò nuovamente e si acciambellò per terra con uno sbadiglio soddisfatto. Finalmente Drivold si decise a parlare. Sospirò e borbottò, facendo scorrere lo sguardo su tutti i presenti e soffermandosi con cura sul volto di ognuno, per catturarne qualsiasi reazione: -Come credo già sappiate, il Tenente Redwin ne ha fatta un’altra delle sue. Le guardie della Porta Sud lo hanno visto correre a cavallo verso Talfgar assieme a un gruppo di persone incappucciate. Sembrava che avessero il diavolo che gli correva dietro, tanto andavano veloci.- Fece una pausa per permettere agli ascoltatori di assorbire bene le sue parole quindi riprese –Inoltre, suppongo che ognuno di voi abbia visto la nave della Gilda attraccata ai nostri moli. Mi sembra inutile aggiungere che i misteriosi compagni di viaggio di Redwin siano arrivati proprio a bordo di quella imbarcazione, dato che ci sono moltissimi testimoni, dai soldati andati ad affrontarli sul molo insieme a Redwin fino allo stalliere, che gli ha fornito i cavalli per il viaggio. Ora- e qui fece un’altra pausa, incrociando le dita delle mani di fronte al proprio naso –Spero proprio che i quattro uomini misteriosi non siano chi penso io. O siamo in guai seri.- Quindi tacque, lo sguardo che si perdeva come in lontananza, assorto nei propri pensieri.
Gli uomini restarono ad osservarlo in silenzio per qualche secondo, finché il Colonnello non lo riscosse borbottando un –Signore?- Drivold ebbe un tremito, come se le parole di Bertery lo avessero risvegliato dal sonno, quindi scosse la testa e gli fecce segno di andare avanti con un cenno del capo.
-Signore? Beh… non vorrei apparire disinformato ma… chi pensa che sia sbarcato, di preciso, da quella nave?- I Tenenti-Colonnelli restarono in silenzio e annuirono, dimostrando la loro totale approvazione per le parole del Colonnello.
-Io peno- disse Drivold con un nuovo sospiro, appoggiando gli stivali sul solido tavolo e allungando le stanche gambe –Che i portatori dell’Anello Oscuro siano finalmente tornati ad Ayros. Il “fortunatamente” dipende dalle diverse opinioni. Io, personalmente, penso che se veramente Inelor e i suoi sono tornati, allora ci troviamo in una gran brutta situazione.-
Il Colonnello deglutì vistosamente e il Tenente-Colonnello Strumm aprì la bocca e poi la richiuse subito, come temendo le parole che sarebbero potute uscire dalle sue labbra. Gli altri due si limitarono ad osservare in silenzio il Comandante, attenti ad ogni sua parola, come temendo che se ne avessero persa anche solo una si sarebbero trovati tutte le legioni della Gilda a bussare alla porta della Sala delle Udienze.
-Ora- riprese Drivold appoggiando nuovamente i piedi a terra e rivolgendo uno sguardo grave a tutti i presenti –Sono qui per chiedere il vostro parere. Vogliamo aspettare di saperne di più su questi misteriosi uomini ammantati di nero che sono sbarcati da una nave della Gilda e hanno mostrato tanta fraternità? Oppure vogliamo organizzare un qualche tipo di difesa prima di essere svegliati la mattina dalle grida da guerra degli Stregoni di Urbak invece che dai canti dei nostri galli? A voi la scelta, signori. Dor Ander la Magnifica ha bisogno di uomini e donne che prendano rapide e importanti decisioni. E ne ha bisogno ora.-
I cinque ambasciatori, accorgendosi che il nano li stava osservando da dietro lo stuolo di guardie, abbassarono il busto in un rispettoso inchino e rimasero fermi in quella posizione, immobili, fino a che la voce imperiosa del Governatore gli intimò di alzarsi.
Il nano che comandava sull’intera Talfgar appariva estremamente nobile e il suo sguardo indagatore nascondeva quella che sembrava una viva curiosità, che gli accendeva le pupille di una luce particolare. Sir Gilderin indossava una semplice tunica bianca che lo ricopriva per tutta la sua altezza, alquanto ragguardevole se la si attribuiva a un nano. La barba, lunga e raccolta in treccine, candida e immacolata, quasi si confondeva con i suoi chiari indumenti, nonostante i ricchi gioielli d’oro massiccio che la impreziosivano notevolmente, testimoniando la sua nobiltà. Stranamente, nonostante l’enorme ricchezza di metalli preziosi disponibile al popolo dei nani, che fin dall’alba dei tempi avevano vissuto come artigiani e commercianti di monili, questi avevano optato per una scelta di materiali molto più sobri per la corona del loro Governatore: una spessa banda di rame rosso, venato di sottili linee d’acciaio puro che entravano grandemente in contrasto con il colore vermiglio del rame era appoggiata sul capo canuto di Sir Gilderin. Si trattava di una corona grande e tozza, che risaliva ai primi nati che avevano messo piede su Ayros dopo il Grande Cataclisma e doveva sicuramente avere un peso considerevole. Nonostante questo il Governatore la portava con estremo orgoglio e regalità, senza che il suo collo mostrasse il minimo segno di affaticamento a causa del carico che era costretto a portare tutti i giorni, per molte ore consecutive.
Sir Gilderin, nonostante l’ampio ventre che lo identificava come un amante del cibo e della birra dei nani, non doveva essere confuso con alcuni dei flaccidi Governatori che nel passato avevano governato la Rocciosa, dimostrando di essere estremamente abili ad attaccare un cosciotto di Montone Gigante ma molto meno ad assaltare il nemico in tempi difficili: le ampie e pesanti membra del Governatore nascondevano infatti una tremenda forza, testimoniata dal fatto che, anche durante le burocrazie di tutti i giorni, indossava sotto alle candide vesti una cotta di maglia completa, che serviva per rimanere sempre in esercizio ed evitare che i muscoli perdessero di tonicità.
Un altro particolare da cui si intuiva lo spirito battagliero di Sir Gilderin era il massiccio martello da guerra che gli pendeva al fianco, appeso ad una cintura di morbido cuoio nero. Il Maglio Reale, anch’esso risalente al periodo seguente al Grande Cataclisma, durante il quale nani ed halfling erano ancora pressoché divisi e governati da un re, era una grande arma con la testa di durissimo Diamacciaio delle Miniere Settentrionali, che si diceva potesse sbriciolare la pietra e spezzare l’acciaio, e con il manico di robusto legno ricoperto di strisce di cuoio nero, a loro volta impreziosite da decori in finissimo argento della Valle Straninger.
Inelor e i suoi compagni assassini osservando il Governatore riuscirono ad individuare tutti questi particolari e molti altri, da cui trassero miriadi di altre deduzioni che gli permisero di capire al meglio chi avevano di fronte. Sembrava una persona affidabile e abituata a combattere una guerra. Ma sarebbe rimasto nobile e composto anche di fronte a un esercito completo della Gilda accampato fuori dalle sue porte? Era tutto da vedere. E probabilmente, se un miracolo di Arnath non li avesse salvati facendo annegare Urbak e tutta la sua marmaglia, Inelor e gli altri avrebbero avuto modo di lì a qualche giorno di appurare con i loro occhi.
-Ebbene?- Si rivolse loro il Governatore, lo sguardo come al solito nobile e altezzoso, che aveva abbandonato ogni traccia della momentanea curiosità che gli aveva per un attimo attraversato gli occhi.
A quanto pare il Governatore sa ben mascherare le proprie emozioni… pensò Inelor alzando lentamente il bacino e rimettendosi in posizione eretta Ma se pensa di poter ingannare i portatori dell’Anello Oscuro… allora è molto meno saggio di quello che sembra in realtà.
Fingord decise prendere la parola. Si rivolse a Sir Gilderin dicendo un semplice
–Signore?-, in modo da ottenere la sua attenzione. Quindi, vedendo che il Governatore lo stava osservando, sollevò la mano destra mostrando l’Anello Oscuro, subito imitato da tutti i suoi compagni. Alla vista del gioiello, una sorta di oscuro monito per tutte le alte sfere governative di Ayros, Sir Gilderin e il Generale Corzag si accigliarono, mentre lo stuolo di guardie e burocrati che accompagnava il Governatore fu percorso da mormorii stupiti. Sir Gilderin sospirò e a quel suono immediatamente tutti tacquero. –Ho sempre sperato di non dover mai vedere quegli anelli in vita mia- sussurrò e subito tutti capirono la gravità della situazione. Molti infatti erano a conoscenza che i portatori dell’Anello Oscuro erano impegnati in una missione molto importante ma ben pochi erano a conoscenza del suo vero fine.
-Suppongo che vogliate parlarmi in privato…- Borbottò nuovamente, quindi fece un gesto inequivocabile con la mano, ordinando al suo seguito di andarsene. –Voi no- aggiunse subito dopo rivolgendo un cenno stanco al Generale Corzag e ai Capitani Thaland, Kirghish e Limar . Il vecchio amico di Raduin e Fingord venne per un attimo colpito da un forte stupore, non aspettandosi di essere accolto in un Consiglio di tale entità. Ma immediatamente dissimulò le proprie emozioni e assunse un’aria di freddo distacco militare, mettendosi sull’attenti.
Nalimek gettò uno sguardo d’intesa agli ambasciatori, sussurrò a denti stretti un “Buona Fortuna” e si allontanò a passo pesante, gettandosi continue e ansiose occhiate all’indietro.
Il Governatore fece per aprire nuovamente la porta della Sala del Consiglio, da cui era uscito un attimo prima, quando si accorse che le sue guardie erano rimaste immobili al suo fianco.
-Cosa ci fate ancora qui?- Gli si rivolse gettandogli un’ occhiata torva.
-Ma… Signore? E la sua sicurezza? Non può rimanere senza scorta.- Balbettò il più alto in grado, un colonnello.
Lo sguardo di Sir Gilderin si fece di fuoco, tanto che le sue guardie fecero istintivamente un passo indietro. –Credete davvero di potermi difendere meglio di tutti e quattro i portatori dell’Anello Oscuro- ringhiò.
-Sissignore… Cioè, nossignore… Ecco noi…- Ricominciò a balbettare il colonnello, visibilmente agitato. La rabbia di Sir Gilderin doveva essere non proprio una passeggiata, da affrontare –Sono le nuove disposizioni del Generale Corzag, signore… Lei non deve mai restare senza scorta- concluse mettendosi rigidamente sull’attenti e rivolgendo al Generale una muta richiesta d’aiuto.
Corzag, un’halfling basso e gracile, che sicuramente doveva essere famoso per la proprie alte capacità strategichea piuttosto che per la propria abilità in combattimento, scosse la testa e fece cenno al colonnello e alle sue guardie di andarsene. Il soldato, anche se contrariato, annuì e batté i tacchi, allontanandosi in formazione insieme al resto della scorta.
Sir Gilderin sbuffò, aprì la porta ed entrò, precedendo tutti gli altri. La Sala del Consiglio di Talfgar era ben arredata, con un lungo tavolo di legno di pino, ingombro di carte e mappe, che occupava il centro della stanza. Sparsi per la sala erano posti altri tavolini e scrivanie vari, ma nessuno di essi era libero da carte e libri. Allineata lungo le pareti, una doppia fila di bracieri ancora accesi spandeva luce e calore, mentre i muri stessi erano decorati con ricchissimi arazzi e armi inchiodate. Lungo la parete Sud sorgeva un’alta libreria, gremita dei libri più disparati, da quelli di storia agli erbari, ma tutti riccamente decorati con miniature dorate e copertine di cuoio scuro.
Quando tutti furono entrati, Sir Gilderin si sedette a capo tavola lasciandosi sfuggire un secondo sospiro. Sembrava che la vista degli anelli lo avesse prosciugato di tutte le sue energie, facendolo invecchiare di molti anni nel giro di un secondo. Sembrava infatti molto più vecchio e stanco, privato della maestosità che fino a poco prima lo ricopriva come un manto.
Quando tutti ebbero a loro volta preso posto, Gilderin incrociò le braccia sul petto, fece scorrere lo sguardo sui sette presenti per poi fermarlo su Inelor. Anche il suo sguardo, notò l’elfo, sembrava più stanco, ma manteneva ancora parte della forza precedente. Sembrava determinato ad affrontare qualunque cosa, qualunque fosse l’entità della minaccia. Forse è meglio che sia fin dall’inizio questo il suo atteggiamento pensò Inelor Se fosse stato terrorizzato dalla vista dei nostri anelli, probabilmente alla notizia dell’imminente assalto di Urbak perderebbe tutta la sua lucidità e la propria capacità di pensare con ragionevolezza e freddezza, indispensabile in guerra. E, con il suo Governatore, avremmo perso anche la Rocciosa.
-Allora?- disse Gilderin –Se non sbaglio, avete qualcosa da dirmi. Subito che i portatori dell’Anello Oscuro sarebbero tornati ad Ayros senza un valido motivo… E se è davvero come penso io… Allora è la fine, non è così?-
-Signore?- Lo sguardo di Fingord era sconcertato –Cosa intende per “la fine”?-
-Non faccia finta di non sapere quello di cui sto parlando, Fingord dell’Accademia Oscura. C’è solo un unico motivo per cui lei e i suoi compagni potete essere qui. Sappia che anche io, come Re Birden di Singarston e, suppongo, i qui presenti Corzag e Thaland, sono a conoscenza del vero motivo della vostra permanenza a Rashgar. Se lei e i suoi compagni siete seduti di fronte a me in questo momento, significa che qualcosa, a Ovest, si sta muovendo. Urbak Corno Insanguinato deve aver messo insieme un esercito, non è così? Era troppo chiedere di poter trascorrere tutto il mio mandato governativo in pace?- Concluse con un piccolo, stanco sospiro.
Inelor aggrottò le sopracciglia. Le capacità deduttive del Governatore erano sorprendenti. Certo, Sir Gilderin apparteneva alla ristretta cerchia di persone che, ad Ayros, sapevano della loro missione, ma pochi avrebbero capito anche solo dalla loro presenza quello che stava accadendo. Dopo l’Invasione di Kalaster quasi vent’anni prima, i bellicosi popoli della Gilda non avevano più fuso i loro eserciti sotto un’unica bandiera, limitandosi a leccarsi le ferite e a dichiararsi guerra a vicenda. Il più probabile motivo per cui lui e i suoi compagni erano stati obbligati a tornare era un salto della copertura, o una altro simile avvenimento inaspettato. Decise che era il momento di confessare il motivo del loro ritorno.
-Signor Governatore io…- Cominciò Inelor con un sussurro, ma le sue parole furono improvvisamente bloccate da un grido infuriato.
-Come si permette uno sporco elfo di aprire bocca nella Sala delle Udienze della Rocciosa!? E’ inammissibile anche solo tollerare che abbia messo piede nella stanza dove i nostri padri fondatori decidevano le strategie per difendersi dalle incursioni della sua maledetta razza durante l’Era degli Eldar!- Il Generale Corzag, il volto rosso dalla rabbia, era saltato in piedi, rovesciando a terra la sedia, e urlava fuori di sé rivolto ad Inelor.
Questi prima lo guardò stupito, poi si accigliò, mentre alla sua destra e alla sua sinistra i suoi compagni si alzavano in piedi a loro volta, dando inizio a un’accesissima discussione con il Generale e i Capitani Kirghish e Limar. Thaland osservava la scena ad occhi spalancati e il Governatore Gilderin aveva lo sguardo perso nel vuoto, ancora assorto com’era nelle sue congetture.
Fingord, il più emotivo dei quattro assassini, aveva messo un piede sopra al tavolo e aveva cominciato a gridare rivolto al Generale Corza, per sovrastare il rumore generale.
-Ma come si permette, lei, di insultare il Capitano dell’Accademia Oscura?! Non ricorda che noi halfling discendiamo da un incrocio di razze di nani ed elfi? O semplicemente non vuole ricordarlo? Ritiri subito quello che ha detto o non sarò più responsabile delle mie azioni…- Gli ringhiò fulminandolo con uno sguardo che avrebbe fatto accapponare la pelle a molti.
-Maledetti assassini!- Urlò il Generale di rimando –Non basta che la vostra classe, una depravata piaga nell’Esercito di Ayros, una macchia nell’onore dei popoli esista, ma quando tornate dopo anni passati su Kalaster tornate e volete farla da padroni, e calpestare le nostre tradizioni! Chi ci dice che Urbak non vi abbia comprato? Chi ci dice che non stiate dalla parte della Gilda? Con cosa vi hanno corrotto? Eh? Oro? Gioielli? Donne? Terre? Quando tutta Ayros sarebbe stata data alle fiamme e noi fossimo stati uccisi alle fiamme, a voi sarebbe spettata una fetta del bottino, non è così? Mi creda, Fingord dell’Accademia Oscura, lei infanga con ogni azione l’onore della sua casata, della sua città, e di tutti gli halfling! Lei…-
-SILENZIO!- Tuonò Sir Gilderin alzandosi a sua volta e sbattendo il pugno sul tavolo e ripristinando il silenzio e l’ordine. Appena in tempo. Fingord, accecato dalla rabbia, era saltato sul tavolo con un movimento talmente veloce da essere a malapena percettibile. Nella sua mano luccicava l’affilatissima lama di un pugnale, che aveva fatto scivolare giù dall’ampia manica della scura tunica degli assassini. La punta dell’arma era pericolosamente vicina alla gola di Corzag. Il Generale deglutì, rendendosi conto di quanto, inconsapevolmente, fosse andato vicino alla morte.
-Non tollero simili spettacoli in un momento come questo! Proprio quando dovremmo rimanere il più uniti possibile contro le avversità, litighiamo tra di noi e versiamo il nostro sangue a vicenda rivangando screzi risalenti a mille anni fa? Mi vergogno di voi, generale Corzag, e anche di voi due, comandanti Kirghish e Limar!- Ruggì il Governatore, gli occhi fiammeggianti di rabbia –Lasciate la sala, immediatamente.- Concluse poi con tono più pacato, rimettendosi a sedere.
-Ma, signore…- Provò a dire Limar, ma fu interrotto da Corzag, che sussurrò:
-No, il Governatore ha ragione. A quanto pare elfi e uomini, ora, hanno più diritto di noi di sedere nella Sala del Consiglio. Andiamocene.- Si diresse verso la porta, scuro in volto, l’aprì e poi la richiuse sbattendola con tutta la sua forza. I capitani lo seguirono a ruota, senza degnare gli assassini di un’occhiata.
-Fingord, ricomponiti- Sussurrò Inelor a denti stretti, rivolto al compagno che, al contrario degli altri che si stavano sedendo, si ostinava a restare in piedi, schiumante di rabbia, giocherellando nervosamente con il pugnale –Non ti permetto di aggredire i nostri ospiti mentre siamo in missione diplomatica. Hai dimenticato uno dei nostri più importanti precetti “L’ass…-
-“ L’assassino è una lama nell’ombra. L’assassino è la morte che attende silenziosa. L’assassino mai deve lasciarsi alle passioni e alle emozioni. L’assassino deve restare freddo, calcolatore e sempre pronto. Un angelo della morte che cala dal cielo”- Lo interruppe Fingor sbattendo le mani sul tavolo -Anche questa frase fa parte del trattato di Sharken di Dasker “La Via dell’Assassino”, lo so. Capitano, mi scusi se ho difeso il mio e il SUO onore da quel cane. Con permesso.- Ringhiò, controllando a stento la rabbia. Quindi si diresse verso la porta e l’aprì. Prima di uscire, lanciò il suo pugnale, che si conficcò in profondità nelle solide assi di legno del tavolo, vibrando. Quindi se ne andò.
Nella sala regnò il silenzio per qualche momento, poi Inelor borbottò, lo sguardo basso:
-Vi prego di scusarlo, signor Governatore. Fingord è… molto sensibile quando si tratta dell’onore… Conta moltissimo sia sul suo che sul mio ed è prontissimo a difenderlo con le armi… Deve sapere che sono stato io, durante un viaggio a Talfgar, a trovarlo e a condurlo a Singarston, dove lo ho istruito nell’arte dell’assassino in veste di suo maestro.-
-No, non preoccupatevi, Inelor di Dasker. Sono io che devo scusarmi. I miei comandanti non dovevano permettersi di dire quello che hanno detto. Sembra che, qua a Talfgar, i più semplici esempi d’educazione siano diventati un lusso che ben pochi conoscono. Speravo che questi inutili contrasti fossero stati dimenticati, con il passare del tempo… soprattutto in un momento di estremo pericolo e bisogno come questo. D’altronde, il Generale Corzag è sempre stato molto conservatore e mi duole ammettere che i suoi comandanti sono fin troppo fedeli nei suoi confronti: per lui farebbero letteralmente qualsiasi cosa, figurarsi rivangare su avvenimenti di cui neanche si ricordano. Ora- Concluse fissando nuovamente il suo sguardo indagatore sul Capitano degli Assassini –Dovevate dirmi qualcosa, se non sbaglio… non è vero, Inelor di Dasker?-
Lo sguardo di Inelor si fece improvvisamente grave, si oscurò, quasi un’ombra fugace passasse sui suoi occhi chiarissimi. Quando però tornò a guardare il Governatore, la sua espressione era la stessa di sempre, calma, misurata e calcolatrice.
-Lei ha un ottimo intuito, Governatore, l’ho capito appena l’ho vista. Suppongo quindi che lei abbia già capito il motivo del nostro ritorno in patria. C’era un solo ordine per noi portatori dell’Anello Oscuro: tenere d’occhio le eventuali risposte militari della Gilda all’invasione di Kalaster di qualche anno fa. Saremmo dovuti restare a Rashgar e nelle altre città della Gilda, a rotazione, fino all’anno prossimo, cambiando città di residenza ogni tre mesi. Solo tra sette mesi esatti saremmo dovuti tornare qui ad Ayros. E, come lei ben sa, c’è una sola possibilità per cui siamo stati costretti ad anticipare il ritorno.-
-Un attacco ad Ayros…- Sussurrò Sir Gilderin, la voce ridotta a poco più di un soffio, quasi impercettibile. A quelle parole Thaland spalancò gli occhi e il suo sguardo corse a cercare quello del governatore, ma non lo trovò: il signore di Talfgar teneva lo sguardo fisso su Inelor. Nessuna emozione traspariva dal suo volto.
Inelor annuì, grave. –Ho visto con i miei occhi il Generale Urbak istigare le truppe. Abbiamo preso il mare poco prima di loro e contiamo di essere arrivati solo con lieve anticipo… Spero  di aver guadagnato abbastanza tempo, una flotta procede più a rilento di una singola nave. Ad ogni modo… l’esercito della Gilda potrebbe sbarcare a Dor Ander a breve. Se non l’ha già fatto…- Concluse rivolgendo un’occhiata triste a Redwin, ancora al suo fianco.
Il Tenente non riusciva a credere alle sue orecchie. Come aveva potuto Inelor, uno dei suoi più grandi amici, tacergli una cosa del genere? Certo, l’aveva avvisato dell’arrivo imminente di un esercito della Gilda, ma sicuramente non si aspettava un attacco prima di un paio di settimane. E ora invece veniva a sapere che la sua città forse era già stata attaccata, magari rasa al suolo, i suoi uomini trucidati, i suoi amici uccisi e appesi alle mura come monito. E tutto per colpa sua. Non li aveva avvertiti. Se lo avesse fatto, la difesa probabilmente sarebbe stata più efficiente. Poteva sperare solo che il Comandante Drivold fosse riuscito ad arrangiare un qualche tipo di resistenza solo con quello che aveva sotto mano. D’altronde, era quella la sua specialità.
-Quanto grande?- Borbottò Sir Gilderin alzandosi in piedi.
-Signore?-
-Quanto è grande il loro esercito?- Ripeté il Governatore, piccato.
Inelor sospirò. –Approssimativamente sulle centomila unità, ma non posso esserne certo. Ho dovuto fare un calcolo basandomi anche sui rinforzi che la truppa principale di Rashgar avrebbe ricevuto dalle diverse città di Kalaster e il numero è largamente ipotetico. Ma in ogni caso, non meno di settantamila, credo.-
-Centomila…- Mormorò Thaland sconcertato mentre il Governatore appoggiava i pugni chiusi sul tavolo, lo sguardo perso nei suoi pensieri e nelle venature del legno levigato.
-C’è anche da considerare il fattore perdite- Continuò Inelor nel suo rapporto –Io e i miei compagni, durante il viaggio, abbiamo ragionato sul fatto che, con l’eccidio perpetrato dalle nostre truppe con l’invasione di Kalaster, l’esercito della Gilda dovrebbe essere piuttosto menomato. Ma, come abbiamo visto quando Kalaster è stata completamente riconquistata, qualche anno fa, da un numerosissimo esercito sbucato da chissà dove, le capacità di recupero della Gilda sono molto elevate e le loro risorse sembrano inesauribili.- Raduin annuì convinto, sostenendo la tesi del compagno –Inoltre credo che sia praticamente impossibile che abbiano sottratto tutte le braccia abili dalla loro isola. Le guarnigioni devono essere mantenute e i campi coltivati: un esercito durante una campagna consuma enormi quantità di vettovagliamenti che in qualche modo devono essere prodotti: una parte saranno anche nonmorti che non hanno bisogno di cibo, ma orchi troll e minotauri mangiano eccome.- Concluse con un sorriso.
-Purtroppo- Ragionò Gilderin –Non si può certo dire lo stesso di noi. Certo, sono passati molti anni dall’invasione di Kalaster ma… in quella spedizione disastrosa vennero massacrati decine di migliaia di Ayrosiani. Mentirei se dicessi che ci siamo del tutto ripresi, e le bugie, stando così le cose, sono l’ultima cosa che ci serve. Facendo un rapido calcolo, e tenendo da conto le forze elfiche, che hanno partecipato in minima parte alla Grande Invasione… direi che, se dovessimo mettere in campo tutte le nostre truppe… raggiungeremmo al massimo le quaranta, cinquantamila unità.- Disse dopo un attimo di pausa alzando gli occhi dal tavolo e lasciando scorrere lo sguardo su tutti i presenti. Thaland annuì poco convinto. Non gli piaceva quella situazione, non gli piaceva la prospettiva di potersi ritrovare ogni istante con i nemici fuori dalle porte di Talfgar, senza avere avuto il tempo di organizzare una difesa efficiente e con solo delle assi di legno a separarli dalle fauci dei Troll d’Assalto. La sua mente, abituata a pensare militarmente, cominciò quasi immediatamente a formulare diverse tattiche di difesa. Se proprio doveva affrontare Urbak e i suoi sciamani, voleva essere pronto.
-Senza poi contare il fattore tempo- Disse Redwin, aprendo bocca per la prima volta da quando era entrato nella sala del consiglio –Tutti noi qui sappiamo quanto tempo è necessario per racimolare gli uomini per la difesa e per raccogliere il cibo per sfamarli e resistere ad un eventuale assedio prolungato. Nella migliore delle ipotesi, abbiamo detto- Continuò alzandosi e puntando un dito su una dettagliata mappa di Ayros, proprio su Dor Ander –Urbak e i suoi sbarcheranno nel giro di pochi giorni. A quel punto, dubito che Dor Ander potrebbe resistere a lungo. La città non è pronta per un attacco dal mare, la sua flotta l’ha sempre protetta da ogni assalto. Ma, come tutti sappiamo, è stata interamente bruciata, nel porto di Rashgar, quando Kalaster è stata conquistata. Ancora non è stata del tutto ricostruita e in ogni caso dubito che sarebbe riuscita a tornare alla potenza originale prima di un altro paio d’anni. Dunque, siamo realisti, Dor Ander cadrà. E una volta che sarà accaduto, la Gilda avrà la strada spianata per tutte le maggiori città di Ayros, nonché una solida testa di ponte da cui far partire eventuali spedizioni successive.-
-Conquistata La Magnifica- Continuò il Tenente prendendo una penna d’oca dal tavolo e facendo un cerchio d’inchiostro sulla mappa, attorno alla parte alta di Ayros –Urbak controllerà il Nord dell’isola. Oltre a Dor Ander non ci sono grandi città degli uomini e Talfgar sarà un’isola in mezzo alla tempesta. Secondo me, prima che la Rocciosa venga cinta a sua volta d’assedio… Abbiamo un paio di settimane, un mese se vogliamo essere ottimisti.- I presenti annuirono e sulla sala calò un silenzio glaciale. Dopo un paio di minuti Gilderin si volse verso Thaland:
-Capitano, vada a illuminare Corzag e gli altri comandanti riguardo a quanto abbiamo convenuto. Voglio una tattica di difesa e un piano d’evacuazione dei civili su questo stesso tavolo entro due giorni. Voglio anche che siano mandati quanti più messaggeri possibile verso ogni grande città di Ayros, compreso uno verso Dor Ander…-
-Posso essere io il vostro messaggero-. Lo interruppe Redwin.
-No.- Il sorriso sulle labbra del Tenente morì e si trasformò in una smorfia di incredulità all’udire l’unica, secca sillaba pronunciata da Sir Gilderin.
-Signore? Io… credo di avere capito male…-
-Ha capito benissimo, Tenente Redwin. Le proibisco categoricamente di andare a morire a Dor Ander. L’ha detto lei, no? Dor Ander cadrà. E io non voglio che lei si trovi sotto le sue macerie. Abbiamo bisogno di uomini come lei, qui, per organizzare la difesa. Non voglio la sua morte sulla coscienza.- Rispose freddo il Governatore senza guardare il suo interlocutore.
Lo stupore di Redwin lasciò ben presto il posto alla rabbia. –Lei mi sta chiedendo di restare sapendo che i miei uomini verranno massacrati di qui a due giorni?- Gridò, rosso in viso. Inelor gli gettò uno sguardo di rimprovero, ma il giovane non lo notò: aveva occhi solo per il nano davanti a lui –Lei mi sta chiedendo di fare finta di niente mentre i miei amici vengono fatti a pezzi e la mia città viene distrutta e data alle fiamme? Mi sta chiedendo di aspettare che il nemico venga da me quando dovrei essere in prima linea, a combattere per quello in cui credo, per salvare la mia patria e le persone che amo, gli innocenti che nulla hanno per provocare tutto ciò e che saranno spazzati via? Mi sta chiedendo questo?-
Sir Gilderin non rispose. Di fronte al suo ostinato silenzio, Redwin riprese, stavolta con voce accorata, glaciale: -Io non rispetterò il suo ordine, signor Governatore. Anche se ciò dovesse significare ammutinamento. Per fermarmi dovrete usare le armi, e chiudermi in cella, perché io sono un soldato, e come tale vado a vivere e a morire per ciò che mi è caro, perché è in questo che credo.- Quindi si mise sull’attenti, fece il saluto, sì inchinò e poi si diresse a passo deciso verso la porta, facendo un cenno di saluto ai tre assassini.
-Redwin!- Provò a fermarlo Inelor balzando in piedi, ma il Tenente non udì le sue parole. La porta si chiuse dietro al suo mantello nero con uno schianto e nella sala tornò ancora una volta il silenzio. Inelor si sedette nuovamente, scuotendo con rassegnazione il capo.
-Fate in modo di fargli trovare un cavallo.- Borbottò con voce stanca Sir Gilderin rivolto a Thaland e il comandante, annuendo, corse via. Un attimo prima che la porta si chiudesse, Gilderin gli gridò: -E fai venire qui Wiserim e Fingord, per favore.- Nella sala del consiglio, il Governatore della Rocciosa e i tre assassini rimasero soli, immersi nel silenzio più completo, ognuno perso nei suoi pensieri.
Qualche minuto dopo, la porta si aprì nuovamente ed entrò Fingord, la rabbia sbollita, accompagnato da un halfling per la cui descrizione Inelor trovò una sola parola: antico. Wiserim, il più grande mago di Talfgar, appariva proprio così: un halfling appoggiato pesantemente a un nodoso bastone, di oltremodo bassa statura, la cui liscia barba argentata si confondeva con i lunghissimi capelli, che arrivavano quasi a lambire il terreno. Sotto alla tunica rosso sangue che indossava, simbolo della sua appartenenza all’Unione dei Maghi di Talfgar, si intuivano forme ossute, dure e spigolose. Il viso appariva come un’intricata ragnatela di rughe che rendevano irriconoscibili i lineamenti che doveva avere da giovane. Ma la cosa più impressionante erano gli occhi: di un azzurro inquietante, talmente chiaro da sembrare quasi bianco. Erano occhi, freddi, che non lasciavano trasparire alcuna emozione, ma che nascondevano un fondo indefinibile, in cui era facile perdersi. Era uno sguardo penetrante quello che lo gnomo rivolse ai quattro assassini quando anche Fingord ebbe preso posto. Uno sguardo senza alcuna traccia di simpatia.
-Mi avete mandato a chiamare, mio signore?- Sussurrò l’halfling. La sua voce era sottile, di gola, come il rantolo di un morente.
-Sì, Wiserim. Ho bisogno che tu crei un portale per i nostri ambasciatori.-
-Per dove, miei signori?- Disse Volgendo il suo sguardo tagliente sugli assassini.
-Singarston.- Risposero contemporaneamente i quattro, senza alcuna esitazione.
-E Singarston sia.- Sussurrò stancamente l’halfling. Quindi alzò un braccio e, roteandolo in cerchio, gli occhi chiusi, cominciò a recitare una lenta litania con voce ipnotica. Qualche secondo dopo dinanzi a lui apparve un piccolo globo di luce e con esso un debole venticello, frutto dell’energia diffusa, che scompigliò la barba e i capelli del mago. In breve la sfera luminosa si fece accecante e aumentò sempre di più di dimensioni fino a che, con un ultimo sussulto, non si trasformò in un candido arco alto più di un paio di metri. Osservando attentamente, Inelor e i suoi compagni notarono come, all’interno del portale magico, in contrasto con la luminescenza provocata dalla magia, si riuscissero a distinguere le pallide forme di edifici di pietra bianca sormontati da tetti di tegole azzurro ghiaccio. Singarston, la città degli uomini.
Wiserim terminò di recitare la formula e si accasciò nuovamente sul bastone, lo sguardo perso in lontananza, senza degnare apparentemente di alcuna attenzione gli assassini e il Governatore che, al contrario, rivolse un sorriso ai quattro e, con un gesto del braccio, gli indicò il portale dicendo, laconico: -Avanti, ambasciatori. Singarston vi aspetta. Portate i miei saluti a Re Birden.-
Inelor e i suoi compagni annuirono alzandosi in piedi e avvicinandosi al portale. Per esperienza sapevano che c’era un prezzo da pagare per la velocità con cui si viaggiava grazie alla magia e che gli spostamenti con gli incantesimi non erano mai piacevoli. L’elfo mormorò un “Grazie, e buona fortuna” rivolto a Sir Gilderin, quindi prese un respiro, mosse un passo avanti e… entrò.

Urbak si alzò dalla cuccetta con un grugnito. Tutto, attorno a lui, ondeggiava e roteava, e così il suo stomaco, che dava segni di insofferenza nonostante avesse scaricato in mare tutto il suo contenuto già da qualche giorno. Il minotauro provò a levarsi in piedi, ma le sue gambe non lo sorressero e crollò nuovamente a sedere con un nuovo grugnito. Si prese la testa tra le mani con quattro dita e la scosse lentamente, soffocando a stento un nuovo conato di vomito che gli saliva dalla bocca dello stomaco. Maledetto mare… pensò irritato non è fatto per noi minotauri, noi siamo gente di terra. Tutta quest’acqua non mi piace per niente. L’unica consolazione è che almeno dovremmo esserci. Non vedo l’ora di sgranchirmi un po’.
Urbak tentò nuovamente di mettersi in piedi, infine riuscendoci. Gli sembrò che il legno scricchiolasse più del solito sotto i suoi solidi zoccoli, quasi fosse sul punto di spezzarsi. Si diede dello stupido. Ovunque, su quella nave, c’erano strani rumori, scricchiolii e cigolii erano all’ordine del giorno, ormai, ma non riusciva in nessun modo a farci l’abitudine. Una cosa che odiava di quella nave, sua casa ormai da tre settimane, era l’impossibilità di avere silenzio. Non era come a terra, dove di notte tutto si immergeva nella quiete e sembrava che il mondo stesso si addormentasse, accompagnando nel sonno con il dolce frinire dei grilli. Qui il silenzio era un lusso che non ci si poteva permettere e le notti insonni erano state molte, troppe, per il Generale della Gilda. Come se non bastasse, c’erano i morti del giorno della loro partenza, l’attacco al porto di Rashgar e il furto di una piccola nave da incursione. La notizia gli era giunta il giorno dopo l’inizio del viaggio, tramite un corvo messaggero. Tutto ciò poteva voler dire solamente una cosa: spie. E se c’erano spie, di sicuro erano già arrivate ad Ayros, quelle navi da incursione erano maledettamente veloci. Ciò voleva dire che molto probabilmente sapevano del loro arrivo. Avrebbero trovato una resistenza più dura del previsto, allo sbarco, ma non importava: li avrebbero schiacciati tutti come insetti. E se invece una delle spie si fosse imbarcata, per ucciderlo? Ogni scricchiolio sembrava il passo di un assassino e lo sciabordare delle onde era fin troppo simile al suono di una lama che veniva sguainata, dentro quella cabina che puzzava di pesce e sudore. Scacciò quei pensieri scuotendo il capo irsuto e dandosi della femminuccia spaventata. Forse era meglio uscire nuovamente all’aria aperta, un po’ d’ossigeno fresco gli avrebbe fatto bene. Inoltre sentiva che il suo stomaco non avrebbe resistito ancora per molto e già poteva gustare l’amaro sapore della bile sulla lingua. Afferrò con un movimento rabbioso l’enorme e semplice martello dalla testa di pietra appoggiato alla parete di legno e se lo appese alla fondina sulla schiena. Non lo lasciava mai, tranne che per dormire, e in anche in quel caso non se ne allontanava mai troppo. In quel semplice martello di legno e pietra era racchiusa tutta la sua vita, tutti i suoi affetti spazzati via dall’insensata furia degli Ayrosiani. Quello, ora, era il Martello di Kalaster, e come tale sarebbe passato alla storia.
Assicurato il mantello alla schiena, mosse qualche passo incerto in avanti. La nave ondeggiava troppo e lui faticava a mantenere l’equilibrio. Il buio, che aveva cercato disperatamente quel giorno, per rimediare a quasi una settimana di veglia, non lo aiutava. Improvvisamente, la nave beccheggiò e, all’ennesimo scossone dello scafo, senza sapere come, Urbak si ritrovò a terra. Sbattè duramente la spalla destra e si lasciò sfuggire un grugnito di dolore. Doveva aver fatto veramente un gran tonfo perché un attimo dopo la porta della cabina si spalancò di colpo. La luce del mattino si precipitò all’interno senza tante cerimonie, un ospite indesiderato e inatteso che ferì gli occhi del minotauro. Un orco in armatura era sulla soglia, una mano stretta sul pomello della porta e l’altra attorno all’elsa del coltellaccio che portava alla cintura. Il suo sguardo cadde sul minotauro riverso a terra.
-Signore!- Gridò. Il tono accorato della sua voce era nettamente in contrasto con il suono gutturale che produceva e con il suo terrificante aspetto. -State bene?-
Fece quindi per entrare nella cabina, ma Urbak lo inchiodò sul posto con un ringhio.
-Ho detto di non voler essere disturbato per alcun motivo.-
-Ma, signore, ho sentito un tonfo e ho pensato che vi foste sentito male, che aveste avuto un mancamento dovuto al beccheggiare della nave…-
-Non ci sono scuse. I miei ordini devono venire rispettati. Non tollero nessuna negligenza.-
-Ma… Generale…- Le parole dell’orco furono interrotte da un boato terrificante. Dalla mano di Urbak, ancora supino, si sprigionò un lampo di elettricità azzurrina, che con un assordante craaack si diresse verso la guardia e la colpì in pieno petto. L’orco colpito, attraversò l’intero corridoio antistante la cabina e si andò a schiantare contro una parete, formando grosse crepe nel legno scuro. Finalmente silenzio. Dopo tutti gli scricchiolii di prima, sembrava che ora la nave, e l’intero mare, tacessero. Urbak si alzò in piedi appoggiandosi al manico del martello e prese ad avanzare lungo il corridoio, stavolta con più sicurezza. Quando passò davanti al corpo ormai senza vita dell’orco non lo degnò neanche di uno sguardo. La sua armatura, prima rosso sangue, ora era diventata di un cupo colore nero cenere. Dal corpo si alzavano pigre volute di fumo e l’aria era impregnata del puzzo di carne bruciata.
Salita una breve rampa di scale e sollevata una botola, Urbak si trovò in coperta. Era da poco passata l’alba e la luce del sole cominciava ad essere intensa. Una leggera brezza accarezzò il petto peloso del minotauro, che portava solo un panno di pelle nera stretto attorno la vita. La nave nera filava via veloce, diretta a Est, sollevando spuma al suo passaggio. Dietro, centinaia di altre la seguivano. Sul ponte, solo orchi e non morti. Il mare non era fatto per i minotauri, che preferivano stare in sotto coperta, e tanto meno per i troll, i quali venivano tenuti rinchiusi nelle stive. Troppo pericolosi, grossi e stupidi per essere lasciati girare liberi per le navi. Urbak assaporò l’odore del mare. In fondo gli piaceva, quell’aroma. Aveva anche lo straordinario potere di guarire il mal di mare. Il minotauro vide venirgli incontro il suo luogotentente, Venasth. Era un assassino, uno dei migliori di Kalaster, nessuno osava metterlo in dubbio. Ed era un non morto. La carne era bluastra, in totale decomposizione e qua e là, sotto i residui strati di pelle, si intravedevano le ossa. Un largo frammento di mandibola era ben visibile. I suoi occhi, però, erano la parte più impressionante. Senza pupilla né sclera, erano totalmente gialli, accesi di una luce infernale e terrificante. Venasth si rivolse al Generale e Urbak poté sentire il puzzo di marcio e morto che aveva il suo fiato. Storse il naso e per un attimo la nausea tornò, ma riuscì a darsi un contegno.
-Come posso esservi d’aiuto, signore?-
-Ho bisogno di una nuova guardia per la mia cabina, quella precedente si è dimostrata… incompetente.- Ringhiò.
Il non morto annuì e si allontanò, senza dire una parola. Gli scatti d’ira del suo comandante gli erano ben noti. Non c’era altro da fare che eseguire il suo ordine.
Urbak si diresse alla murata e si appoggiò ad essa, osservando con sguardo perso l’azzurro infinito che si stendeva sopra e sotto di lui, con mare e cielo che sembravano baciarsi lungo la linea dell’orizzonte e confondersi l’uno nell’altro. Improvvisamente, il suo sguardo si fissò su un particolare. Tra aria e mare, c’era una sottile linea più scura che, man mano che si avvicinavano, diventava sempre più chiara, delineandosi in modo sempre maggiore. Poco a poco diventò visibile, lontano, il contorno di un porto, e il luccichio del sole su edifici bianchi. Dor Ander, la Magnifica. Urbak sorrise. Un sorriso cattivo, selvaggio, il sorriso del vincitore. Dalle navi vicine giunsero presto altre urla. Anche gli altri l’avevano avvistata. Non sembrava molto lontana, ma in mare le distanze sono sempre difficili da calcolare.
-Portatemi la mia armatura!- Gridò Urbak, rivolto a tutti e nessuno in particolare. -E preparate le armi! Rematori ai posti! Voglio raggiungere la spiaggia il prima possibile! Si va a uccidere!-
In breve il ponte si animò. Nel giro di un attimo comparve uno dei minotauri del suo gruppo scelto. Era già equipaggiato di tutto punto, e reggeva l’armatura di Urbak. L’aiutò a indossarla, pezzo per pezzo, ricoprendo pian piano tutto il suo enorme e muscoloso corpo ricoperto di pelo nero. Terminò con un elmo foggiato apposta per lasciare libere le corna. Era rosso sangue, il colore prediletto della Gilda, che compariva anche sulle vele delle navi.
In breve Urbak, uno zoccolo poggiato pesantemente sulla murata della nave, si trovò circondato dell’intero contingente dei suoi sciamani. Duecento, in tutto, la banda da guerra più potente di tutta Kalaster, la punta di lancia dell’assalto ad Ayros. I rematori afferrarono i legni e presero a mirare con foga, aumentando sempre di più la velocità della nave. Sulle altre imbarcazioni, ovunque attorno, si ripeteva la stessa scena, con i guerrieri che si armavano e si posizionavano sul ponte, pronti allo scontro, e marinai e rematori che si mettevano all’opera.
Un’ora. Pensò Urbak con un tremito d’impazienza, slacciando le corregge che aveva sul petto e impugnando nella mano destra il pesante martello dalla testa di pietra Ancora un’ora, non di più. E ogni cosa avrà inizio.
Alzò la mano con il martello e dai guerrieri alle sue spalle si levò un selvaggio grido di guerra, che presto si propagò a tutte le navi della flotta. Un boato di alzò nell’aria, al suono di migliaia di gole che vibravano, e il sole luccicò sul metallo delle armi sollevate al cielo in gesto di sfida. La nave nera filava via veloce, diretta a Est, sollevando spuma al suo passaggio. Dietro, centinaia di altre la seguivano.

Inelor sentì immediatamente una stranissima sensazione dominare il suo corpo. Provava caldo e freddo contemporaneamente e gli sembrava di galleggiare nel vuoto, come se volasse e nuotasse allo stesso tempo. Secondi, minuti e ore sembrarono susseguirsi all’infinito e confondersi gli uni negli altri. Gli sembrava di essere rinchiuso in quel nulla da tutta una vita, o da qualche attimo, chi poteva saperlo? In breve provò un’opprimente sensazione di claustrofobia. I suoi pensieri si ingarbugliarono e perse tutta la sua fredda razionalità, trovandosi preda di un’ancestrale terrore che gi attanagliava le viscere. Provò ad aprire gli occhi ma scoprì che gli era impossibile, un velo nero sembrava impedirlo. Urlò, ma dalla sua gola muta non provenne alcun suono, come se la sua voce fosse stata catturata da un qualche demone maligno. Anche muoversi era impossibile e braccia e gambe erano come incatenate a ceppi invisibili. E’ così che si muore? E’ così che devo morire? Per mano di un halfling traditore, senza aver avuto l’occasione di finire la mia missione? Si ritrovò a pensare, confuso.
Provò nuovamente ad aprire gli occhi. Questa volta ci riuscì e li spalancò in un unico colpo. Un’abbacinante luce bianca gli ferì gli occhi e per qualche secondo fu cieco. Quando riuscì a mettere a fuoco, tra le lacrime osservò sconvolto ciò che lo attorniava. Stava galleggiando nel nulla, sospeso in mezzo a un mare di luce bianca, pura, abbacinante, che lo circondava da ogni parte. Nulla su cui posare lo sguardo, solo quell’infinita distesa lattescente. Sembrava fermo, ma una specie di sesto senso sembrava avvertirlo del fatto che in realtà si stava spostando a folle velocità. Si volse all’indietro, cercando i suoi amici e compagni. Nulla. Era solo. Solo nell’infinito. La disperazione lo assalì. Improvvisamente, in mezzo a quel niente, vide un minuscolo puntino nero, dritto davanti a sé. Lo osservò con interesse, trovando in esso una rinnovata speranza. Il puntino si fece sempre più grande, allargandosi fino a diventare un immenso tunnel oscuro, che inghiottì in meno di un secondo tutto il candore che lo circondava. Urlò nuovamente, la speranza trasformata nuovamente in cieco terrore, ma nessuno udì il suo grido, che venne impietosamente inghiottito dal buio, il suo caro alleato che ora tanto lo spaventava. Era solo. E stava per morire.
L’impatto col suolo fu rapido e violento, tanto da strappargli un gemito. Attutì la caduta con le braccia e, affidandosi all’istinto, piegò le ginocchia al petto, facendo una capriola. Si ritrovò disteso in un prato. La sensazione della terra sotto i suoi piedi, l’odore dell’erba e degli alberi, la chiara e calda luce del sole. Mai cose così comuni gli erano mancate come in quella occasione. Si trasse in piedi, un po’ barcollante e, piegandosi sulle ginocchia, vomitò. Era abituato ai viaggi attraverso i portali, molto spesso un assassino del suo calibro aveva bisogno di spostarsi velocemente da un posto all’altro. Ma tutte le volte i viaggi magici gli provocavano quelle terribili sensazioni: l’esperienza non contava, all’interno di un portale, tutto ciò che si sapeva scompariva in un attimo, inghiottito dalla magia. Si asciugò la bocca con la manica e, tremando, volse lo sguardo attorno. Si trovava in una piccola radura all’interno di una foresta: tutto attorno poteva scorgere i tronchi degli alberi che, qualche metro sopra la sua testa, sembravano chiudersi per tenere lontano il sole. A giudicare dalla sua posizione, Inelor calcolò che non dovevano essere passati più di cinque minuti da quando erano entrati nel portale. Sorrise. La magia poteva fare miracoli.
Un gemito lo riportò alla realtà. Si volse e vide che i suoi compagni, stesi a pochi passi da lui, si stavano riprendendo.
– Buongiorno.- Mormorò stancamente, ma non ottenne nessuna risposta. Non se ne curò: anche lui sarebbe stato ben poco propenso a parlare, appena uscito dal portale.
-Dovremmo essere nella foresta di Alfart- Mormorò rivolto a nessuno in particolare. -A meno di un miglio da Singarston, a giudicare dalla vegetazione. Certo che poteva essere anche più preciso, quel Wiserim, con quel suo maledetto portale… Come se ci piacesse viaggiare con la magia.-
Tutto attorno a lui, era pervaso dal canto degli uccelli e l’aria, permeata da quei suoni, sapeva di buono e di vita. La Foresta di Alfart era una delle più antiche macchie boscose di tutta l’isola di Ayros e, nonostante crescesse appena fuori della più grande e potente città dell’Alleanza, c’erano ancora oscure zone, nelle sue parti più interne, che nessuno aveva mai avuto l’ardire di esplorare. Giravano strane storie, riguardo a quelle parti del bosco, per la maggior parte favolette per spaventare i bambini, che parlavano di orchi e draghi in agguato dietro gli alberi, ma che bastavano a far desistere da un’ esplorazione approfondita anche il più ardito cartografo. In effetti, una volta la Foresta di Alfart aveva ospitato molte strane e pericolose creature, che era ben sconsigliato andare a provocare, tra cui gli stessi draghi. Ma dopo il Grande cataclisma, che aveva sconvolto ogni cosa, molte specie si erano, nel bene e nel male, estinte, e tra di esse c’era proprio quella dei draghi. Animali magnifici, che una volta regnavano su cielo e terra, erano stati spazzati via dallo spaventoso fenomeno naturale che aveva sconvolto tutto il Mondo Conosciuto e da cui anche le specie senzienti avevano fatto fatica a salvarsi. Si favoleggiava che alcuni draghi sopravvivessero ancora, nell’estremo Nord, nelle profonde foreste del Sud o sulle aspre montagne, ma nessuna fonte ufficiale ha mai riportato la loro esistenza da due millenni a questa parte e le autorità li danno ormai definitivamente e tristemente  per estinti. Si era ormai persa memoria di cosa in realtà fosse stato il Grande Cataclisma, ma certo è che era sempre rimasto a monito di tutti, la prova di cosa significhi adirare gli dei a tal punto da provocare la loro vendetta e far scatenare su di sé la loro furia. Così, molto spesso il Grande Cataclisma finiva per essere ricordato nei testi sacri, dove si perdeva ogni elemento profano e storico per trasformarlo in un’allegoria con cui tenere buoni i fedeli, che sentivano di avere sempre una Spada di Damocle sulla loro testa, pronta a calare non appena avessero perso la fede o fossero diventati troppo arroganti nei confronti dei loro dei. Tutto ciò aveva sempre irritato Inelor: come elfo, ma soprattutto come Gran Maestro degli assassini, la sua fede era la scienza, i suoi libri sacri quelli che parlavano della Nobile Arte, l’Assassinio. Non si era mai fidato di nessuna religione, che vedeva solo come un appiglio cui si aggrappavano i deboli che in essa trovavano l’ultima ancora di salvezza, l’ultimo aiuto prima di venire sopraffatti dalla durezza dell’impietosa realtà.
Inelor scosse il capo e i suoi lunghi capelli biondi ondeggiarono assieme alla sua testa, ricadendogli a ciocche sul volto stanco. Non era tempo di pensare a quelle cose, né di riposarsi: il destino di Ayros dipendeva da lui ed era ora di rimettersi in marcia. Infilò la mano destra nella bisaccia che portava appesa alla cintura, dietro la schiena, e ne trasse una stringa di cuoio scuro, con cui si accinse a legarsi i capelli in una coda. Mentre era impegnato in questa operazione volse il suo sguardo attorno. Astor era già in piedi e stava, come ogni volta dopo un viaggio magico, ricontrollando che tutto il suo equipaggiamento fosse al solito posto. Fingord era seduto ad occhi chiusi e gambe incrociate e sul suo viso c’era un’espressione di calma e serenità completa, tanto che si poteva pensare che fosse addormentato mentre, al contrario, era assorto in una profonda meditazione. Raduin, invece, si trovava ai margini della radura, appoggiato ad un albero e, dai versi che emetteva, si poteva ben capire fino a che punto il viaggio magico gli avesse scombussolato lo stomaco.
Finito che ebbe di raccogliere i capelli nella coda, che ora, liscia, gli arrivava fin quasi al bacino, Inelor si mise il cappuccio nero, coprendosi fin sopra agli occhi, e chiamò i suoi compagni.
-Forza ragazzi, in piedi, è ora di rimettersi in marcia.- I tre assassini non se lo fecero ripetere. Recuperarono le loro cose sparse sul prato, indossarono a loro volta i cappucci e poi lo affiancarono, senza che i loro passi facessero rumore alcuno sul soffice manto dell’erba. Sembravano dei fantasmi, tanto erano silenziosi. La definizione data da Sharken di Dasker per la classe dell’assassino era più che giusta: i quattro Maestri dell’Accademia Oscura sembravano veramente essere degli “angeli della morte che calavano dal cielo”.
Quindi i quattro si misero in cammino, macchie nere nel verde, nonostante il caldo fosse quasi soffocante in quella giornata di piena estate. Erano diretti a Est, verso Singarston, la loro casa, la loro patria e, insieme, il loro futuro e il destino.

Fortunatamente, Wiserim non aveva sbagliato troppo i calcoli e, nel giro di un’ora di marcia a passo spedito, i quattro emersero dalla foresta. Davanti a loro, una strada lastricata di roccia bianca attraversava un alto arco aperto in candide mura e protetto da un enorme portone di quercia rinforzata. Sngarston, capitale del regno degli uomini, si stendeva davanti a loro. Le mura erano altissime, persino più imponenti di quelle di Talfgar; edificate, secondo la leggenda, grazie alla magia che scorreva pura e potente nei tempi in cui i draghi erano i signori del cielo. Erano interamente realizzate con quella particolare pietra bianca dalle venature azzurrine che costituiva il materiale principale utilizzato dagli uomini di Singarston nella costruzione dei loro edifici. Si diceva che quell’antica pietra avesse particolari capacità magiche non ancora svanite del tutto e che per questo anche le mura possedessero straordinari poteri, come ad esempio la capacità di resistere a ogni tipo di usura, che fosse quella del tempo o quella degli agenti atmosferici.
Le mura, anche in tempi di pace come quello, erano fittamente pattugliate e si scorgevano, sulle torri più alte, le tozze strutture di legno di enormi baliste, che a quella distanza sembravano quasi giocattoli: le mura di Singarston, infatti, erano le più alte esistenti al mondo e misuravano all’incirca venticinque braccia nei tratti di mura semplici, arrivando a toccare anche le cinquanta in prossimità delle torri merlate. Ovunque, lungo tutta la struttura difensiva, garrivano al vento centinaia di bandiere con raffigurato il simbolo della Casata Reale di Singarston: due spade incrociate sormontate la testa di un’aquila, ricamate con filo argentato su campo nero. Era sotto quella bandiera che si riunivano tutti gli uomini quando marciavano in guerra, ma in pace si preferiva lasciare ad ogni città la possibilità di rappresentarsi con la propria effige e quella Reale veniva utilizzata per riconoscere la sola Singarston; il simbolo di Dor Ander, ad esempio, era un pesce spada guizzante in campo blu mare mentre quello di Dasker un orso in campo viola.
I quattro assassini osservarono quell’incredibile spettacolo con meraviglia e gioia perché, nonostante abitassero da anni nella capitale degli uomini e oltre quelle mura si trovasse la loro casa e la loro vita, non si erano mai abituati alla vista di tale potenza e solennità, vestigia di tempi andati che probabilmente mai sarebbero tornati, certo, ma che rimanevano comunque a testimonianza del potere e dello splendore ottenuti dagli umani durante l’Epoca d’Oro degli Uomini, il periodo antecedente all’Era degli Eldar.
-Mettetevi i cappucci.- ordinò Ineor perentorio e immediatamente i suoi compagni gli obbedirono. Anche se di pari grado, era comunque l’elfo a rivestire il grado di Gran Maestro dell’Accademia, e gli dovevano fedeltà e rispetto. Fortunatamente, a quell’ora del giorno non c’era molto traffico e i quattro riuscirono a sgusciare con facilità in mezzo ai carri e ai popolani che aspettavano il loro turno per entrare in città, arrivando a una porticina secondaria che si apriva a lato del grande portone principale. Era un’entrata nascosta, di cui ben pochi erano a conoscenza, che serviva come via rapida di ingresso e uscita dalla città per i personaggi di spicco e che, in caso di pericolo, poteva essere facilmente sigillata tramite la magia e trasformata in solidi lastroni di pietra in tutto e per tutto simili a quelli che la circondavano fino al risolversi della crisi. A custodirla sembrava non esserci nessuno ma, come i quattro si trovarono a un paio di iarde da essa, un coltello sbucò da chissà dove e si conficcò nel terreno di fronte a loro.
-Fermi là, bifolchi. Non sapete che questo è territorio militare? Toglietevi quei cappucci e rendetevi riconoscibili o la prossima volta non mirerò a terra ma un po’ più in alto.-
La voce venne presto seguita da un uomo ammantato di nero che si lasciò cadere da un albero nelle vicinanze. Contemporaneamente, un paio di uomini, anch’essi vestiti di scuro e armati di pugnali comparvero alle spalle dei quattro, come a rendere ancora più incisive le parole del compagno.
Inelor fece un passo avanti e gli uomini in nero si misero immediatamente in allerta, alzando le armi.
-Non fare un altro passo, pezzente, o ti sgozzo e ti lascio a dissanguarti nei cespugli.-
-Un lavoro encomiabile il tuo, Confratello- scandì Inelor con una lenta cadenza -Ma oserei definirlo anche… totalmente inutile, con gente come me.- Un attimo dopo, l’elfo era scomparso con uno sbuffo della sua veste nera.
-Ma che diav…- Fece in tempo a dire l’assassino che aveva lanciato il coltello prima che la fredda lama di un pugnale si appoggiasse sulla sua gola. La mano era pallida ma completamente ferma, senza alcun tremito. All’anulare, una sottile banda dorata e una pietra nera, agitata come se fosse fatta di fumo. -Ripeto: totalmente inutile.- Anche la voce era totalmente incolore, priva di qualsiasi emozione.
La guardia, sgomenta, sudando freddo vide l’anello e sbiancò.
-Maestri… Siete voi… Avreste dovuto dirlo subito, vi avremmo fatto entrare immediatamente.- Deglutì e il pomo d’Adamo venne leggermente inciso dal freddo metallo che premeva sulla sua gola. Un attimo dopo, il pugnale era sparito e Inelor si era tolto il cappuccio, rivelando le sue sembianze.
-Gran Maestro!- Esclamò l’assassino e si gettò a terra prostrandosi su un ginocchio in segno di rispetto, subito imitato dai suoi compagni.
-Quali sono il tuo nome e il tuo grado, Confratello?- fece Inelor.
-Guardia Ainon, di Leradir, signore, per servirla.-
Inelor annuì. -Bene, Ainon. Che non accada mai più, o potrei essere meno indulgente, con il pugnale. Non tollero che dei miei sottoposti mi minaccino, men che meno uomini di grado alto come quello di Guardia. Avresti dovuto riconoscermi immediatamente, quanto meno per i miei vestiti, e così i tuoi compagni. Per questa volta chiuderò un occhio ma oso sperare che sarà anche l’ultima.- Disse aprendo la porticina.
Ainon tirò un malcelato sospiro di sollievo e si rilassò un poco. -Certo signore, non accadrà mai più signore. Buona giornata.-
-A te- Borbottò Inelor a denti stretti senza degnare gli assassini di uno sguardo e oltrepassando la porticina assieme ai suoi tre compagni, Ritornando a Singarston per la prima volta dopo quasi cinque anni.

Oltre la porta nelle mura di Singarston, solo il buio. Un buio denso e appiccicoso, che sembrava quasi colare fuori del passaggio che si scorgeva al di là. Ma Inelor non ebbe paura, nessuna emozione traspariva sul suo viso sottile ed elegante. Il buio era da sempre amico dell’Ordine degli Assassini, e quel tipo di oscurità in particolare riempiva il cuore dell’elfo di un strano tipo di trepidazione, che per qualche istante gli fece accelerare i battiti. Stava per tornare a casa, alla sua Singarston, la città che seppure non lo avesse generato, lo aveva cresciuto e aveva fatto di lui ciò che era e ciò che sarebbe stato in futuro, plasmando la sua esistenza.
Alzò la mano destra, indice e medio tesi, e li piegò indicando il vano della porta. Quindi si incamminò con passo sicuro, senza guardarsi attorno, senza voltarsi, gli occhi fissi dinanzi a sé come se si stesse concentrando prima di una missione particolarmente difficile. Sapeva bene che i suoi Maestri l’avrebbero seguito senza esitare. Quella era la sua città, il suo regno, e lì il suo potere sugli assassini era assoluto e incondizionato. Rispose con un lievissimo, quasi impercettibile cenno del capo agli altri uomini incappucciati, che al suo passaggio si portarono la mano destra al petto e si inchinarono nel saluto tipico della Confraternita. Quindi mosse un ultimo passo, e venne inghiottito dal buio. In breve udì la porta chiudersi alle sue spalle con un tonfo secco che rimbombò in maniera assordante nello stretto budello in cui si trovava. Paradossalmente, con quel fragore, ogni rumore si spense improvvisamente, lasciandoli in un silenzio pieno e assordante, dove il buio, scomparso anche l’ultimo raggio di sole proveniente dalla porticina, era ancor più totale e inquietante, claustrofobico.
Nonostante tutto, i quattro Maestri avanzarono con decisione, senza timore. Quel passaggio, che avevano percorso centinaia e centinaia di volte in vita loro, non aveva alcun segreto. L’unico rumore udibile era il pestare dei loro stivali sulla pietra bianca. Dopo pochi attimi, Inelor mormorò una semplice parola di antico potere. “Aesonyan”.. appena percettibile fuoriuscì dalle sue labbra e immediatamente la galleria si illuminò di una soffusa luce blu.
Era la pietra stessa a rilucere, le venature azzurrine che le percorrevano accese di un chiarore iridescente, simili a sottili corsi d’acqua che percorrevano il candore immacolato delle pareti.  Cosa ancor più straordinaria, la luce risplendeva solo al passaggio del gruppetto di assassini: al loro avvicinarsi la pietra cominciava a luccicare e, appena se ne allontanavano, alle loro spalle tornava il buio, come un pesante mantello che gli cingesse la schiena. Quello pronunciato da Inelor era un incantesimo piuttosto blando, che ogni mago a Singarston era tenuto ad imparare fin dai suoi primi giorni di apprendistato. Per un elfo, la cui razza è indubbiamente in tutta Ayros e oltre la più versata nella magia e la più in comunione con le forze delle natura che la governano, era più facile che elaborare un semplice pensiero.
“Aesonyan” era una parola arcaica, ormai non più usata dalle razze civilizzate. Apparteneva all’Antica Lingua, il linguaggio utilizzato dagli uomini migliaia di anni prima, durante l’Era degli Eldar, e significava “luce”. Era appunto a quell’epoca che risaliva la costruzione delle immortali mura di Singarston e degli edifici più vecchi della città. Tutto era stato edificato perché rispondesse a quell’unica parola magica, cui la pietra reagiva per natura, in modo da risolvere in ogni luogo il problema dell’illuminazione. Purtroppo, col passare dei secoli il sangue originario, per metà elfico e per metà umano, dei primi abitanti di Singarston, era andato disperdendosi e diluendosi sempre di più e ora la pietra rispondeva solamente a coloro che ricevevano il dono divino di essere versati nelle arti magiche. Al contrario della popolazione elfica, dove anche il più giovane o il più sempliciotto erano capaci di evocare semplici incantesimi, e dove i si dice che i maghi più potenti del passato avessero il potere di distruggere il mondo con una sola parola o di riportare in vita i morti, nella popolazione umana la magia è un privilegio ben più raro ed esclusivo. e i pochi bambini che nascevano dotati di capacità magiche venivano immediatamente trovati e portati a Singarston per essere istruiti.
La magia umana, diversa sotto molti aspetti dalle antiche formule elfiche dal potere straordinario, era comunque estremamente potente, tanto che il mago più dotato e versato di tutta Ayros era, nei giorni in cui Inelor e i suoi tornavano alla città, proprio un umano. E per di più un giovane umano, che aveva dimostrato come la magia non badasse a limiti di razza od età.
Il cammino degli assassini durò poco, e in meno di un minuto arrivarono all’altra estremità delle mura, ma ad accoglierli c’era un solido muro di roccia. Inelor mormorò “Astoriael” e la parete scivolò docile da parte con un leggero fruscio, quasi in totale silenzio. La luce del giorno corse all’interno, impetuosa, ferendogli per un attimo gli occhi. Attorno a loro, un gruppetto di popolani li guardò con gli occhi sbarrati, come se avessero visto dei fantasmi. Seduti su una panchina, anche due ubriachi squadrarono gli assassini con occhi vitrei. O almeno uno di essi, che sorrise mostrando una chiostra di denti mezzi marci e diede di gomito all’altro, evidentemente addormentato, dicendo la con voce alterata dall’alcol: -Hai visto, vecchio scemo? Te l’avevo detto che la fine del mondo era vicina. Hai visto? Eh? Hai visto? Hai visto? Sbucano dai muri! I quattro Cavalieri dell’Apocalisse sbucano dai muri, tutti vestiti di nero! Roba da non credere eh? Ma l’avevo detto io, l’avevo detto che la fine era vicina!- L’altro gli rispose con un grugnito e si mise a russare ancora più forte. Inelor storse la bocca, disgustato. Si avvicinò ai due, infilò una mano sotto la tunica e ne trasse fuori una moneta d’oro, lasciandola cadere in mano all’ubriacone terrorizzato dall’essere così vicino a uno dei Cavalieri dell’Apocalisse.
-Comprati degli altri vestiti, villico. Mangia qualcosa. E soprattutto lavati. Non sopporto l’odore di plebe e alcol.- ringhiò l’elfo alla volta dell’uomo, prima di fare un cenno ai suoi compagni e riprendere la sua strada. L’ubriaco si limitò a fissare stupefatto la moneta sulla sua mano per qualche minuto. Quindi si riscosse, diede di nuovo di gomito al suo compare e disse con una risata sguaiata: -Hai visto? Eh? Hai visto? Hai visto? Hai visto il Cavaliere dell’Apocalisse? Mi è venuto a tanto così, tanto così, ti dico! E mi ha dato un Dragone d’oro, un Dragone ti dico! Si vede che i Cavalieri han saputo che li stavo aspettando e mi hanno premiato! Morirò, ma morirò ricco, alla faccia tua!- E scoppiò di nuovo a ridere. Quello al suo fianco rispose con un grugnito e si rimise a russare.

Re Birden di Singarston, sovrano dei regni confederati degli Uomini, era un uomo piuttosto giovane, sulla trentina. La madre era morta poco più che bambina, durante il parto del suo unico figlio, avuto da un uomo di quasi molto più vecchio di lei. Il padre, re (inserire nome del padre, non ho potuto metterlo causa impossibilità di aprire documento excel con tutti i nomi propri  -.-) , morto prematuramente durante la conquista di Rashgar, aveva lasciato sulle spalle di un figlio a malapena ventenne uno stato in rovina, straziato da anni di guerra e distruzione. Il giovane Birden aveva avuto il suo bel daffare a risolvere la spinosa situazione, cercando di ottenere una difficile pace con il nuovo leader delle armate della gilda, un esuberante minotauro chiamato Urbak, tentando al contempo di trattenere un insieme di regni confederati sull’orlo della rivolta, che aveva già assistito alla defezione di numerosi stati. Risolta la questione estera e firmata una fragile pace, Birden si era dovuto quindi occupare degli affari interni. Come se la popolazione non fosse già stata abbastanza vessata nel futile tentativo di conquistare un lontano paese centinaia di miglia al di là del mare, gli uomini furono sottratti ancora una volta alle loro case, i campi lasciati alle cure delle donne e dei feriti incapaci di combattere. Per quasi tre anni il suolo di Ayros era stato bagnato dal sangue dei suoi stessi concittadini, versato in una terribile guerra civile allo scopo di riunire tutti i regni sotto un unico comando. Alla fine, l’Esercito Nazionale era riuscito a riportare l’ordine e tutta l’isola venne nuovamente riunificata. Ma per curare le ferite interne furono necessari tutti gli sforzi del re e del popolo. La pace c’era, ma tutto era da ricominciare da capo. Campi abbandonati da anni dovevano essere dissodati ed arati, i mestieri lasciati alle spalle ripresi, il fabbro avrebbe dovuto smettere di produrre frecce e spade e passare invece a ferri di cavallo ed utensili. Nonostante tutte le difficoltà, il popolo degli uomini aveva sempre avuto una tempra forte, e ancora una volta ribadì questo concetto, tornando quasi ai fasti di un tempo, dando una mano di vernice sui muri schizzati di sangue. Molto di ciò fu possibile anche grazie alla guida di un sovrano giovane, energico e saggio, che seppe rimediare con abilità e al massimo delle sue possibilità agli errori del padre.
Ma nessuno badò alla drammaticità di un giovane costretto ad abbandonare l’infanzia anzitempo, gettato al comando di un regno alla sbando, obbligato a sopperire alla mancanza di esperienza con la sua energia e la sua abilità, catapultato dalla relativa pace della reggia, degli allenamenti, degli studi, a un mondo completamente diverso, dove la guerra era fin troppo vera, gli uomini morivano davvero e la terra era bagnata più spesso dal sangue che dalla pioggia. Nessuno pensò a nulla di tutto ciò, perché Ayros aveva bisogno di un re, e al popolo non interessava se il sovrano aveva appena superato la maggiore età. Forse fu proprio a causa di questo brusco cambiamento, a causa di tutte le difficoltà vissute, che il più giovane sovrano di Singarston da quasi tre secoli a questa parte divenne anche uno dei più amati. La sua saggezza, la sua accortezza e la sua abilità ne fecero un re quasi idolatrato dal popolo, che vedeva in lui una specie di salvatore, che aveva portato alla rinascita del popolo degli uomini. Erano in molti quelli che lo acclamavano nelle piazze, chiamandolo il Restauratore, o il Saggio.
Re Birden era seduto su una ricca poltrona nella sua stanza, nell’ala più sontuosa della Reggia Imperiale di Singarston. Il volto, a dir la verità piuttosto anonimo, fatta eccezione per il marcato naso aquilino tipico della famiglia regnante di Ayros, era incorniciato da una folta ma ben curata barba marrone, che gli copriva le guance e la bocca. La fronte era cinta da un sottile ma elegante cerchietto dorato, simbolo della regalità che aveva voluto sostituire alla vecchia corona di suo padre, troppo grande, troppo opulenta, troppo pesante. Vestiva con un farsetto blu acceso, calzoni color crema, e un paio di eleganti e morbidi stivali di cuoio chiaro di camoscio. Su un’altra sedia accanto a lui aveva gettato, prima di sedersi, il suo mantello personale: intessuto in morbidissima stoffa azzurro ghiaccio, talmente chiara da sembrare bianca, con una pesante fodera di un  blu cupo, aveva ricamato sulla schiena, con un motivo finissimo in seta nera, il simbolo della città di Singarston. Una fibbia d’oro minuziosamente cesellato a forma di aquila serviva a fissarlo e ad avvolgerlo attorno al collo. Il re odiava quei vestiti. Ricchi ed eleganti, lo costringevano in posture che non gli appartenevano. Avrebbe di gran lunga preferito indossare una semplice ma comoda uniforme come quella delle sue guardie personali, che oltretutto non gli davano respiro, non lo abbandonavano mai. Anche in quel momento era certo che fossero schierate in bell’ordine davanti alla porta dei suoi appartamenti, attenti ad ogni rumore sospetto che provenisse dall’interno, pronti ad intervenire al minimo cenno di pericolo. Birden aveva la testa reclinata all’indietro, i biondi capelli ondulati che sembravano una cascata dorata dietro alla sua testa, e gli occhi chiusi, ma non dormiva. Pensava. Gli capitava spesso di pensare, in quel periodo. Ma mai al presente. Era sempre proiettato in un’altra epoca: al futuro, che vedeva sempre più roseo per Ayros ma sempre più nero per sé, offuscato da un oscuro presentimento; oppure, più spesso al passato, un passato che gli apparteneva ma che gli appariva meno suo, sempre più lontano da ciò che avrebbe voluto, come se la vita che viveva non fosse la sua, ma lui fosse solo uno spettatore.
Un leggero bussare alla porta lo ridestò dai suoi pensieri. Si mise a sedere un po’ più composto, con una mano si pettinò all’indietro i capelli che gli erano ricaduti sulla fronte e sospirò leggermente. Certamente non era altri che uno dei suoi maledetti consiglieri o amministratori o nobili o guardie che non facevano altro che ronzargli attorno tutto il giorno, senza lasciargli un attimo di tregua, esasperandolo con le loro futili richieste assillanti, con i loro falsi complimenti e i loro sorrisi affettati. Gli venne in mente la frase di un famoso poeta, un tragediografo, che anni prima scrisse una frase che ormai era diventata un detto comune in tutta Ayros: “Ci sono pugnali nei sorrisi degli uomini”. Increspò le labbra in una smorfia. Mai come in quel momento la sentiva più vera. Sospirò nuovamente e, nonostante si sentisse la lingua impastata e avesse una voglia tremenda di far finta, per una volta, di essere addormentato, si costrinse a borbottare un “avanti” con voce rassegnata.
La porta si aprì di uno spiraglio e fece capolino la testa brizzolata di Freccia, il comandante della sua guardia personale. Era un guerriero anziano, di grande esperienza, che aveva di molto superato la cinquantina ma che manteneva il suo corpo asciutto e scattante, e molti dicevano fosse capace di battere qualunque uomo in ogni competizione fisica. Veterano della Guerra di Conquista di Rashgar, alla nascita di Birden aveva preso il giovane principe sotto la sua ala protettiva, diventando ben presto per lui come un secondo padre, sostituto di uno troppo assente, preso dalla cura della guerra per badare a suo figlio. Ora, anche se cominciava ad invecchiare, anche se i suoi capelli, i suoi folti baffi cominciavano a diventare grigi, anche se il suo protetto non era ormai più un bambino, ma un uomo fatto e capace di badare a sé stesso, continuava comunque a proteggerlo a modo suo e ad essergli vicino. Era uno dei pochissimi veri amici che Birden avesse all’interno della reggia e lo amava come un padre. Alla vista del suo vecchio tutore quindi il re sorrise con indulgenza,e lo invitò a parlare con un cenno del capo.
Freccia chinò il capo in segno di rispetto poi esordì:
-Birden- era forse l’unico che potesse permettersi la confidenza di chiamare il re per nome, senza alcuna espressione cerimoniale. Ma forse, per lui il sovrano dei regni degli uomini sarebbe sempre rimasto il bimbo vivace armato di una spada di legno che giocava a rincorrere, tra gran risate, per tutta la reggia – Qui fuori ci sono i quattro Maestri Assassini. Temo sia importante. Dicono di voler immediatamente conferire con te e, sapendo quale fosse la natura della loro missione, ho preferito non farli cacciare via. Voi stesso mi avete detto che siete disposto ad ascoltarli in qualunque momento. Li devo far entrare?-
Gli occhi di Birden si fecero grandi di stupore. –Sei sicuro che siano loro, Freccia?-.
Il vecchio veterano annuì. –Sono proprio il Gran Maestro Inelor e i maestri Fingord, Raduin e Astor. Hanno gli anelli.-
Il volto di re Birden si adombrò. Avrebbe preferito che quel giorno non venisse mai. Ma forse la sua esistenza era dannata, prigioniera di un circolo vizioso dove guerra e sangue chiamavano altra guerra e altro sangue, e dove la pace rimaneva un sogno lontano, irraggiungibile ai comuni mortali, che gli dei si divertivano ad osservare mentre morivano a migliaia. Scosse la testa e appoggiò la fronte sulla palma della mano. Rimase così per quasi un minuto, perso nei suoi pensieri, finchè la voce insistente di Freccia, ancora in attesa di ordini, non lo riportò alla realtà.
-Birden? Devo farli entrare, ragazzo? O vuoi che li faccia tornare un altro giorno, magari domani?-
Birden aprì nuovamente gli occhi, due profondi pozzi grigi, e li fissò gravemente sul volto di Freccia.
-No Freccia, no. Falli entrare. E disdici tutti i miei appuntamenti di oggi. Non ho tempo per vedere nessuno. Tieni chiunque lontano dai miei appartamenti fino a nuovo ordine. Non voglio essere disturbato. Ho molto da discutere con i Maestri.-
Lo sguardo che il vecchio Freccia lanciò al suo pupillo fu molto eloquente, denso di preoccupazione e tristezza. Il veterano era uno dei pochi abitanti di Ayros che sapeva quale fosse la missione in terra straniera dei quattro Maestri Assassini e sapeva anche che cosa significasse un loro eventuale ritorno in patria prima del tempo. Il suo viso quando aperta la porta li vide era adombrato, gli occhi azzurri incupiti dal fantasma di una nuova guerra che sentiva ancora imminente. Una guerra generata da un altro conflitto, che gli aveva portato via due dita della mano sinistra, un pezzo d’orecchio e tutti i suoi anni migliori, oltre a privare il suo protetto della presenza del padre e ad insanguinare il suo paese natio. Anche l’anziano soldato, come il re, come molti altri abitanti di Ayros e del mondo, era stanco della guerra, stanco del sangue, della morte, stanco di uccidere; una stanchezza non solo emotiva ma anche fisica, che sentiva appesantirgli le ossa e i muscoli altrimenti ancora tonici e scattanti nonostante l’età avanzata. Nonostante ciò, Freccia riuscì a trovare la forza di sfoggiare un rassicurante sorriso di incoraggiamento al re, cui Birden rispose. Sapeva quanto costasse al suo passato tutore lasciarlo in una situazione simile, senza poterlo nascondere sotto la sua ala protettiva dagli orrori del potere come quando era più piccolo. Ora era adulto, e cosa ancora più importante era re, e in quei tempi tormentati i re non potevano permettersi alcuna esitazione.
All’aprirsi della porta, Birden poté esaminare le figure dei quattro assassini. Erano come se li ricordava, sempre alti e sottili, i fisici asciutti, totalmente vestiti di nero, i cappucci a larga tesa tirati sul volto in modo da mostrare alla luce solo la bocca e la punta del naso, lasciando gli occhi immersi nell’oscurità. Gli sfuggì un brivido. Non aveva mai amato gli Assassini. Certo, sapeva che erano forse la più potente classe combattente dell’esercito di Ayros, ma non riusciva a non trovarli inquietanti, anche dopo tanti anni di frequentazione. La cosa che più lo agitava era il modo in cui si spostavano: sinuoso, fluido, senza movimenti bruschi o mosse inutili, e soprattutto totalmente privo di qualsiasi rumore: si riusciva a fatica, aguzzando l’orecchio, anche solo a percepire l’ombra del fruscio delle loro vesti. Quello che più trovava stranamente inquietante, poi, era il Gran Maestro dell’Ordine degli Assassini, l’elfo Inelor. Nonostante avesse avuto modo di parlargli molte volte negli anni passati, ancora non riusciva ad abituarsi alla sua presenza. Il suo modo freddo e distaccato di parlare riuscivano ad incupirlo, per non parlare degli occhi, freddi e taglienti come il migliore acciaio.
I suoi pensieri furono interrotti dal brusco colpo della porta che si chiudeva. Birden scosse la testa, come per scacciarli, e sorrise. A quanto pare la preoccupazione aveva fatto dimenticare a Freccia le buone maniere. Sospirò e, senza parlare, invitò gli ospiti a sedersi con un gesto. Questi obbedirono e si tolsero anche i cappucci in segno di rispetto. Erano come se li ricordava, salvo qualche ruga un po’ più profonda sui volti di Astor e Raduin. Non riuscì a evitare che il suo sguardo si soffermasse un attimo di più sull’ovale perfetto del volto di Inelor, scolpito con quella tipica stupefacente e un po’ esotica bellezza elfica, che sembrava avere quasi qualcosa di sovrannaturale. Ancora una volta lo colpirono i suoi occhi. Anch’essi non erano cambiati.
Ricordando le buone maniere, Birden distolse lo sguardo, si mise a sedere un po’ più composto e chiese educatamente se desiderassero mangiare qualcosa o bere un  po’ di vino, ma i quattro rifiutarono. Il re decise di saltare inutili convenevoli e passare subito al sodo. Aveva imparato con l’esperienza che le brutte notizie non diventano meno brutte aspettando e perdendosi in chiacchiere. Sospirò ancora una volta, come a voler racimolare il coraggio per porre la domanda fatidica:
-Stanno venendo qui?- chiese con voce stanca, esaminando con cura i suoi stivali. Non aveva il coraggio di guardare negli occhi i suoi interlocutori. Il suo cuore perse un colpo quando Inelor disse gravemente –Sì-. Birden chiuse gli occhi e strinse i pugni con tanta forza da graffiarsi i palmi con le unghie. I suoi peggiori timori si erano avverati. Davvero gli dei si divertivano ad osservare i mortali scannarsi a vicenda, senza un attimo di tregua. La pace era un desiderio troppo grande, una preghiera troppo complessa perché venisse eseguita. In un attimo gli passarono davanti agli occhi i ricordi della sua infanzia, della sua adolescenza, della sua giovinezza. Rivide come in sogno le scene più orribili cui avesse mai assistito, quelle che per notti gli avevano impedito di riposare: rivide il sangue, ne sentì l’odore, poté quasi saggiarne il sapore; rivide le pile di cadaveri, i loro corpi ammassati come granaglie l’uno sull’altro come granaglie, ne sentì il fetido puzzo di putrefazione; vide ancora una volta i corvi calare gracchiando dal cielo, pronti al banchetto imminente, mentre a terra centinaia di uomini e mostri di ogni genere si mescolavano in una mischia senza senso, mentre sopra ogni cosa regnavano l’insopportabile cacofonia delle armi e l’odore insopportabile, metallico del sangue; ricordò i villaggi bruciare, l’odore del fumo, i bambini sgozzati davanti alle madri e le mogli violentate davanti ai mariti intenti a sorreggere i corpi dei figli squartati. Rivide la guerra, e capì che  non voleva vivere ancora una volta tutti i suoi orrori. Ma non aveva scelta.
Si morse il labbro e disse, senza alzare la testa: -Ancora Urbak, non è vero?-.
-Sì- confermò Inelor –L’abbiamo visto incitare i suoi soldati al massacro e avviarsi con loro verso il porto-.
-Quanti sono?-
-Non ne sono sicuro, ma a giudicare dalle navi all’ancora nel porto di Rashgar sicuramente qualche migliaio. Erano alcune centinaia i soldati presenti al discorso, ma sicuramente molti altri saranno giunti nei giorni seguenti dalle altre città. Ad ogni modo le nostre sono solo ipotesi, suppongo potremo essere certi sul loro numero solo una volta che ce li troveremo addosso-.
Passò qualche secondo di completo silenzio in cui il re, immerso nei suoi pensieri, si estraniò totalmente dal mondo circostante. Ogni tanto gli sfuggiva un sospiro. Quando alzò nuovamente i brillanti occhi verdi sui suoi interlocutori, il suo sguardo era cambiato. Il giovane stanco dai doveri di governo era scomparso e aveva lasciato spazio all’uomo vissuto, al re risoluto a prendere le decisioni migliori per il suo popolo.
-Quanto tempo abbiamo prima che sbarchino? E dove sbarcheranno soprattutto?-
-Non dovremmo avere a disposizione molti giorni.- spiegò Inelor –Noi quattro siamo salpati sicuramente con almeno qualche ora d’anticipo, ma la nostra era una nave piccola, incapace a mantenere una velocità pari a quella delle galere da guerra della Gilda. Le abbiamo viste, alla rada nel porto di Rashgar. Sono navi enormi, capaci di trasportare qualche centinaio di soldati ognuna, i carpentieri sono stati tanto abili da riuscire a dotarle di una forma capiente, resistente ma anche affilata e aerodinamica. Sono navi veloci, adatte a viaggi lunghi ma che richiedono il minor tempo possibile per essere portati a termine…-
-Non ti ho chiesto di farmi un resoconto della bravura dei maestri d’ascia della Gilda- lo interruppe Birden con una certa stizza –Voglio sapere quanto tempo ho a disposizione per evacuare la popolazione dei possibili luoghi di sbarco e organizzare le truppe.-
– Quattro giorni- Replicò Inelor senza batter ciglio.
Birden si lasciò sfuggire un’amara risata gorgogliante, di stizza. –Quattro giorni?- Sibilò.
–Quattro giorni per evacuare centinaia di persone e organizzare un qualche tipo di difesa in luoghi disparati e per impedire che la Gilda metta piede su Ayros con ancora l’intero potenziale offensivo a disposizione?-
-Non è compito mio chiedermi come farà. Io e i miei uomini abbiamo fatto ciò che dovevamo. E probabilmente sappiamo anche il luogo dello sbarco.-
Birden alzò un sopracciglio con aria interrogativa –Intendete Dor Ander?-
Inelor annuì.
-In effetti- valutò il re con aria pensosa –E’ la prospettiva più probabile. Si trova praticamente in linea retta verso est rispetto a Rashgar, per non parlare del fatto che è uno dei pochi approdi agevoli sulla costa orientale di Ayros. Forse l’unico capace di ospitare all’ancora un numero così grande di imbarcazioni.-
-Inoltre sbarcando a Dor Ander avranno la possibilità di cominciare l’invasione in grande stile, privandoci contemporaneamente di un punto strategico di grande importanza, del nostro porto principale e di una solida testa di ponte aperta verso tutta Ayros e le sue città principali- Aggiunse Inelor.
Birden rimase in silenzio quasi un minuto, lo sguardo assorto, mordicchiandosi il labbro. Quindi annuì e si rivolse nuovamente agli assassini con un sorriso un po’ forzato.
-Avete fatto davvero un ottimo lavoro, e avete dato un grandissimo aiuto alla vostra Nazione.- Disse con voce solenne. I Maestri risposero alzandosi in piedi e inchinandosi, mentre Inelor sussurrava:
-Sempre ai vostri ordini, signore. Noi quattro Maestri e la Confraternita tutta siamo da questo momento ufficialmente in guerra con l’esercito di Urbak Corno Insanguinato e siamo pronti a portare a termine qualsiasi missione vogliate affidarci.-
Birden annuì. –In effetti maestri, ho un’ultima missione pronta per voi prima di portarvi sul campo di battaglia. Credo sia indispensabile ora chiedere l’aiuto degli elfi, recandosi sull’ isola di Leradir. Credete di poterlo fare per me?-
Inelor chinò appena il capo in un cenno d’assenso. –Certamente maestà- disse senza esitazioni-
–Come ho detto siamo pronti a portare a termine qualsiasi missione sia intenzionato ad affidarci, tantomeno un incarico diplomatico presso la mia gente. Temo tuttavia che avremo bisogno di un mago per la creazione di un portale. Sa già chi contattare per una missione talmente delicata?-
-Consideratelo già fatto. Metterò a vostra disposizione Enedhass, il mago più dotato della città. Farò in modo che lo troviate qui fuori quando uscirete. Ora scusatemi ma ho alcune faccende da sbrigare.- Rispose il re aprendo la porta e facendogli un cenno leggero con il capo. I maestri, capendo di essere stati congedati, si inchinarono un’ultima volta e poi se ne andarono, calandosi nuovamente i cappucci sul volto e senza degnare di un’occhiata le guardie che li squadravano con malcelata curiosità.
Vedendo lo sguardo preoccupato del re, Freccia gli si avvicinò con fare protettivo. –Ragazzo, cos’è successo? Cosa ti hanno detto? E’ come temevamo vero?- Disse con voce tremante il vecchio soldato.
Birden sospirò e si limitò ad annuire con aria stanca. –E’ veramente impossibile avere un po’ di pace, vero Freccia? La guerra non è altro che un mostro che si limita a mangiarsi la coda ed ingoiare sé stessa. Alla sofferenza non c’è mai fine.-
-Capisco ragazzo. Capisco come tu possa essere stanco di tutto questo. Ma abbiamo bisogno di te più che mai. Tutti noi.-
-Lo so Freccia, lo so. E forse è proprio questo ciò che mi spaventa più di ogni altra cosa. Avere sulle spalle tutte queste responsabilità, tutte queste vite che dipendono da me e dalle mie azioni… E se sbagliassi? Se portassi la mia gente alla rovina? Non me lo perdonerei mai, suppongo.-
-E’ per questo che ci sono io ragazzo. Sarò sempre al tuo fianco, ricordalo.- Borbottò Freccia con un sorriso indulgente.
-Grazie, vecchio mio. Te ne sarò sempre grato.- Rispose il re con una smorfia.
-Forza maestà- disse il soldato tornando al tono formale –Cosa vuole che faccia? Convoco il Concilio e Sua Eccellenza il generale Marmaluot?-
Re Birden rimase in un silenzio pensoso qualche secondo, quindi annuì debolmente, quasi esitando. Poi, come se avesse ripreso energie, alzò il capo con sguardo deciso e, quando parlò, la sua voce era densa di regalità.
-Sì Freccia. Convoca il Concilio e il generale Marmaluot. Inoltre voglio che Enedhass si rechi immediatamente all’esterno della reggia e aspetti lì i Maestri della Confraternita, per poi sottostare ai loro ordini. Quindi voglio che mandi messaggeri tramite portali magici in ogni insediamento dell’isola, persino nel più sperduto villaggio in mezzo alle montagne. Voglio che tutta la popolazione civile si rifugi nel castello o nella città dotata di mura più vicina. Tutti gli uomini in grado di impugnare le  armi devono essere pronti a combattere nel giro di un paio di giorni e voglio che i soldati in eccedenza rispetto alle guarnigioni delle città si radunino a Singarston nel minor tempo possibile. Altri ambasciatori devono essere inviati a Talfgar e alle Casate Nobiliari per richiedere il loro aiuto; gli esponenti di tutte le Classi Maggiori del nostro esercito devono avere l’obbligo di prendere le armi. Infine, voglio che un messaggero venga al più presto mandato a Dor Ander, dal capitano Drivold, con un ordine di evacuazione immediata per l’intera città, compresa la guarnigione.-
-Ne è sicuro signore?- Disse Freccia alzando un canuto sopracciglio –Vogliamo far sbarcare le truppe della Gilda senza opporre resistenza?-
Birden sorrise, un sorriso amaro –Naturalmente no, vecchio mio. Lasciami finire. Sì, voglio che l’intera guarnigione evacui dalla città. So bene che i tempi per organizzare una difesa efficace e mandare truppe a nord per frenare Urbak sulla costa sarebbero troppo lunghi. Non abbiamo abbastanza tempo. Perciò voglio che anche un altro ordine venga dato a Drivold. Voglio che istituisca immediatamente una milizia composta da volontari per difendere al meglio la città o, per lo meno, infliggere alla Gilda il maggior numero di perdite possibile al momento dello sbarco. Non ho intenzione di far calcare a Urbak e ai suoi la terra di Ayros senza chiedere un grosso pedaggio.-
Freccia annuì, annotandosi mentalmente tutte le direttive date dal sovrano. Quindi si voltò verso le guardie del corpo che lo attorniavano, osservandolo con gli occhi resisi grandi per lo stupore e la paura, e gli abbaiò: -Avete sentito, uomini! Di corsa! Sia fatta la volontà del re!-

CAPITOLO IV

Inelor guidò a ritroso i suoi tre compagni lungo gli stessi corridoi che avevano percorso solo qualche minuto prima per essere ricevuti dal re. Ogni volta l’elfo si stupiva delle enormi dimensioni della Rocca di Singarston, la dimora della casata reale del regno da centinaia di anni a questa parte. Costruita da Goetorn il Sommo, primo re della città e progenitore della stirpe degli uomini, con le stesse pietre bianco-azzurre utilizzate per le mura della città, era un enorme complesso di edifici, in cui taluni si erano addirittura persi. Ad ogni modo, nonostante fosse stato costruito centinaia e centinaia di anni prima, nessuno dei più grandi ingegneri che seguirono era riuscito a scoprire il suo segreto: neanche con avanzate tecniche di costruzione si sarebbe stati capaci nemmeno di immaginare un edificio del genere. La Rocca in effetti aveva ben poco della reggia e molto di più della costruzione militare: le sue mura erano fredde e spesse, progettate per resistere agli assalti del nemico ma non agli spifferi del vento. Ma la cosa più sorprendente era l’aspetto. L’enorme costruzione infatti non si sviluppava, come molti avrebbero immaginato, in orizzontale, ma bensì in verticale. All’interno della cerchia di mura si innalzavano al cielo decine di torri sottili e slanciate, che sembravano quasi attorcigliarsi su sé stesse per tutte le loro ottanta braccia di altezza, tanto da dare l’impressione di fondersi in un’unica, immensa torre che arrivava quasi a bucare le nuvole.
Poiché gli appartamenti reali si trovavano in una delle zone più alte della Rocca, i Maestri impiegarono molto tempo a scendere le infinite rampe di scale dell’edificio, e quando arrivarono finalmente all’ingresso si sentirono estremamente sollevati alla vista dell’enorme atrio decorato di marmi colorati, che si stendeva davanti ai loro occhi senza gradini di alcuna sorta.
-Non voglio più sentir parlare di scale per almeno una settimana- Borbottò Raduin massaggiandosi le gambe corte –Non so come faccia re Birden a fare tutti i giorni una tale fatica.-
-Tutti gli inquilini della Rocca, comprese guardie e servi, fanno uso di portali magici per passare da un piano all’altro senza sforzi.- Replicò Inelor senza batter ciglio.
-E allora perché non li abbiamo utilizzati anche noi?- Domandò Fingord strabuzzando gli occhi.
-Semplice. Perché credevo aveste bisogno di esercizio. Mi sembra che vi siate un po’ rammolliti, a Rashgar, limitandovi ad osservare e basta- Sorrise Inelor.
Fingord e Raduin erano sul punto di rispondergli a tono quando furono interrotti dall’improvviso arrivo di un giovane, che con un sonoro schiocco si materializzò dal nulla proprio in mezzo a loro, sfoggiando il più innocente e inappropriato dei sorrisi. Il ragazzo si ritrovò ben presto con quattro affilatissimi pugnali poggiati sulla gola e nella schiena. L’espressione del giovane passò presto da sorrisa a spaventata e il volto gli si fece paonazzo.
-Ehi, calma signori, via quelle armi, per piacere.-
-Ma che diamine… Vuoi farti ammazzare?- Sbraitò Fingord rilassandosi e rimettendo il pugnale al sicuro in una guaina nascosta nella manica, imitando Inelor e i suoi compagni. –Da quando in qua è prassi comune per i maghi teletrasportarsi dal nulla di fronte alle persone? E si può sapere chi diamine sei?-
Il giovane, calmandosi, si lisciò all’indietro i lunghissimi capelli ramati, che gli arrivavano fin quasi alla cintola, e con un leggero inchino disse: -Enedhass di Singarston, Maestro Incantatore della Casata dei Maghi, per servirvi.-
Inelor lo squadrò con occhio critico. Lui e i suoi compagni erano stati lontani dalla loro patria per molti anni, e sicuramente si erano persi l’iniziazione a Maestro Incantatore di questo giovane mago. In effetti l’elfo fu molto stupito: il ragazzo che aveva di fronte doveva avere non più di diciassette anni eppure era già a capo della Casata dei Maghi, e ciò significava che quello di fronte a lui, nonostante la tenera età, era il più potente incantatore vivente su Ayros. Come dicevano gli anziani, era proprio vero che quando la magia bacia la fronte di un uomo, non guarda né sesso né razza né età. Enedhass aveva un volto sottile, il naso affilato punteggiato da alcune piccole efelidi e grandi occhi di un azzurro chiarissimo. Indossava una lunga tunica che gli arrivava fino alla punta degli stivali di cuoio scuro, e che era ricamata in tutti i toni del blu e del viola, quasi come si mescolassero in continuazione.
-Suppongo voi siate i Maestri della Confraternita vero?- Chiese Enedhass in tono gioviale.
Inelor annuì, continuando a guardarlo con insistenza, come se volesse valutarlo con una semplice occhiata. Senza sembrare in alcun modo infastidito dalla curiosità del suo interlocutore, il giovane mago continuò a parlare senza fermarsi. –Bene. Mi è stato ordinato di crearvi immediatamente un portale magico per Leradir, giusto? Non preoccupatevi, ci vorrà solo un attimo- e fece per dare inizio all’incantesimo, ma il braccio che era sul punto di stendere venne bloccato dalla mano di Inelor.
-Non adesso, signor Maestro Incantatore.- disse l’elfo scuotendo il capo –Spero tu sia disposto ad aspettare ancora un po’, perché prima noi Maestri dobbiamo recarci all’Accademia, alla sede della Confraternita.-
-L’Accademia? E perché mai? La vostra non è missione di altissima priorità?- Domandò Enedhass piuttosto stupito quindi, come ricordandosi all’ultimo momento delle buone maniere, azzardò un rapido –Maestri?-
-Esatto- Disse Inelor rimettendosi in cammino verso l’uscita con passo spedito –La nostra è una missione importantissima, ma ti assicuro che tra un’ora avremo finito. E sinceramente non penso che un’ora in più o in meno cambierà molto.-
Enedhass rimase un attimo interdetto, come indeciso sul da farsi. Accorgendosi che i Maestri erano ormai arrivati  all’uscita si mise a correre per raggiungerli. –E cosa ci attende all’Accademia di grazia, di così irrimandabile?- Disse una volta che li ebbe raggiunti mentre, impacciato dalla lunga tunica, si sforzava di tenere dietro alle lunghe falcate degli assassini.
-Prima di tutto dobbiamo riorganizzare la Confraternita- spiegò Fingord –Sai, riprendere il comando delle operazioni, che in questo momento sono in mano agli assassini di grado più alto dopo di noi, gli Epuratori. Poi dobbiamo organizzare i nostri uomini in vista della guerra, mandarne alcuni nei centri più a rischio come rinforzo alle guarnigioni e con i rimanenti formare una piccola brigata di assassini per le battaglie più grandi. Ma in effetti quest’ultima parte organizzativa richiederebbe ben più di un’ora e può essere rimandata al nostro ritorno da Leradir… Ah, quasi mi dimen ticavo, dobbiamo anche cambiarci d’abito!- Concluse l’halfling con un sorriso.
Enedhass rimase allibito, poi squadrando ad occhi aperti i Maestri balbettò: -Ca… Ca… Cambiarvi d… d’abito? Spero stiate scherzando. Con tutto il rispetto, da Capo di una Classe Maggiore ad altro Capo, posso chiedervi come possiate pensare a cambiarvi d’abito in un momento come questo? Vedete, quando siete partiti per Rashgar ero piccolo, e non me ne ricordo. Tuttavia sono a conoscenza del motivo della vostra partenza e so bene cosa significhi un vostro eventuale ritorno. Capisco che i vostri vestiti siano sporchi e inadatti ad un incontro reale, ma vista la situazione non mi stupisce che sua maestà Re Birden non si sia scandalizzato, e dubito che Re Alar si comporterà in modo diverso.-
Fingors scoppiò a ridere, poi scosse la testa e allungò nella sua direzione la mano destra, indicandogli l’Anello Oscuro che portava all’anulare. –Suppongo tu sappia cos’è questo, vero?-
-Certo, è l’Anello Oscuro, il simbolo della vostra Confraternita e vostro segno di identificazione come Maestri dell’Accademia. Ogni Capo delle Classi Maggiori ne possiede uno simile, me compreso.- Rispose Enedhass arrotolandosi una delle maniche che gli arrivavano a coprire anche le mani e mostrando un anello all’anulare destro. Era un gioiello molto semplice, estremamente simile per foggia a quelli portati dagli assassini. Tuttavia era diverso: invece che nero era di un rosso scarlatto accesissimo, e invece che fumo scuro sembrava che al suo interno si mescolasse una tempesta di fuoco, con le fiamme che si divoravano e si inghiottivano in un ciclo continuo.
Fingord annuì, abbassando nuovamente la mano. –Vedi, giovane mago, devi sapere che per noi assassini l’Anello Oscuro non è l’unico segno di riconoscimento del grado di Maestro. Anche l’abito serve a identificarci come tali. Vedi queste vesti nere? Ebbene, non sono i nostri indumenti abituali. Il nero è il colore degli Assassini di grado minore di quello di Maestro, e noi lo indossiamo solamente in casi di estrema necessità, com’era la nostra missione all’estero in cui l’anonimato era la cosa più importante.-
-E quindi quale sarebbe il vostro vero colore?- Chiese Enedhass con sincera curiosità.
-Il bianco- risposero in coro i quattro Maestri.
-Bianco?- chiese Enedhass stupito –Posso chiedervi perché? Insomma… pensando agli Assassini il primo colore che viene in mente è il nero, così adatto a… nascondersi tra le ombre e uccidere silenziosamente, insomma.-
Fingord annuì. –In effetti è proprio per questo che vestiamo di nero i nostri uomini. Tuttavia devi sapere che la classe di Assassino non è un mero gruppo guerriero. La nostra è una filosofia di vivere. Quando si raggiunge l’agognato grado di Maestro, allora vuol dire che questa filosofia è stata appresa appieno. L’uccisione non è più il fine, ma il mezzo con il quale raggiungere obiettivi più alti e da semplice azione ha raggiunto il livello di arte. Questo per spiegartelo in parole povere. In realtà l’argomento è ben più complesso e necessiterebbe di ore che non abbiamo. Comunque ti basti sapere che il bianco simboleggia la nostra purezza.-
Enedhass annuì, anche se non era per niente convinto.
Mentre parlava, il gruppetto aveva ormai raggiunto e superato l’uscita dalla reggia, dove un manipolo di guardie li aveva salutati con educati cenni del capo. Ora davanti e tutto attorno a loro si estendeva la Meraviglia di Singarston, la Valle degli Eroi. La possente figura della Rocca di Singarston, simile ad un’unica immensa torre bianca, troneggiava alle loro spalle ed era collegata al resto della città solo da uno stretto cordone di terra largo una ventina di braccia. Tutto attorno, la circondava un’enorme voragine scura, di cui non si vedeva il fondo. La rocca stessa sembrava essere in precario equilibrio su un costone di roccia che sprofondava per centinaia e centinaia di metri nel sottosuolo. Nessuno aveva mai scoperto quanto la voragine fosse profonda in realtà. Si diceva che fosse quello il luogo, secondo le leggende, in cui gli dei, per punire la superbia degli elfi, scagliarono l’enorme meteorite che pose fine all’Era degli Eldar e provocò il Grande Cataclisma. Lo schianto della cometa aveva provocato quell’enorme cratere ma, sempre secondo la leggenda, la Rocca era rimasta magicamente intatta, proteggendo tra l’altro la città di Singarston dall’enorme esplosione che seguì lo schianto. L’unico tratto di terra ancora intatto tra la Rocca e il resto della città era appunto chiamato la Valle degli Eroi: ai lati della strada lastricata, lungo tutta la sua lunghezza, più di mezzo miglio, erano erette mastodontiche statue di pietra bianca che rappresentavano i passati re degli uomini. La più grande, proprio all’ingresso della strada, rappresentava Goetorn il sommo, fondatore di Singarston e costruttore della Rocca e delle mura della città. Era una statua veramente enorme, alta quasi quindici braccia e con il basamento largo altrettanto. Raffigurava un uomo anziano ma ancora forte, completamente calvo, racchiuso in una antica armatura a piastre ricoperta di pellicce. Il volto, duro e arcigno, era girato verso la mano destra nella quale impugnava, levata verso il cielo, una fedele riproduzione in pietra della Spada di Singarston, l’arma appartenuta a Goetorn stesso e che fin dalla fondazione del regno degli uomini veniva tramandata di re in re, sempre perfetta, senza  mai scalfirsi o perdere il filo. Un’arma straordinaria, che ora re Birden portava appesa alla cintura e che, al momento della sua morte, avrebbe passato al suo erede, come il suo predecessore e il predecessore di questi prima di lui, in una continuità che andava avanti da secoli.
I cinque camminarono a passo svelto lungo la Valle degli Eroi, senza lasciarsi distrarre dalla sua bellezza mozzafiato e dalla sua imponenza, d’altronde avevano percorso quella strada decine di volte.
In pochi minuti gli assassini e il mago alle loro spalle, oltrepassato un nuovo drappello di guardie a protezione del cancello d’acciaio temprato spalancato che dava sulla Valle, si rituffarono nel caos e nel chiasso della città. Il rumore sembrò quasi scoppiare tutto ad un tratto non appena superata la statua di Goetorn, come se l’arcigna figura del primo re avesse la facoltà di tenerlo lontano dall’abitazione dei suoi successori.
Dopo un breve cammino lungo le vie lunghe e diritte del centro cittadino il gruppetto raggiunse un edificio imponente, la cui facciata era completamente ricoperta da un sottile strato di ossidiana. Sopra all’ingresso principale, incise in caratteri rossi, vi erano incise le parole che definivano l’arte dell’Assassino e inventate da Sharken di Dasker, fondatore della Confraternita: “L’assassino è una lama nell’ombra. Un angelo della morte che cala dal cielo.”
Non appena i Maestri vi si trovarono davanti si fermarono di botto quindi, con un largo sorriso, si rivolsero al mago al loro fianco dicendo: -Benvenuto all’Accademia, Enedhass. Benvenuto nella nostra casa.-

CAPITOLO IV PARTE II

Detto ciò Inelor appoggiò il pugno chiuso alla porta, dando una serie di ritmici colpi sul legno scuro, secondo uno schema ben preciso. Quasi immediatamente l’uscio si spalancò. Dietro stava un allampanato uomo di mezza età, dall’aria anonima, completamente vestito di nero. Era visibilmente sconvolto. Quando vide i quattro Maestri di fronte a sé gli occhi gli si fecero improvvisamente ancora più grandi per lo stupore, mentre la bocca si apriva in un largo sorriso.
-Maestri!- esclamò con voce commossa –Siete tornati! Dopo tutti questi anni… credevo che non avrei mai visto il giorno del vostro ritorno.-
-Maestro Epuratore Svann!- Rise Inelor abbracciando l’uomo come fossero vecchi amici, mentre gli altri Maestri gli rivolgevano caldi cenni di saluto. –Quelle maledette reclute ti hanno degradato al livello di portinaio eh? Ma non eri in lizza per diventare un portatore dell’Anello Oscuro qualche anno fa?- continuò l’elfo seguendo Svann all’interno e facendo segno a Enedhass di seguirlo. Il giovane mago attraversò la soglia combattuto tra curiosità, poiché era la prima volta che entrava nella sede della Classe Maggiore degli Assassini, e imbarazzo, poiché si sentiva escluso di fronte a quei vecchi amici che si incontravano dopo tanti anni.
L’interno dell’Accademia non era per nulla come se l’era immaginato: dopo un breve corridoio la visuale si apriva su un’enorme cortile d’addestramento interno circondato da un fine porticato. Sulla sabbia chiara della corte si muovevano decine di Assassini, impegnati negli allenamenti più disparati, dal combattimento con i pugnali al lancio dei coltelli alla lotta a mani nude, ma con suo grande stupore Enedhass vide che in veniva utilizzato praticamente ogni tipo di arma. Altri adepti, poi, erano intenti in esercizi per aumentare la propria agilità o velocità. Come ebbe modo di vedere non appena il gruppetto mise piede nel portico, su di esso si aprivano decine di porte, che davano probabilmente agli alloggiamenti degli Assassini o su locali interni all’Accademia. A giudicare dalle enormi dimensioni del chiostro, cui dovevano essere aggiunte le altre stanze, complessivamente l’edificio doveva essere enorme, capace di contenere forse più delle alcune centinaia di adepti che al momento formavano la Confraternita.
Giunti al porticato, gli assassini si fermarono, osservando con distacco i confratelli impegnati negli allenamenti.
-Vedo che anche senza di noi le cose qui continuano più che bene- Disse con soddisfazione Inelor dopo un attimo di silenzio.
Svann gonfiò il petto, inorgoglito dal complimento, e rispose: -Ma certo Maestri. Io stesso ho diretto l’opera degli altri Epuratori e Maestri Epuratori in modo che l’Accademia continuasse la propria attività anche in vostra assenza. Come potete vedere gli allenamenti sono stati rispettati, comprese le lezioni di tattica e strategia. Abbiamo avuto anche l’ingresso in Confraternita di numerosi nuovi adepti, tra i quali ve ne sono alcuni che mostrano incredibile abilità nella Nobile Arte. Sono certo saranno felici più tardi di darvi una dimostrazione delle loro capacità, naturalmente dopo che vi sarete riposati…- Inelor bloccò alzando una mano il fiume di parole di Svann.
-Mi dispiace amico mio, ma ancora non possiamo fermarci, dobbiamo ripartire il prima possibile.-
L’uomo lo fissò, palesemente incredulo. –Ma… ma Maestri, siete appena arrivati dopo tanti anni. Dovete già ripartire? Un’altra missione del re? Quando sarete di ritorno?-
Inelor rise di nuovo. –Non preoccuparti Svann, questa volta è una cosa veloce. Saremo di ritorno al massimo entro domani. Dobbiamo solo andare a Leradir, come ambasciatori presso il mio popolo. Potevamo partire immediatamente, ma ho deciso di passare prima da qui per vedere come procede l’organizzazione dell’Accademia e riprendere i miei vecchi vestiti.-
Svann tirò un sospiro di sollievo. –Oh, grazie ad Arnath… Credevo sareste partiti per un’altra interminabile missione in terra straniera. Comunque se avete fretta vi condurrò immediatamente ai vostri vecchi appartamenti. In tutti questi anni hanno ricevuto solo le dovute pulizie, tutti i vostri oggetti all’interno non sono stati toccati, come da vostre direttive.-
Inelor annuì soddisfatto e il gruppo si rimise in cammino, percorrendo inosservato il perimetro del cortile.
-A proposito- disse Svann con aria grave, abbassando la voce fino a ridurla ad un sussurro, tanto che Enedhass, più indietro, dovette aguzzare le orecchie per sentirla. –La vostra ultima missione a Rashgar, com’è andata? Se siete qui è perché dobbiamo temere il peggio?-
Inelor sospirò. –Temo di sì, Svann. Saranno qui nel giro di pochi giorni. E ciò mi porta al mio prossimo compito per te. Vedo che in nostra assenza hai svolto un ottimo lavoro, quindi mi fido ad assegnarti anche questo ordine. Formalmente stasera, all’ora del pasto serale, voglio che avvisi gli adepti del nostro ritorno e del fatto che abbiamo ripreso il comando. Tuttavia, fino a quando non avremo terminato anche la missione su Leradir di fatto sarai ancora tu il capo dell’Accademia. E in quanto tale, avvicinandosi tempi di guerra, i prossimi giorni saranno per te molto impegnativi. Voglio che attivi la Confraternita. Entro domani sera ogni singolo adepto deve essere pronto a muoversi ed entro dopodomani mattina voglio che almeno la metà dei confratelli dal grado di Assassino in avanti siano in marcia. Dividili in gruppi equi per numero ed abilità e mandali in ogni grande insediamento di Ayros eccetto Dor Ander. Che siano armati come preferiscono, ma devono viaggiare leggeri. Voglio che in meno di cinque giorni si trovino quasi tutti nei luoghi loro assegnati, a meno che non siano così lontani che il viaggio richieda un tempo superiore. Voglio gruppi di Assassini pronti a combattere in ogni singola città di questa isola, tutti ai miei comandi ma tutti pronti ad agire come cellule indipendenti se necessario.-
-Sarà fatto Gran Maestro, non preoccupatevi. Mi metterò all’opera il prima possibile.-
Inelor sorrise, spezzando l’atmosfera formale che, forse involontariamente, si era formata assieme alle sue parole. –Sapevo di potermi fidare di te, Svann.-
Nel frattempo i sei erano arrivati al lato nord del chiostro. Aperta una porta, si trovarono di fronte a un corridoio il cui pavimento era di purissimo e lucido marmo bianco e su cui si aprivano quattro porte uguali, di legno scuro intarsiato d’argento.
Raduin sospirò con evidente soddisfazione. –I nostri appartamenti, finalmente. Mi sono veramente mancati, a Rashgar, quando dormivamo in quella catapecchia condividendo un po’ di paglia sporca.-
-Aspetta un momento qui, Enedhass, saremo di ritorno in un attimo.- Disse Inelor aprendo l’ultima porta a sinistra e chiudendosela dietro le spalle con un tonfo leggero.
Il mago annuì assorto, salutando con un cenno Svann di ritorno al cortile d’addestramento, mentre i Maestri sparivano nelle loro stanze con un guizzo delle vesti corvine.

Nell’attesa, Enedhass si limitò ad osservare pensoso gli adepti assassini impegnati negli allenamenti. I Confratelli erano divisi in numerosi gruppi a seconda del loro grado e, di conseguenza, della loro abilità. Si passava dagli Iniziati, gli Assassini entrati nell’Ordine da poco, che ancora si allenavano nelle tecniche di base, via via fino agli Epuratori, gli adepti di grado maggiore dopo quello di Maestri. Il giovane mago fu stupito da essi in particolare. Da quanto riusciva a vedere dalla distanza a cui si trovava, le abilità degli Epuratori erano inumane. La loro velocità e agilità sembravano soprannaturali, così come le loro tecniche di combattimento. I movimenti erano talmente veloci da sfuggire all’occhio disattento, ma mai rigidi e scomposti, mantenendo una fluidità quasi ipnotica. I movimenti dei pugnali e delle spade corte impugnati da questi uomini erano più simili ad una danza più che ad un combattimento, ma non per questo perdevano di forza: ad ogni scontro delle lame una diafana cascata di scintille seguiva il clangore d’acciaio, andandosi a spegnere con uno sbuffo nella polvere smossa dai passi veloci dei contendenti.
Un tocco leggero sulla sua spalla lo fece trasalire, riscuotendolo dalla sua contemplazione silenziosa. Dietro di sé, Inelor e gli altri tre Maestri, completamente vestiti di bianco immacolato, stavano controllando il loro equipaggiamento. Le nuove vesti erano simili per foggia a quelle classiche da Assassino, tuttavia la foggia era leggermente diversa. Le maniche larghe e le lunghe tuniche, adatte a nascondere ma che non offrivano grande capacità di movimento, erano state sostituite da vesti attillate, che sembravano adattarsi come una seconda pelle addosso ai loro possessori. Una maglia di un tessuto morbido ma resistente, simile alla lana, ricopriva il busto degli Assassini, dotata di un ampio cappuccio in grado di coprire senza sforzo il volto dei Maestri. Ampie falde candide si aprivano sotto la cintura, più alte dietro che davanti, simili per certi versi ad una tunica, nascondendo alla vista un paio di brache scure e di stivali al ginocchio di cuoio morbido. A protezione delle parti del corpo più difficili da difendere, come spalle, stinchi e avambracci, indossavano alcune sezioni di armatura a piastre. Si trattava di un metallo molto chiaro e lucido, come se fosse a sua volta laccato di bianco, ma soprattutto leggero: era un materiale unico, plasmato da una speciale lega di metalli che lo rendevano sottile ma resistente quanto l’acciaio migliore, sviluppato negli anni dagli studiosi dell’Accademia e il cui segreto era custodito gelosamente. Ogni singola lamina che formava le piastre dell’armatura era forgiata in modo tale da adattarsi al meglio alla persona che la doveva indossare, per fornire al contempo protezione e massima mobilità, entrambe indispensabili. Era tuttavia un materiale la cui produzione era estremamente costosa e per questo motivo era utilizzato solo per le esigenze dei Maestri: gli altri Assassini si dovevano accontentare della propria agilità per evitare di essere feriti.
-Siamo pronti Enedhass. Abbiamo fatto ciò che volevamo. Puoi procedere.-
Il giovanissimo mago annuì con aria seria, arrotolandosi con uno strattone le maniche fin sopra i gomiti.
-Non preoccupatevi- disse con sicurezza –Ci vorrà solo qualche secondo.-
-Ma creare un portale non è un procedimento laborioso e che richiede formule lunghe e complesse?- Chiese Fingord con aria scettica inarcando un sopracciglio.
-Dimentichi che porto questo- rispose Enedhass alzando la mano destra, al cui anulare portava il famigerato Anello Scarlatto. –Come saprete non è solo un ornamento. Prima di tutto è un catalizzatore, uno strumento caricato magicamente durante la sua creazione che permette al portatore di arrivare anche a decuplicare la potenza dei suoi incantesimi. In secondo luogo, viene dato solo a chi se ne dimostra degno.-
Detto questo il giovanissimo mago stese il braccio destro in avanti, la mano aperta. Immediatamente una propagazione di potere a bassa intensità colpì i presenti, investendoli come un muro solido d’aria, che li fece tremare come in presenza di un rumore fortissimo. Quindi bastò che Enedhass pronunciasse un’unica, emblematica parola nell’Antica Lingua per scatenare anche solo una minima parte del suo potere. Come se fosse avvenuta un’esplosione in mezzo al gruppetto, si sollevarono all’istante folate di vento magico potentissime, che fecero svolazzare le vesti dei presenti e trasformarono i lunghi capelli ramati del mago in una criniera di fuoco che creava un contrasto incredibile con i suoi occhi azzurro ghiaccio, che da gioviali e sorridenti ora erano divenuti freddi e totalmente assorti nell’incantesimo. La forza dello scoppio magico fu tale da costringere i Maestri a coprirsi gli occhi con un braccio e interrompere all’istante ogni allenamento nel cortile. Gli Assassini si bloccarono immediatamente, allarmati, alcuni con grida di stupore, molti assumendo posizioni difensive nel timore di un attacco.
Questa era la potenza del Maestro Incantatore di Ayros, nel quale la magia si esprimeva con tale purezza e potenza da permettergli di riassumere lunghissime formule magiche in un’unica parola, capace di scatenare un’incredibile massa di potere.
Le folate di vento scomparvero improvvisamente come erano cominciate e, con un ultimo schiocco e un lampo di luce, andò via via formandosi di fronte ai maestri un portale magico simile in tutto e per tutto a quello evocato dallo gnomo Wiserim a Talfgar. Al centro del portale, che irradiava una luce bianca e pura, si intravedevano alberi altissimi collegati da passerelle di legno che sorreggevano abitazioni aggraziate. Le figure erano sfocate, indistinte, come se osservate attraverso uno specchio d’acqua limpida.
Allo spegnersi del vento magico nel cortile d’addestramento, dopo un attimo di silenzio, scoppiò immediatamente un borbottio di voci confuse e stupite, alcune preoccupate, che si chiedevano cosa stesse accadendo. Un drappello di Epuratori, ancora le armi in pugno, di diresse verso l’origine delle folate per indagare su quanto successo.
-E’ pronto?- Chiese Fingord con una voce che tradiva il suo stupore per la potenza del giovanissimo incantatore che aveva di fronte.
Enedhass rise, e i suoi occhi tornarono quelli di sempre –Ma certo Maestri. Potete entrare quando volete.-
-Non ti preoccupare, penserà a te Svann- disse Inelor accennando col capo agli Assassini che si avvicinavano guardinghi, mentre si avvicinava al portale magico con passi misurati –Spiegherà tutto lui. Grazie per quanto hai fatto per noi. Ci hai risparmiato davvero molto tempo. E sei stato anche piuttosto paziente.-
Enedhass non rispose, ma si limitò a fare un inchino volutamente fin troppo profondo, invitando i Maestri ad entrare con un pomposo gesto della mano. Il suo volto vivace era illuminato da un sorriso largo da un orecchio all’altro.
Inelor gli ricambiò il sorriso, quindi prese un grosso respiro e, seguito dai suoi compagni, fece un ultimo passo in avanti, scomparendo nel bianco.

CAPITOLO IV PARTE III

Il Capitano della Guarnigione di Dor Ander, Drivold, dovette ammettere che rimase piuttosto stupito quando gli riferirono che un mago di mezza età si era appena materializzato con uno schiocco al centro del campo di addestramento.  Era ormai notte fonda e, sfinito dalla giornata che si era dipanata lunghissima tra addestramenti e Consigli di Difesa con quel piantagrane di Bertery, era immerso in un sonno profondo e a lungo agognato quando era improvvisamente stato svegliato da una serie di colpi furiosi alla porta della sua stanza privata. Aprì gli occhi di scatto, la mano che correva istintivamente al pugnale che teneva sotto il cuscino, mentre ai piedi del letto un’enorme figura, che alla luce della luna sembrava brillare d’argento, si alzava su quattro zampe e inarcava in alto la schiena possente.
-Capitano!- chiamava intanto la persona dall’altra parte della porta con voce urgentissima, continuando a picchiare con forza sull’uscio. Drivold riconobbe subito quella voce: era Maerither, il sottotenente –Capitano si svegli! Un mago si è appena teletrasportato in mezzo al campo d’addestramento. Dice che vuole parlare con lei. Viene da Singarston, per ordine del re in persona. Dev’essere una cosa davvero importante-
Drivold, ancora confuso e frastornato per essere stato svegliato nel cuore della notte, si era alzato sulle gambe malferme, cercando a tastoni la lampada per illuminare la stanza nera come la pece. Borbottò un insonnolito: -Aspetta, aspetta, faccio in un attimo- ma, appena mosse un passo in avanti, inciampò in qualcosa di grosso e peloso, finendo faccia a terra. –Togliti di mezzo Grefla! Non è il momento della pappa questo!- Ringhiò rivolto all’ostacolo che lo aveva fatto inciampare. Intanto Maerither, non avendo forse sentito le sue parole di poco prima, continuava a battere incessantemente sulla porta, se possibile ancora più forte, sbraitando il nome del capitano.
Drivold si rimise in piedi e gridò, stizzito: -Arrivo, per Arnath, dammi il tempo di trovare la lampada!- Camminando in avanti a tentoni finì con lo sbattere fortissimo uno stinco contro la gamba di un tavolo. Mentre soffocava un urlo, Maerither continuava a chiamarlo a tempestare la porta di pugni. Non potendo più resistere, Drivold scoppiò in una serie di improperi, prendendo a male parole il proprio sottoposto. –Si può sapere cosa non capisci della parola “arrivo”, razza di decerebrato di un sottotenente? Smettila di prendere a pugni quella maledetta di porta, o giuro su tutti gli dei che quando trovo la lampada vengo lì fuori e ti spacco a calci quel fottuto culo, hai capito?- Immediatamente i colpi alla porta cessarono e si fece silenzio. –Era ora, diamine!- Ruggì Drivold prendendo in mano la lampada da sopra il tavolo e accendendola nella brace del fuoco, ormai sul punto di spegnersi. Avendo finalmente una fonte di luce, si diresse alla porta, spalancandola con uno strattone. Appena fuori, il sottotenente Maerither stava sghignazzando con un giovane soldato semplice di cui non ricordava il nome.
-Che c’è?- Ringhiò rivolto al sottotenente. Questi si ricompose, scattando sull’attenti, e rispose con voce sicura: -Gliel’ho detto signore. C’è qui un mago proveniente da Singarston che vuole vederla e… per tutti gli dei, si metta qualcosa addosso, Capitano! Dorme ancora nudo, anche alle soglie dell’inverno?-
-Vorrei vedere te a dormire vestito quando hai in camera un animale come il mio, che fa da stufa naturale. Avanti vieni dentro. Continuerai a raccontarmi mentre mi vesto. E tu- continuò spostando lo scuro cipiglio sulla recluta, che impallidì –Torna a dormire. Hai già fatto abbastanza per questa notte. Domani ti aspetta il doppio dei giri di campo dei tuoi commilitoni.-
Il soldato mise su una faccia costernata, fece per ribattere qualcosa, poi ci rinunciò e si allontanò borbottando un –Sissignore, Capitano.-
Maerither sogghignò, entrando nella stanza dietro a Drivold. –Duro come sempre eh, capitano?-
-Credi che non abbia capito che avete fatto apposta a svegliarmi così?- Rispose severo il capitano mentre indossava un paio di brache di cuoio e una camicia bianca di lino. Maerither fece finta di non aver sentito, limitandosi a grattare distrattamente la testa dell’enorme animale che gli si era avvicinato.
-Sono pronto, portami da lui- disse dopo qualche secondo di silenzio, mentre indossava l’ultimo di un paio di stivali di cuoio scuro.
-Forse è meglio se ve lo mettete, capitano- replicò Maerither.
Drivold alzò un sopracciglio –Ne è sicuro sottotenente? E’davvero una cosa così importante?- Maerither si limitò ad annuire.
Drivold sospirò. –Se lo dici tu…- borbottò avvicinandosi al camino, dove ancora ardevano le braci rosseggianti del fuoco acceso la sera prima, e prese uno scrigno di mogano con decorazioni dorate. Lo aprì, e al suo interno luccicò, adagiato sopra un cuscinetto di velluto viola talmente scuro da sembrare nero, un anello. Si trattava di una semplice banda d’oro, su cui era incastonata una sfera che sembrava fatta di sottilissimo vetro al cui interno si rimescolavano, come liquidi, diverse gradazioni di un verde smeraldo. Drivold prese l’anello e se lo infilò al dito. –Non ho mai amato indossare questo gingillo.- Borbottò a nessuno in particolare.
-Non ho mai capito perché capitano. In fondo è l’anello capitolare della sua Classe Maggiore. E’ l’Anello Smeraldo, indossarlo dovrebbe essere per lei motivo di orgoglio e prestigio. Solo i due più grandi Cacciatori di tutta Ayros ne possiedono uno.-
Drivold sospirò, scuotendo lentamente il capo. –Non capisci, Maerither. L’Anello Smeraldo porta con sé troppe difficoltà, troppe responsabilità. Non lo volevo, quando me l’hanno assegnato, e non lo voglio tuttora. Non mi importa se è motivo di prestigio. Ha troppo potere. Non è altro che un peso.-
-Come vuole lei, capitano- si arrese Maerither con una scrollata di spalle. –E’ pronto? Possiamo andare.
Drivold annuì, poi si rivolse al suo animale dicendo: -Tu resta qui, Grefla. Torno tra poco.- Quindi chiuse la porta con un tonfo leggero e si avviò assieme al sottotenente lungo le strade silenziose della città addormentata.
-Che ora è?- Chiese Drivold con uno sbadiglio.
-E’ passata da un paio d’ore la mezzanotte.-
-Dove lo avete alloggiato?- Si informò quindi il capitano con tono professionale.
-Nella sala comune della caserma signore, quella dei pasti. Si è precipitato dentro come una furia svegliando metà della guarnigione e facendo prendere un colpo alle guardie di stanza nella sala comune, chiedendo di vederla immediatamente. Abbiamo provato a consigliargli di fermarsi a dormire per la notte in uno degli alloggiamenti vuoti e di venire a cercarla con calma domattina, ma si è rifiutato categoricamente. Dice che porta notizie di livello A da Singarston.- Rispose Maerither gettando al capitano uno sguardo interrogativo.
Lo sguardo di Drivold si fece immediatamente più scuro, rendendo i suoi occhi, solitamente di un verde accesissimo, due pozzi scuri. –Affrettiamoci sottotenente. Qua c’è di mezzo qualcosa di grosso.-
I due in effetti aumentarono l’andatura, passando ad una camminata veloce quasi simile alla corsa. Drivold era un uomo piuttosto giovane, che si stava da poco avvicinando alla trentina. Non era né basso né alto, e il suo fisico era asciutto e atletico ma neanche lontanamente possente quanto quello del sottotenente Maerither. I capelli castani, più lunghi sul davanti che dietro, cadevano lisci quasi fin sulle spalle. Il viso era giovanile, solitamente sorridente, era incorniciato da una barba tagliata corta. Aveva raggiunto il grado di capitano in così breve tempo grazie in parte alla sua prodezza marziale (era uno degli arcieri migliori di tutta Ayros e un duellante più che rispettabile) ma soprattutto grazie alle sue innate doti calcolatrici e strategiche, che lo portavano a sfruttare l’ambiente che lo circondava per trarne il massimo vantaggio possibile, con risultati sorprendenti.
In pochi minuti il duo raggiunse la caserma e Drivold aprì la doppia porta della sala comune con una poderosa spallata. L’enorme stanza era illuminata solo in parte da un fuoco che ardeva allegramente in uno dei due camini. La maggior parte delle lunghe tavolate della mensa erano vuote e buie, ad eccezione di una, su cui era acceso un piccolo candelabro d’acciaio. Alla tavola erano sedute tre o quattro guardie dall’aria assonnata intente a giocare a dadi e un mago di mezza età visibilmente agitato. Alto e robusto, indossava ampie vesti grigiastre che a malapena trattenevano il ventre molto prominente. Aveva una lunga barba nera e i capelli scuri, o almeno quelli che gli restavano, poiché era chiaramente molto stempiato. L’uomo sembrava sull’orlo di una crisi di nervi per l’agitazione: alzava e abbassava convulsamente il ginocchio e si asciugava di continuo il sudore che gli calava copioso sulle folte sopracciglia cespugliose con uno stropicciato fazzoletto. Non appena si accorse dell’ingresso di Drivold, si alzò in piedi di scatto, rovesciando la sedia e gridando:   -Per Zifil e tutte le sue magie, finalmente siete arrivato capitano, vi stavo aspettando!- A nulla valsero le proteste delle guardie, che gli intimarono di parlare più piano per non svegliare i loro commilitoni addormentati, e l’omone continuò a parlare con voce stentorea. –Vi devo parlare immediatamente! E’ una questione importantissima e non possiamo aspettare oltre. Dove possiamo discuterne in privato?-
-Non ho segreti con i miei soldati. Qualunque cosa non valga la pena di essere sentita da loro non lo deve essere nemmeno da me. Quindi parla. Nessuna riservatezza in caserma.-
Il mago si guardò, senza sapere evidentemente cosa fare. I suoi ordini erano di parlare solo con il Capitano della guarnigione, per non causare panico inutile tra i soldati. Trasse di nuovo il suo fazzoletto dalla manica, si asciugò il sudore sul viso quindi deglutì e, capendo che non poteva aspettarsi un cambiamento d’idea da parte di Drivold, si decise a parlare. La sua voce non era più alta e potente come prima, ma più sottile ed esitante, percorsa da un lieve tremito.
-Come vi dovrebbero aver detto, provengo da Singarston. Ma non sono l’unico. Altri maghi sono stati mandati come me, per ordine del Maestro Incantatore Enedhass, in ogni singolo centro abitato di Ayros, anche il villaggio più piccolo sta in questo momento ricevendo le notizie che sto riferendo a voi. Si tratta di un’operazione senza precedenti, un enorme dispiegamento di mezzi. Gli incantatori impiegati in questa missione sono più di duemila. Anche i più inesperti sono stati impiegati, basta che sapessero muoversi tramite teletrasporto senza venire risucchiati nel fiume di Magia Pura. Ad ogni modo, meglio passare ai fatti. La Sede Centrale di ogni classe maggiore come la Guarnigione Centrale sono in fermento. Per ordine di re Birden di Singarston sta venendo ripristinato il Grande Esercito Centrale. Non ho mai visto un tale radunarsi di forze dai tempi dell’Invasione di Kalaster…-
-Vuoi dire che ci stiamo preparando a una nuova invasione? Dopo tutto quello che abbiamo passato? Dopo tutto quello che sua maestà ha passato?- Lo interruppe Drivold sconcertato.
Il mago scosse la testa. –Mi lasci finire, Cacciatore. Non ho mai detto questo. Il peggio deve ancora venire. Questa volta siamo noi a subire un’invasione.-
Sulla stanza calò un silenzio di ghiaccio. Tutti guardavano sbigottiti il mago, senza riuscire a capacitarsi di ciò che aveva appena detto. Anche i soldati intenti a giocare al tavolo si erano bloccati, voltandosi di scatto verso di lui. Dalla bocca aperta di quello che doveva essere il veterano più anziano cadde a terra una pipa fumante, rovesciando il suo contenuto, che continuò a bruciare leggermente sul pavimento. Nessuno se ne curò.
-Com’è… Com’è possibile? In effetti ho avuto dei sospetti quando il tenente Redwin si è precipitato fuori dalla città accompagnato da quattro figure incappucciate ma… Non avrei immaginato… Neanche nelle mie più oscure previsioni che… Un’invasione?- Maerither si voltò a guardare il suo capitano. Era la prima volta che lo vedeva tanto sconvolto.
-In effetti, temo che le quattro figure incappucciate che accompagnavano il tenente fossero i quattro Maestri della Confraternita in missione di spionaggio a Rashgar. Si sono diretti a cavallo a Talfgar per avvisare il Governatore Gilderin. Quindi Redwin è partito a cavallo dalla Rocciosa per tornare qui a Dor Ander: sarà qui nel giro di poche ore. Gli Assassini al contrario hanno continuato per Singarston tramite un portale magico. Dopo aver avvisato il re, sono di nuovo partiti alla volta di Leradir. A quest’ora dovrebbero aver già concluso la loro missione diplomatica presso re Alar, o almeno così speriamo.-
Le guardie, compreso Maerither, si guardarono spaesate. –I quattro Maestri? In missione all’estero? Qualcuno di voi lo sapeva?- -Che cos’è questa storia? Spionaggio a Kalaster?-
-Ma come possono anche i capitani della Gilda permettersi di mettere insieme una forza d’invasione dopo tutto quello che hanno passato durante l’Invasione?- continuò Drivold –Entrambe le fazioni sono uscite da quel terribile conflitto decimate. Una guerra inutile, che poteva significare tutto come niente. E che alla fine ha portato ad un nulla di fatto. Ad ogni modo sono passati neanche vent’anni! Come possono aver radunato così tanti uomini in poco tempo, dopo tutte le perdite che hanno subito?-
Il mago scosse la testa –In effetti non lo sappiamo. L’Alleanza è uscita così malconcia da quella insensata guerra di sterminio e dalle lotte civili seguenti che ancora non si è ripresa del tutto. Interi villaggi sono rimasti spopolati a seguito dei continui conflitti e la nostra popolazione è calata vertiginosamente. Possiamo solo supporre che le razze della Gilda siano diverse da noi anche come ritmo di riproduzione e di crescita.
Chi è che li guida?- chiese Drivold sempre più scoraggiato.
-Il minotauro Urbak Corno Insanguinato, signore, il Supremo Stregone di Kalaster.-
-Dovevo immaginarlo. Il Flagello dell’Alleanza… Lui, sua madre e la loro organizzazione di ribelli ci hanno inflitto perdite terribili nelle fasi finali dell’Invasione, tanto da costringerci alla fine ad un ritorno in patria, sconfitti a più riprese. Se non sbaglio è stato proprio lui, appena adulto, ad ammazzare re Larden, il padre di Birden, in duello. Ha praticamente messo fine a quella guerra terribile con un’unica uccisione. Per certi versi dobbiamo ringraziarlo. Senza di lui l’Alleanza e la Gilda si sarebbero distrutte a vicenda.-
-Prendendo in considerazione l’incredibile abilità da stratega del Generale Urbak, non possiamo essere sicuri del punto del loro sbarco praticamente fino a che questo non avverrà. Tuttavia restringendo il campo…- e qui il mago si gettò un’occhiata attorno, come sperando che per buona educazione le guardie si fossero allontanate, ma al contrario esse lo osservavano attente, pendendo dalle sue labbra –Abbiamo decretato che con molta probabilità il luogo del suo sbarco sarà proprio questo, Dor Ander. E’ l’unico con un porto abbastanza grande e sicuro da contenere con facilità una flotta d’invasione. Inoltre è un punto di raccordo di Ayros, da cui passano moltissime strade principali che può seguire per dirigersi alle città più grandi. Per ordine di re Birden di Singarston, sovrano degli stati confederati degli Uomini, l’intera città deve essere evacuata. Tutti gli abitanti devono cominciare il viaggio entro domani, e così devono fare anche i soldati.-
-Come, vogliamo lasciare Dor Ander in mano a quei bastardi della Gilda senza alzare un dito?- Gridò Drivold, paonazzo in volto –Non lo permetterò, sappiatelo…-
Il mago alzò una mano, interrompendo l’irato fiume di parole del capitano. –Avete la brutta abitudine di interrompere le persone mentre stanno parlando, Capitano Drivold. Lasciatemi finire. Il re e i suoi strateghi, capendo come sia impossibile mandare in città uomini sufficienti a proteggerla efficacemente da un’invasione delle proporzioni di quella che sta per scatenarsi su di noi, hanno deciso di affidare la difesa della città ad un gruppo di volontari scelti tra la guarnigione. Nulla di più, nulla di meno. Le alte sfere vogliono evitare inutili perdite di vite umane sino a che non saremo pronti a mettere assieme una forza abbastanza potente da opporci all’orda della Gilda.-
-E quanto tempo abbiamo per organizzare questa milizia volontaria?-
-Tre giorni al massimo, meglio se due. Non sappiamo quando arriveranno di preciso e sfortunatamente non abbiamo avuto a disposizione un grosso preavviso per darvi modo di prepararvi al meglio.-
Drivold rimase in silenzio qualche secondo, lo sguardo basso e assorto, valutando le informazioni che aveva appena ricevuto. Quindi annuì e si rivolse nuovamente al mago: -Ottimo, lei vada pure a riposarsi. Domani potrà ripartire alla volta di Singarston. Da questo momento in poi prendo in mano io la situazione. Maerither!- chiamò con voce sicura.
-Sì capitano?- rispose il sottotenente mettendosi sull’attenti.
-Suonate l’adunata. Voglio tutta la nostra guarnigione in ordine nel campo d’addestramento tra dieci minuti, non mi importa se siamo nel fottuto cuore della notte. Non abbiamo tempo da perdere.-

L’allucinante traversata in quel mondo bianco che si snodava attraverso il portale durò solo qualche secondo, ma ad Inelor e ai suoi compagni sembrarono giorni. Quando poi furono risputati con forza dalla magia, colpendo la nuda terra, rimasero a lungo tramortiti. Il primo a rialzarsi fu nuovamente Inelor. Si trasse in piedi, facendo leva, sulle ginocchia, ma la testa gli prese a girargli vorticosamente e fu costretto a ripiegarsi su sé stesso, mentre lottava per non rimettere quel poco che aveva mangiato all’Accademia, mentre si cambiava nei suoi appartamenti. Accanto a lui, i suoi compagni erano ancora stesi a terra. Fingord si agitava borbottando qualcosa di incomprensibile, cercando inutilmente di rialzarsi, mentre Raduin e Astor erano immobili, semi-incoscenti. Inelor si lasciò sfuggire un’imprecazione. Ci sarebbe voluto tempo, questa volta. In effetti, occorsero molti minuti anche solo perché riuscissero tutti ad alzarsi.
Fingord scosse la testa, malfermo sui piedi, mentre poco più in là Astor e Raduin barcollavano, sorreggendosi a vicenda. «Stavolta è stato molto peggio, Inelor… Perché?»
«Per chi non è avvezzo alla magia, viaggiare tramite essa è estremamente pericoloso. E i rischi aumentano man mano che aumenta anche la distanza da coprire. Poiché abbiamo percorso uno spazio quasi doppio rispetto a quello che abbiamo attraversato tra Talfgar e Singarston, è naturale che ci sentiamo più spossati.»
Raduin ghignò, lottando anch’egli per non vomitare. «Spossati? Per usare un eufemismo direi. Mi sembra di essere stato mangiato e poi risputato da un gigante.»
«E’ per questo che la Gilda non si è direttamente teletrasportata qua su Ayros invece che affrontare un lungo viaggio per mare?» chiese Fingord.
Inelor annuì. «I motivi sono tre. Per prima cosa, un mago deve conoscere a fondo la destinazione per poter creare un portale magico, e sono ben pochi gli incantatori della Gilda che hanno mai messo piede su Ayros. Poi c’è il fattore energia. Per creare un portale magico c’è bisogno di grande esperienza e di molta forza, anche per i maghi più esperti. Creare un numero tale di portali da far passare un intero esercito è una magia così somma che, permettetemi, solo maghi della mia razza sono capaci di controllare e plasmare tali livelli di energia magica. Il terzo e ultimo motivo è proprio quello a cui hai accennato tu, Fingord. Per gli incantatori normalmente un viaggio attraverso un portale magico o la sua versione individuale, il teletrasporto, non presenta rischi di alcun genere. Tuttavia per chi non pratica attivamente la magia, come noi, la situazione è ben diversa. Ricordatevi che noi stessi siamo in salute e ben addestrati ad affrontare le situazioni più difficili. Un esercito invece presenta gli elementi più disparati, e i più vari gradi di addestramento. Sommate una scarsa resistenza a una distanza circa tripla di quella che abbiamo appena trascorso e otterrete un viaggio magico veramente difficile da affrontare per quasi tutti gli uomini della Gilda. Invece che una forza d’invasione, con tutta probabilità su Ayros sarebbero giunti un gruppo di maghi pronti a combattere, decine di soldati in preda ai nostri stessi sintomi e un’enorme pila di cadaveri. In effetti non sarebbe stata una grande invasione…»
Raduin deglutì. «Spero di non dover più viaggiare attraverso un portale. Dopo quello che mi hai detto non ne sono molto entusiasta»
Inelor sorrise. «Bene, se riesci a fare dello spirito significa che riesci anche a camminare. Forza, in marcia. Leradir ci aspetta.»
Per la prima volta, i tre Maestri alzarono lo sguardo, e rimasero a bocca aperta di fronte alla città più stupefacente che avessero mai visto.
Un enorme prato di erba soffice e grassa era punteggiato da una serie di placidi laghetti ricoperti di ninfee, mentre una serie di sentieri sabbiosi si diramavano come capillari di una foglia, formando aiuole piene dei fiori più disparati, alcuni dei quali non esistevano da nessun’altra parte su Ayros. Ma era in alto che sorgeva la vera città di Leradir, la capitale degli elfi. In cima ad alberi colossali, alcuni dei quali erano talmente vecchi e grandi che una decina di uomini non sarebbero riusciti a cingerne con le braccia il tronco, si sviluppava una serie di abitazioni interamente costruite in legno e le cui basi erano grandi assi che sporgevano dal corpo dell’albero. Altri alberi erano cavi, e le abitazioni erano ricavate direttamente all’interno del loro tronco senza che questo significasse la morte della pianta, come gli assassini si accorsero con stupore. Ogni costruzione era collegata alla seguente con lunghe passerelle di legno o di corda, che formavano una specie di rete di strade sospesa. L’accesso alle case più alte avveniva tramite lunghe scale di corda o, nel caso delle abitazioni più ricche, per mezzo di una coppia di grandi ceste di vimini collegate a carrucole tramite corde robuste.
Alla vista dei suoi compagni che osservavano lo stupefacente spettacolo a bocca aperta, Inelor scoppiò a ridere. «Sì, in effetti fa questo effetto alla maggior parte di coloro che la vedono per la prima volta. Non dev’essere uno spettacolo che si vede tutti i giorni.»
L’elfo era raggiante come non lo era ormai da molti anni. Finalmente, dopo tanto tempo passato come spia in terre straniere, era tornato alla sua vera casa, al luogo che lo aveva visto nascere e crescere, prima che si trasferisse all’Accademia.
Passi leggeri lungo la sabbia del sentiero lo riportarono alla realtà, senza tuttavia catturare l’attenzione dei suoi compagni, rapiti dallo spettacolo soprastante. Inelor non se ne curò, sorridendo. Per il momento poteva sbrigarsela da solo con gli abitanti della Città degli Alberi.
Si voltò con aria seria, aspettando di trovarsi di fronte un semplice cittadino. Rimase sorpreso quando vide dirigersi verso di loro un gruppo costituito da due elfi piuttosto anziani e vestiti in modo molto ricco e un nutrito manipolo di soldati della Guardia Scelta Elfica, l’organizzazione di truppe scelte il cui compito era quello di proteggere il re o chi lo rappresentava.
La razza degli elfi era immortale, ciò significava che non potevano morire per cause naturali o per malattia, ma solo di morte violenta o a causa di incidenti. Questo fatto era controbilanciato dalla difficoltà con la quale le donne potevano avere figli: la nascita di un bambino a Leradir era un evento molto raro, e veniva perciò festeggiato da tutta la comunità elfica. Un altro dono degli dei alla loro prediletta razza elfica era stato quello dell’eterna giovinezza: dal punto di vista esteriore, la crescita era inizialmente molto simile a quella degli umani, ma raggiunta la pubertà rallentava fin quasi a fermarsi magicamente, tanto che gli effetti del tempo che si accumulavano sul corpo, sulle ossa e sulla pelle di un uomo in un anno, nel caso degli elfi lo facevano in due secoli.
I dignitari però sembravano immensamente vecchi anche per essere degli elfi, e ciò significava che dovevano avere migliaia e migliaia di anni. Esseri antichi, che vivevano quando ancora il mondo era giovane, la razza umana aveva appena cominciato a esplorare Ayros e i nani vivevano in città sotterranee sotto alle montagne, isolati da tutto e da tutti. Alti come tutti gli elfi e con le caratteristiche orecchie a punta, apparivano eterei. La pelle era rugosa e incartapecorita, i lunghi capelli avevano perso tutta la loro lucentezza fino a diventare bianchi e sottili, impalpabili. Nonostante ciò mantenevano una sorta di antica e lucente bellezza, e i loro occhi erano giovani e scattanti, accesi di saggezza. Vestivano lunghe tuniche verdi e marroni, e tenevano le mani in grembo, quasi nascoste dalle lunghe e larghe maniche.
Se i nobili dignitari davano impressione di fragilità ma anche di saggezza, al contrario i guerrieri alle loro spalle ispiravano potenza e sicurezza. I guerrieri della Guardia Scelta Elfica erano scelti solo tra i soldati più intrepidi, abili e intelligenti dell’Armata Boschiva, l’esercito di Leradir, con un sistema simile a quello adottato a Talfgar quali fossero i membri più idonei a entrare nello Scudo di Roccia. Gli elfi, tutti piuttosto giovani, portavano eleganti armature di acciaio chiaro, sagomato a forma di foglie e piante. Si trattava di armature elaborate, che gli coprivano gli stinchi, il torso, le braccia, le spalle e il capo, arrivando a proteggere anche la schiena. Tuttavia tale era l’abilità dei fabbri elfici, sviluppata nel corso di centinaia se non migliaia di anni di esercizio, che le armature restavano leggere e resistenti, coprendo tutte le parti vulnerabili del corpo senza tuttavia privare il portatore dell’agilità il combattimento che caratterizzava ogni elfo. I soldati indossavano poi un paio di stivali al ginocchio di cuoio scuro e strati di vestiti verde cupo, compreso un mantello, che creavano un forte ma gradevole contrasto con le armature quasi bianche. L’equipaggiamento standard della Guardia Scelta comprendeva una lunga spada a una mano e mezza, un grande scudo dalla forma affusolata, simile anch’esso ad una foglia, e un arco alto all’incirca come colui che lo impugna, fabbricato con il pregiatissimo legno dorato di Lemar, tratto dall’omonimo albero che cresce solamente sull’isola di Leradir. Ogni soldato portava con sé queste armi: la spada alla cintura, lo scudo e l’arco appesi dietro alla schiena, come anche una faretra di cuoio scuro piena di lunghe frecce dalle impennature di cigno. Tuttavia ogni membro della Guardia Scelta era addestrato nell’utilizzo di moltissime armi e, in aggiunta all’equipaggiamento standard, portava anche quella in cui era più esperto: la più comune era una lunga lancia di frassino, mentre estremamente più rare erano asce e mazze, che si addicevano molto meno all’aggraziato stile di combattimento elfico. Ogni singolo pezzo d’equipaggiamento di questi formidabili guerrieri, dall’armatura alle armi, era stato costruito appositamente per colui che l’avrebbe dovuta utilizzare, in modo da adeguarsi al meglio ai suoi movimenti.
Un soldato, appena dietro ai due dignitari ma di fronte al resto del gruppo, impugnava una lunga lancia di Lemar, sulla cui punta sventolava lo stendardo di Leradir: un sole e una luna in campo verde scuro, ai lati di un enorme albero, ricamato forte e rigoglioso dalla parte del sole e spoglio da quella della luna, all’interno di una serie di complicate figure geometriche che si intrecciavano.
I due dignitari si fermarono a poca distanza da Inelor e dai suoi compagni, e così fecero i soldati alle loro spalle che, dando prova di grande disciplina e coordinazione, si fermarono nello stesso istante di quelli che seguivano, rimanendo immobili. I nobili si portarono entrambe le braccia incrociate al petto e chinarono il busto, nel tipico saluto elfico che venne prontamente ricambiato da Inelor e con un leggero ritardo dagli altri maestri, ancora rapiti dallo spettacolo della città. Gli anziani elfi sorrisero con indulgenza: era una reazione cui erano abituati ad assistere. Quindi si rivolsero a Inelor, riconoscendolo come membro della loro razza, in una lingua che gli altri assassini non riconobbero. Si trattava di un linguaggio elegante, in qualche modo flemmatico, ricco di suoni sibilanti e vocali. Lo scambio di battute fra i tre elfi fu breve e conciso, al termine del quale i nobili annuirono e fecero segno agli altri assassini di seguirli, tornando indietro lungo la strada che avevano percorso in precedenza.
I Maestri, riscuotendosi definitivamente dall’assorta contemplazione della città, con uno scatto tornarono al fianco del loro capitano, che seguiva il comitato elfico. Fingord toccò la spalla di Inelor e gli si rivolse parlando sottovoce.
«Spero proprio che abbiano perdonato la nostra disattenzione. Ma questa città arborea è… incredibile. Non trovo altre parole con cui sia possibile descriverla. Neanche Talfgar e la sua Bianca Gemma per certi versi ne sono all’altezza.»
Inelor ridacchiò. «Non ti preoccupare, amico mio, anche loro sono abituati a reazioni del genere da parte di persone che visitano la città per la prima volta. Ad ogni modo» continuò tornando serio e stringendosi nelle spalle  «mi sono stupito della facilità con cui ho ottenuto un’udienza con il mio re, Alar Vento Selvaggio. Non hanno voluto nemmeno vedere i nostri anelli. Hanno detto che ci stavano aspettando.»
Fingord lo guardò dubbioso, e rimase silenzioso per qualche momento. La città era immersa nel silenzio, mentre la luce del sole morente filtrava tra le foglie degli alberi colossali cadendo come infinite lame di luce. L’unico rumore era il lieve scalpiccio degli stivali sulla ghiaia dei sentieri.
«Posso sapere che lingua parlavate, poco fa?» chiese nuovamente l’halfling rivolto ad Inelor «Conosco molto bene l’elfico ma, nonostante i suoni vi somigliassero molto, devo ammettere di non essere riuscito a capire neanche una parola.»
L’elfo annuì. «E’ normale. Il nostro era Elfico Arcaico. E’ stata la nostra prima lingua, e ci viene insegnata parallelamente all’Elfico Comune fin da piccoli. Tuttavia, siamo immediatamente sottoposti ad un giuramento infrangibile, imposto con la magia, per evitare di trasmettere ad altre persone che non siano elfi la conoscenza di questa lingua, pena l’esilio a vita da Leradir. Potrà apparire una regola molto rigida, e forse in effetti lo è, ma è la nostra tradizione. E poi ci piace mantenere un’aura di mistero attorno al nostro popolo» concluse con un sorriso, cui risposero in suoi compagni. «Ad ogni modo non hanno detto molto» riprese con un sospiro «Oltre alle formule rituali di benvenuto hanno detto di chiamarsi Sciagar ed Elard. Li conosco per fama, sono due nobili elfi, probabilmente tra i più anziani della nostra razza, e fanno parte delle alte sfere del nostro governo, si possono considerare bene o male delle specie di consiglieri del sovrano.»
Fingord si guardò attorno, e rimase stupito dai pochissimi elfi che si aggiravano per la città. Fatta eccezione per le guardie appartenenti all’esercito regolare, che in quei tempi tormentati pattugliavano incessantemente la città, si trattava di pochi uomini, donne e bambini che per la maggior parte non degnavano i messaggeri di una seconda occhiata, dirigendosi a passo svelto verso il centro della città. Il silenzio era assoluto, e nessuno degli elfi proferiva alcuna parola se non sottovoce. La città, priva della musica e della gente che la popolavano abitualmente, sembrava morta. Inelor, accigliato ne chiese il perché ai dignitari, ma Sciagar si limitò a squadrarlo con uno sguardo vacuo e a rispondere semplicemente: «Ne scoprirai il perché a tempo debito. Penso che per il momento la priorità sia contattare il re. Ci sarà tempo dopo per spiegarvi tutto ciò che sta accadendo sull’isola, messer Inelor.»
L’assassino scosse la testa. «Non dovrebbe essere così. Normalmente questa città è piena di vita, di canti, di risate. La loro assenza mi preoccupa. Non vorrei che nei miei anni di assenza sia accaduto qualcosa.»
Astor gli mise in silenzio una mano sulla spalla, per rassicurarlo.
Dopo alcuni minuti di taciturno cammino giunsero al centro esatto dell’isola di Leradir. Il muro di alberi giganteschi andò via via diradandosi, fino a formare un’enorme radura d’erba, in cui confluivano le strade principali e un paio di ruscelli, che formavano un piccolo lago. Gli ultimi raggi violetti del sole ormai prossimo al tramonto illuminarono d’oro i volti dei messaggeri. In mezzo prato sorgeva la dimora di re Alar, e degli altri sovrani degli elfi prima di lui: si trattava di un albero mastodontico, alto più di un centinaio di braccia; il tronco era di un caldo colore mielato, come in tutte le piante di Lemar, ma le foglie di un verde scuro e ricco erano attraversate da sottili venature d’argento. Si trattava dell’albero di Menir, il più grande di Leradir e di tutta Ayros, simbolo degli elfi e della loro casata reale fin dall’inizio dei tempi, e si diceva fosse nato quando gli dei vollero creare sul mondo che avevano appena plasmato qualcosa che rappresentasse la loro magnificenza e potenza, che fosse degno di loro. Era una pianta tuttora piena di vita, che svettava senza alcuno sforzo su tutta la foresta circostante, trasmettendo un’idea di forza e vigore.
I Maestri rimasero a bearsi in silenzio di quella visione incredibile per qualche attimo, sufficiente perché il sole si tuffasse una volta per tutte oltre l’orizzonte: il mondo cadde improvvisamente nell’oscurità, calando in una nuova notte, e una brezza leggera si alzò facendo stormire le foglie dell’albero di Menir.
Il gruppo, ripresa la marcia, si avvicinò all’albero, permettendo agli assassini di cogliere nuovi aspetti della sua figura mastodontica. Lungo tutto il tronco si snodava una interminabile scalinata di legno argentato, dalle forme slanciate e gotiche, decorato ad intarsio con grande maestria. La scala arrivava fino alla sommità stessa dell’albero, inoltrandosi tra le fronde. All’interno della chioma, sostenuta dai rami più grandi e resistenti, era eretta su una base di solide assi di legno la grande reggia del re degli elfi, che tuttavia a quella distanza appariva poco più grande di un giocattolo.
Arrivati alla base della scala, i dignitari guidarono gli assassini iniziando la lunga salita, mentre tutte le Guardie Scelte eccetto due si fermavano sull’attenti alla base dell’albero, in mezzo alle radici grandi più di un uomo, facendo segno agli assassini di continuare. Ora che il sole era definitivamente tramontato le tenebre avanzavano sempre più velocemente, inghiottendo ogni cosa, ma la scala rimase illuminata grazie a speciali lampade magiche. Si trattava di gocce di vetro sottilissimo, delle dimensioni all’incirca della testa di un uomo, che spandevano una gradevole luce argentata lungo la scalinata e, come si accorsero i messaggeri una volta che salirono un po’ più in alto, lungo tutto le vie principali e all’interno delle abitazioni. Queste lampade sembravano galleggiare senza peso, sorrette da un incantesimo di levitazione, poco sotto alla volta che chiudeva la scala fungendo da soffitto intarsiato e decorato da alte e sottili.
La salita sembrò non finire mai, con la scalinata che si attorcigliava come un serpente attorno al tronco della pianta, alzandosi sempre di più verso la chioma. Man mano che il gruppo si avvicinava alle fronde dell’albero, superando i primi rami, la vista si faceva sempre più spettacolare. La foresta di Leradir si stendeva come un mare smeraldo, inframmezzato da sporadiche radure e da ruscelli che si snodavano come sottili fili argentati sotto la sottile falce di luna. Lontano, all’orizzonte verso ovest, nella luce che declinava un occhio acuto poteva riuscire a intravedere le bianche scogliere dell’isola che si tuffavano a picco nel mare spumeggiante. Ogni tanto un uccello notturno si alzava in volo lanciando il suo richiamo, mentre la foresta si animava dopo il tramonto.
Al termine della lunga scalata, la scala si attorcigliò un’ultima volta su sé stessa, sboccando attraverso uno slanciato arco a sesto acuto in un’enorme piattaforma, grande all’incirca come l’intera chioma dell’albero. Sulla base circolare di legno chiaro, realizzata magistralmente dai maestri d’ascia elfici, sorgeva il la Reggia di Leradir. Era una struttura grande ma non troppo, interamente realizzata con lo stesso pregiato legno argentato della scala che li aveva condotti fin lì. Le forme architettoniche erano tipicamente gotiche, come la maggior parte delle costruzioni elfiche, e la struttura sembrava volersi protendere verso il cielo con le sue guglie sottili e i suoi archi slanciati. I muri leggeri erano interrotti da ampie e alte vetrate di legno colorato, che a quell’altezza dovevano creare un magnifico gioco di colori all’interno, nelle giornate di sole. Gli interni erano illuminati dalle stesse lampade a goccia che si trovavano ovunque in città, e sottili lame di luce cadevano sulla piattaforma illuminando a tratti la notte. Le porte erano di pesante legno di quercia, decorate con minuziosi bassorilievi di incredibile bellezza, i cui temi principali erano la natura ed il rapporto degli elfi con essa.
Le due guardie che avevano accompagnato gli assassini e i nobili si fecero prontamente avanti, afferrando uno dei pesanti battenti di bronzo ognuno e tirando con tutte le loro forze, spalancando gli spessi battenti. Gli anziani elfi ringraziarono i soldati, che si misero di guardia ai lati della porta, con un cortese cenno del capo ed entrarono nella reggia. Gli assassini gli andarono subito dietro, mentre Raduin si massaggiava sbuffando le gambe tozze provate dalla lunghissima scalinata. Erano tutti e quattro estasiati per l’onore di poter entrare in un luogo tanto inaccessibile: neanche Inelor aveva visto l’interno della Reggia, che era aperta sono ai consiglieri e agli amici più intimi del re.
L’anticamera del complesso consisteva in una stanza perfettamente circolare, su cui si aprivano quattro porte disposte lungo i punti cardinali, compresa quella appena varcata dai sei. Il pavimento della stanza era decorato con complicate forme geometriche realizzate con legni pregiati di diversi colori. Al centro era dipinto il simbolo di Leradir: la luce della luna cadeva su di esso attraverso una vetrata nel soffitto così sottile da sembrare quasi assente. All’ingresso del gruppo nella stanza si accesero un paio di lampade magiche, spezzando l’atmosfera misteriosa creata dai giochi di luce e di ombre della luna. Le pareti dell’anticamera erano inframmezzate, oltre che dalle porte, da numerose alcove in cui erano alloggiati i busti dei regnanti di Leradir del passato. Anch’essi, come pressoché ogni cosa nell’isola, erano stati plasmati dal legno, ma con una maestria tale da sembrare quasi di marmo. I due nobili attraversarono a passo svelto la meravigliosa sala, fermandosi di fronte alla porta opposta a quella da cui erano entrati. Si trattava di un grande portone di legno scuro, su cui era raffigurato a rilievo in argento, con incredibile abilità, il simbolo di Leradir, ma con una piccola differenza: era sormontato da una grande corona, simbolo del re in persona.
«Oltre questa porta si trova la Sala del Trono di re Alar Vento Selvaggio. Andate, messaggeri. Vi sta aspettando» disse Sciagar indicando la massiccia porta con un gesto del braccio.
Inelor annuì, ringraziò i dignitari e allungò il braccio per aprire il portone. Non appena la punta delle sue dita toccò la superficie di legno, le ante si spalancarono come per magia cigolando appena su cardini ben oliati. Di fronte al ora si stendeva la magnifica sala del trono di Alar Venti selvaggio. Come ogni altra stanza, anch’essa era totalmente realizzata in legno, e l’unica parte in pietra era un piccolo camino che, ardendo di fiamme scoppiettanti, spandeva nel locale luce e un piacevole tepore. Altre fonti di luce erano alcune candele e una delle onnipresenti lampade a goccia. Sulle pareti si aprivano grandi finestre che davano una vita mozzafiato sulla città di Leradir, alternate a meravigliosi arazzi che rappresentavano scene naturali con incredibile realismo e abilità. Il soffitto, interamente di vetro, permetteva di osservare la volta celeste dall’interno stesso della sala del trono, grazie a un largo varco nella chioma dell’albero di Menir. Sul pavimento, grandi tappeti decorati con motivi geometrici decoravano l’ambiente e aiutavano a trattenere il calore. Un basso ed elegante tavolo e un paio di armadi pieni di libri e pergamene costituivano l’unico arredamento di questa stanza elegante ma piuttosto spartana. In fondo, appoggiato alla parete opposta rispetto a quella da cui erano entrati i messaggeri e rialzato da una pedana, svettava il famoso Trono di Leradir.  L’imponente scranno era stato realizzato migliaia e migliaia di anni prima, quando il mondo era ancora giovane, dai più grandi artigiani che la razza elfica mai conobbe, intagliato nel legno di Lemar più puro e bello. La maestria dei maestri d’ascia doveva essere davvero fuori del comune, perché il trono era una vera e propria opera d’arte, che rappresentava nella parte più animali, piante e alberi che poi, via via che si alzavano verso lo schienale si fondevano ad aggraziate forme architettoniche, torri, colonne e guglie. In cima allo scranno, alto più di un uomo, era rappresentata sempre in legno una corona in tutto e per tutto simile a quella incisa sulla porta d’ingresso, posizionata in modo tale da sembrare sospesa nel vuoto a circa una spanna dalla testa del re. I dettagli della rappresentazione, che non lasciava neanche uno spazio privo di decorazioni, erano di una minuzia e una bellezza fuori del comune, e includevano animali, corsi d’acqua ed elfi.
Sul trono era seduto uno degli uomini più potenti di Ayros, Alar Vento Selvaggio, re di Leradir e sovrano del potente e immortale popolo degli elfi, che seppure in declino manteneva la sua fierezza e la sua forza. Il re era forse uno dei più giovani mai avuti a Leradir: il suo aspetto era estremamente giovanile, simile a quello di uomo di appena una ventina d’anni, e ciò significava che doveva avere all’incirca tremilaseicento inverni. I capelli, di un biondo talmente chiaro da sembrare bianchi, ricadevano sul suo volto dai lineamenti aggraziati nascondendolo quasi del tutto alla vista. Alar era infatti chino su una mappa i cui angoli erano fissati con un pugnale e tre boccali su un tavolo di fronte a lui, e i suoi occhi dorati erano concentrati nell’osservazione della cartina. Sul capo portava una semplice ma meravigliosa corona di legno: sembrava quasi che le radici cingessero delicatamente la fonte del re. Il legno generava alcuni corti rametti che davano a loro volta vita a delicati e piccoli fiori bianchi di gelsomino. Chiunque avesse costruito la corona doveva avere utilizzato la magia, perché si diceva che i fiori che la decoravano cambiassero a seconda della stagione, mutando come se l’ornamento fosse una pianta viva e con una volontà propria. Il trono era affiancato da quattro Guardie Scelte armate di lance, due per lato, e attorno al tavolo erano seduti su semplici sgabelli tre generali in tenuta da battaglia. Tutti e tre indossavano armature complete, che coprivano ogni singola parte del loro corpo, e tenevano gli elmi dotati di pennacchi sotto braccio. Le armature, tirate a lucido e scintillanti, a riconoscimento del loro grado di generale erano decorate a sbalzo o con intarsi dorati che rappresentavano piante e fiori o, nel caso del comandante più giovane, le onde di un mare in tempesta.
I tre generali e il re, che erano immersi in una fitta conversazione, sentendo la porta aprirsi sollevarono immediatamente lo sguardo dalla cartina e ammutolirono. Tuttavia non sembravano stupiti dall’arrivo degli assassini. Alar si passò una mano sui capelli, che gli erano caduti sul viso, per lisciarli di nuovo all’indietro, ma ci riuscì solo in parte: un paio di ciocche rimasero ad adombrargli il volto e i particolarissimi occhi dorati, una vera rarità anche nella sua razza. Inelor si accorse che all’anulare della mano destra il sovrano portava un anello in tutto e per tutto simile a quello che portava anche lui, ma con una sostanziale differenza: all’interno del sottile involucro di vetro montato sul gioiello, sembrava si agitasse una stella in miniatura, che illuminò di una luce pallida i capelli di Alar quando questi se li lisciò dietro la testa.
Come immaginavo pensò Inelor senza dire nulla ma lanciando sguardi eloquenti ai suoi compagni, indicandogli con gli occhi l’anello al dito del re Sono accadute davvero molte cose da quando ce ne siamo andati se ora è re Alar a portare l’Anello Lucente. A quanto pare ora è lui l’Arcidruido… Così tanto potere nelle mani di un solo uomo: sovrano di una forte nazione e contemporaneamente Capo di una delle Classi Maggiori.
Il re sorrise alla vista degli assassini e congedò i generali con un rapido gesto della mano. Questi se ne andarono in silenzio, calcandosi sulla testa gli elmi sulla testa e portando via la mappa arrotolata di Ayros. Alar, sempre senza proferire parola, fece un segno leggero con la mano ad Inelor e ai suoi compagni, invitandoli ad avvicinarsi: gli assassini erano rimasti in piedi appena oltre la porta, a rispettosa distanza dal sovrano. Gli assassini si fecero avanti e, giunti nei pressi del trono, si inchinarono.
«Comodi, comodi messaggeri» ridacchiò Alar «Non c’è bisogno di tutte queste formalità».
Inelor si alzò, subito imitato dai suoi compagni, e si rivolse al re con aria seria. «Sua maestà, siamo qui per motivi di estrema necessità. La situazione è al momento molto pericolosa e abbiamo ricevuto ordine da re Birden di Singarston di recarci presso la sua reggia a chiedervi aiuto. Deve sapere che…» Le sue parole furono bloccate da un gesto lento del re, che gli faceva cenno di tacere. Il sua sguardo era corrucciato e meditabondo, gli occhi semisocchiusi. Inelor rimase a bocca aperta, la frase troncata a metà, lanciando ai suoi compagni occhiate cariche di sconcerto. Fingord gli rispose con un’alzata di spalle e Raduin si limitò a scuotere la testa. Non capivano cosa stesse succedendo.
I cinque rimasero in silenzio ancora per più di un minuto, quando finalmente il viso del re si animò ed Alar proruppe in un’esclamazione di sollievo, sorridendo da un orecchio all’altro. «Ma certo, vostro padre si chiamava Ashgar, non è vero, Inelor Lama Veloce?»
«S… sì vostra maestà… Era il suo nome… E’ morto molti anni fa» balbettò Inelor sempre più stupito. Non sapeva assolutamente come comportarsi con il re. Sembrava che non gli interessasse nulla di ciò che avevano intenzione di dirgli. Eppure era a conoscenza di quale fosse la missione sua e degli altri Maestri a Rashgar, e anche che cosa dovesse significare un loro eventuale ritorno in patria prima del previsto. Che non li avesse riconosciuti nonostante le vesti bianche i gli anelli che portavano alla mano destra? No, impossibile. Lo aveva chiamato Inelor, sapeva addirittura chi fosse suo padre morto quasi duecento anni prima. Allora perché si comportava in questo modo? Decise di riprovare a convincerlo ad ascoltarli.
«Sua maestà, deve assolutamente sentire ciò che abbiamo da dire. Si tratta di informazioni vitali. Ogni ora che passa è cruciale e…» Ancora una volta le sue parole furono interrotte da un gesto annoiato della mano del re.
«Oh avanti, smettiamola con i giochetti» sorrise il re «Vi credevo più perspicace, Inelor Lama Veloce, Gran Maestro dell’Accademia. E lo stesso vale per voi Maestri, non credete che mi sia dimenticato di voi. Non vi ha insospettito minimamente l’accoglienza che avete ricevuto, il fatto che siate stati ammessi immediatamente al mio cospetto, la presenza dei generali in armatura all’interno di questa stanza? Nemmeno la mappa di Ayros vi ha detto nulla? Oh diamine, non ditemi che ancora non avete capito. Eppure non mi sembra così difficile».
Inelor sbarrò gli occhi. Non è possibile… Lui… Lui lo sa già… E se è venuto a conoscenza della partenza di Urbak prima che glielo riferissimo… Può significare solo che… No, non voglio crederci. Non è possibile. Non è possibile che Alar abbia tradito. Non è possibile che il mio popolo sia ora dalla parte della Gilda.
Alar lo squadrò, incrociando le mani davanti al volto. Il suo sorriso si trasformò in un ghigno.
«Hai capito, non è vero?» Sussurrò.
Inelor spalancò se possibile ancora di più gli occhi. Era così. I suoi peggiori timori si erano realizzati. Si guardò attorno e vide che i suoi compagni erano giunti alla stessa conclusione. Raduin era sconcertato, lo stesso si poteva dire per Fingord. Astor, sempre calmo e silenzioso, gli gettò uno sguardo denso di preoccupazione. Non sarebbero sopravvissuti a quella notte. Il pensiero colpì Inelor con la forza di un maglio. Nemmeno i Maestri dell’Accademia avrebbero potuto uscire vittoriosi in uno scontro con l’intera Leradir. Inelor chiuse gli occhi, calcolando ciò che fosse meglio fare. Il suo cuore era in tumulto, il tradimento del suo popolo lo aveva lanciato nella più cupa disperazione. Ma la sua mente era lucida. In anni, secoli di addestramento si era preparato ad affrontare le situazioni più difficili con il massimo potenziale intellettivo. La sua vita e quella dei suoi compagni dipendevano da lui. Cominciò a pensare rapidamente. La fuga era impossibile: i generali erano ormai usciti e a quest’ora dovevano aver radunato l’intera Guardia Scelta. Lo stupiva anzi il fatto che non fossero già entrati. L’unica cosa rimasta da fare era aprirsi la strada combattendo. O morire nel tentativo, uccidendo quanti più traditori possibile. A partire dal re. Inelor aprì gli occhi di scatto. Ora il suo sguardo era freddo e deciso. Scambiò uno sguardo d’intesa con i suoi compagni e i quattro scattarono contemporaneamente in posizione di combattimento, le mani che correvano ai lunghi coltelli che portavano alla cintura.
Alar strabuzzò gli occhi, ma rimase seduto immobile. Forse non si aspettava una reazione talmente veloce. Le sue Guardie Scelte al contrario furono rapide, ed impeccabili. Impugnarono le lance con entrambe le mani e in unico passo si posizionarono di fronte al loro sovrano, formando un muro tra lui e gli assassini.
La mano di Inelor si era ormai stretta attorno all’impugnatura di un lungo pugnale che portava appeso alla cintola quando l’aria immota e silenziosa fu squarciata da una risata. Alar rideva a squarciagola. Si era alzato ora. Indossava solo una leggera tunica di lino bianco, che rivelava un fisico asciutto e muscoloso. Il re mise una mano sulle spalle delle sue guardie per fermarle quindi, continuando a ridacchiare, fece cenno agli assassini di calmarsi.
«Fermi, fermi, messaggeri, che cosa state facendo, mi avete frainteso!»
Inelor lo squadrò con sguardo duro, allentando la presa sul pugnale ma rimanendo teso e all’erta.
«Che cosa intende dire?»
«Che non ci siamo capiti» continuò il sovrano mentre le guardie abbandonavano la posizione di guardia e tornavano a posizionarsi ai lati del trono. «Credo sia veramente ora di smetterla con i giochetti. Parliamoci chiaro, ora. Vi prego, rilassatevi Maestri. Non desideravo allarmarvi. Ora vi spiegherò tutto. Sedetevi pure. Lo sgabello mancante lo potete trovare sotto al tavolo.»
Gli assassini presero posto, e così fece il re sul suo alto trono. Inelor si rilassò, ma i suoi sensi rimasero in allarme. Tutto ciò gli puzzava di trappola, e se ne rendeva conto. Ma era pronto ad aggrapparsi a qualunque spiegazione che gli dimostrasse l’innocenza del suo popolo.
«Vada avanti.»
«Come avrete capito, so già cosa siete venuti a dirmi. Ma vi prego, non ho nulla a che fare con l’invasione imminente. E non sono un traditore, come credo abbiate pensato. Suppongo sappiate il fortissimo legame che c’è tra un druido e la natura, non è vero?»
«Certo. Si può dire che un druido si senta totalmente in sintonia della natura. Che sia parte di essa.»
Non capiva cosa c’entrasse tutto ciò. Era disorientato.
«Ottimo. Sappiate ora che la condizione di Arcidruido è particolare. Esiste un solo portatore dell’Anello Lucente su Ayros» disse il re strofinando il gioiello che portava nella mano destra «E viene elargito solo al Druido più potente. E maggiore è la sintonia del druido con la natura, maggiore è il suo potere. Ciò significa che un Arcidruido è talmente in simbiosi con la natura da capirla, da assecondarla, e da spingere la natura a fare ciò che desidera. Un Arcidruido è addirittura capace di percepire i più lievi sbalzi nello scorrere naturale delle cose. Mi seguite?»
Inelor annuì accigliato. «Certo vostra maestà.»
«Bene. Un’ultima domanda. Sapete dirmi quale enorme squilibrio nello scorrere naturale delle cose provochi un’invasione?» disse il re fissando per la prima svolta il suo sguardo dorato negli occhi freddi di Inelor.
E l’elfo capì. Scoppiò a ridere sommessamente, una risata di liberazione, e si rilassò completamente. Al suo fianco, anche i suoi compagni si scambiarono sguardi sollevati.
Alar sorrise, capendo che gli assassini avevano compreso ciò che intendeva dire. «Venite, Maestri. Devo mostrarvi una cosa.» Quindi si alzò nuovamente in piedi e si diresse con passo leggero verso una tenda di seta blu che copriva un buon tratto della parete di est. Inelor si accorse per la prima volta che il re camminava a piedi scalzi. Anche lui, seguito dai suoi compagni, si alzò e seguì Alar. Questi, giunto alla tenda, ne sollevò un lembo con la mano permettendo agli assassini di passarvi sotto. Ora si trovavano su un vasto balcone, come al solito di legno, che dava, molti metri più in basso, sul campo d’addestramento di Leradir. Inelor sorrise. Era proprio come aveva supposto. Gli elfi erano ancora, e sempre, con Ayros. L’aria era satura di grida e richiami, mentre il grande spiazzo d’erba era totalmente gremito di elfi. Elfi di tutte le classi, che si raggruppavano a centinaia, disposti in file ordinati. Una trentina di maghi era impegnata a creare un gran numero di portali magici, aperti su chissà quale città.
Alar li raggiunse sulla terrazza, poggiando una mano sulla spalla di Inelor e gettando in basso uno sguardo soddisfatto.
«Vedete, Maestri» disse il re indicando verso il basso «Qualche giorno fa ho avuto una sensazione terribile. Qualcosa di orribile era avvenuto, qualcosa che a breve avrebbe stravolto totalmente il corso della natura e della vita. Non potendo ignorare un messaggio simile, mi sono subito adoperato per radunare l’esercito di Leradir. Purtroppo però, devo ammettere che anche per me che sono il re si è trattato di un’impresa piuttosto difficile: preparare e equipaggiare un’intera armata richiedi tempi molto lunghi e procedure complesse, soprattutto se non si è nemmeno certi che ci sia una guerra in atto. Quindi, per pura coincidenza, le partenze delle truppe sono cominciate proprio la sera del vostro arrivo. E’ anche per questo che, come dovete esservi accorti, la città è vuota: sia i soldati di guarnigione che i parenti di quelli che devono partire si sono radunati qui, per salutare i loro amici o i loro cari. Quei portali, che le truppe attraverseranno da qui a un’ora, portano alle maggiori città di Ayros, da cui ho poi dato ordine che siano smistati dove c’è più bisogno, ora che sono veramente sicuro che la guerra è imminente. C’è sempre stata un’alleanza tra i popoli di Ayros, soprattutto nel momento del bisogno. Anche stavolta siamo pronti ad onorarla. Credo proprio che re Birden sarà colpito dalla sollecitudine con cui avete compiuto la vostra missione e avete convinto gli elfi a marciare» concluse Alar con un sorriso.
Inelor non rispose. Si limitava ad osservare compiaciuto il suo popolo pronto a partire, centinaia di elfi, uomini e donne. Il sesso femminile infatti componeva all’incirca un terzo dell’esercito degli elfi, il cui stile di combattimento si basava più sull’agilità che sulla forza.
Il gruppetto rimase qualche minuto ad osservare in silenzio i preparativi per la partenza, quindi Alar sollevò la tenda e tornò nella sala del trono, immediatamente seguito dagli assassini. Inelor chinò il capo in segno di scusa e si rivolse al re con tono accorato: «Maestà, le chiedo di scusare me e i miei compagni. A causa di un equivoco siamo quasi giunti a sguainare le lame in un luogo come questo, spezzando tra l’altro qualunque legame di ospitalità. Siamo profondamente dispiaciuti e pronti ad affrontare qualsiasi punizione.»
Alar sorrise e si limitò a fare un gesto stanco con la mano. «Non vi preoccupate Maestri. In parte è anche colpa mia. Non avrei dovuto causare questo equivoco, e capisco che abbiate reagito in questo modo.»
I cinque si diressero quindi verso le porte della sala del trono e trovarono ad attenderli Sciagar ed Elard.
«Io e la mia guardia personale partiremo dopodomani mattina» si rivolse Alar ai messaggeri.
«Sarei onorato se rimarrete miei ospiti fino a tale data. Nel frattempo potrete muovervi liberamente per Ayros, e per ogni necessità potrete rivolgervi a Sciagar o ad Elard.»
Gli assassini chinarono umilmente il capo in cenno di assenso e Alar annuì soddisfatto. «Ottimo! Speravo avreste acconsentito. Ora, se volete scusarmi, ho ancora qualche affare impostante da sbrigare con i generali che erano qui prima che arrivaste. Voi potete andare pure a riposarvi, sarete sicuramente stanchi. La vostra stanza è la prima del corridoio oltre la porta a sinistra: quella è l’ala degli ospiti. La porta a destra conduce invece ai miei appartamenti. A domani, maestri, e buon riposo.»
Inelor abbassò di nuovo la testa, ringraziando il re. A capo chino, con la lunga coda di capelli biondi che gli ricadeva sulla spalla, l’elfo sorrise, sentendosi sollevato come non lo era da anni.

Phaorand aveva il manto lucido di sudore e la schiuma alla sua bocca era schizzata di rosso, perché il morso gli aveva ferito le gengive. Erano ormai passate tre o quattro ore dall’alba quando Redwin attraversò al galoppo sfrenato la porta principale di Dor Ander, il mantello nero che svolazzava alle sue spalle come le fosche ali di un corvo. Il tenente evitò per un soffio un uomo che usciva dalla città e che gli si rivolse con parole dure intimandogli di rallentare l’andatura o avrebbe fatto male a qualcuno: lui aveva fretta di entrare in città, ma ce n’erano molti altri che invece volevano andarsene. Redwin alzò lo sguardo oltre l’uomo, lungo la strada principale che tagliava in due Dor Ander fino a giungere al porto, dritta come una freccia. La via era gremita di persone. Tutte trasportavano fagotti o sacchi, chi lo possedeva aveva attaccato un asino al suo carretto e lo utilizzava per trasportare i suoi pochi averi. Praticamente ogni bestia disponibile era diventata un animale da soma. Bambini correvano tra le zampe di buoi e cavalli stracarichi di oggetti, tentando si ricongiungersi ai loro parenti. Alcuni piangevano, altri gridavano, altri ancora si attardavano sulle soglie delle case, restii ad abbandonarle. Ma la maggior parte restava in silenzio, formando una lunga e tetra processione che aveva ormai attraversato le porte della città e ora si stava dirigendo verso sud, verso Talfgar. Ultimi a chiudere la fila, un gruppo di uomini armati, buona parte della guarnigione, armati di tutto punto. Alcuni soldati a cavallo oltrepassarono Redwin senza degnarlo di uno sguardo e tirarono avanti, portandosi davanti o ai lati della colonna di profughi. Nessuno si guardava indietro. Migliaia di uomini, donne e bambini lasciavano Dor Ander.
Redwin era sbigottito. Rimase ad osservare la triste scena per molti minuti, seduto in groppa al suo cavallo che, grato per la sosta, riprendeva fiato. In breve la colonna ordinata oltrepassò totalmente le porte, formando una lunga fila che generava un grosso polverone, sulla strada che portava a sud. Pochi tra i soldati osarono incrociare lo sguardo di Redwin, e ancora meno gli rivolsero un qualche genere di saluto. Lui tornava, verso la morte, e loro se ne andavano. Non avevano il coraggio di trattenersi con lui troppo a lungo. Redwin lo capiva. Il tenente rivolse infine lo sguardo verso il centro della città. In riva al mare, il campo d’addestramento era tagliato a metà da due esili file di armati, fermi sull’attenti. A una tale distanza, gli apparvero come poco più grandi di soldatini di stagno, esili figurine nere contro l’ardore del sole, che sembravano galleggiare su un mare d’acqua a causa di uno scherzo ottico provocato dal calore in quella mattina che già si preannunciava afosa. Redwin riconobbe solamente Drivold, il suo comandante. Il cacciatore, affiancato dal suo enorme animale, faceva avanti e indietro lungo la linea di soldati. Sembrava stesse facendo una specie di discorso. Ora che la folla di profughi era lontana ed era calato il silenzio sulla città, nell’aria tersa riusciva ad udire, lontane, le grida del comandante, ma non in modo abbastanza nitido da riuscire a capire le singole parole.
Redwin si decise a scendere da cavallo, e poggiando il piede a terra sollevò uno sbuffo di polvere dalla terra arida. Accarezzò il muso del cavallo, quindi, portandolo per la briglia, lo condusse nella stalla più vicina, quella civile. Il locale era deserto, gli stabbi vuoti e silenziosi. Ora che era al chiuso non udiva nemmeno più la voce di Drivold. Il silenzio era irreale, pesante, e se ne sentiva abbattuto. Condusse Phaorand in un recinto a caso, gli tolse i finimenti appoggiandoli nelle vicinanze e gli diede una strigliata veloce. Sguainò la sua enorme Tempesta dal fodero che precedentemente era appeso alla sella del cavallo e la mise nella guaina che postava in spalla. Prima di andarsene si assicurò che la mangiatoia fosse piena di biada e che avesse abbastanza acqua, quindi uscì. Aveva impiegato pochi minuti e, nonostante il discorso di Drivold fosse apparentemente finito, i soldati erano ancora fermi, le linee perfettamente formate con le spalle al mare. Il capitano era anch’egli immobile, in piedi, le mani dietro la schiena e le gambe larghe, e osservava i suoi uomini. Redwin si avvicinò, fino a poggiare una mano sulla spalla del suo superiore e amico. Drivold sospirò e gli parlò con voce stanca: «Alla fine sei venuto. Speravo saresti rimasto a Talfgar, invece che restare qua a morire.»
Redwin rimase in silenzio. Notò che il cacciatore portava l’Anello Smeraldo. Dopo circa un minuto, Drivold si mise sull’attenti, fece un saluto militare e diede il permesso ai soldati di rompere le fila. Questi si divisero, andandosene da soli o a piccoli gruppi, alla spicciolata. Nessuno sapeva dove andare. Nonostante fossero ancora in piedi, nessuno aveva più una casa ormai, non più.
«Che cosa significa tutto ciò?» chiese Redwin preoccupato.
Drivold gli piantò negli occhi uno sguardo determinato. «Dovresti saperlo meglio di me, tenente. I sospetti provocati dalla tua improvvisa fuga a cavallo con quattro uomini vestiti di nero si sono rivelati esatti. Stanotte è arrivato un mago da Singarston, confermando i nostri peggiori timori. All’alba abbiamo suonato le campane per l’adunata generale. Dei com’erano vecchie e arrugginite, abbiamo faticato a metterle in moto. Una volta radunata tutta la popolazione gli abbiamo spiegato la situazione. Senza scendere nei particolari, ma a grandi linee sanno tutto. Abbiamo organizzato l’evacuazione. In tre ore erano pronti ad andarsene. Si rifugeranno a Talfgar.»
«E questi soldati?» chiese Redwin indicando con un gesto del braccio gli uomini che li circondavano. La maggior parte aveva deciso di restare nel campo di addestramento.
«Mentre Bertery e i suoi leccapiedi organizzavano la fuga, io ho organizzato la difesa. Ho chiamato uno per uno ogni uomo di stanza a Dor Ander, in ordine di grado. E gli ho chiesto se volesse restare e morire con me per la sua città o andarsene. Nessuna differenza di trattamento per chi fosse rimasto o per chi avesse fatto altrimenti. Ho detto che ai miei occhi sarebbero stati tutti uguali, che non sarebbero stati trattati in modo diverso e che nessuno sarebbe in nessun caso stato punito. Di circa ottocentocinquanta soldati, duecento hanno deciso di rimanere. Uomini eroici. Sono fiero di morire al loro fianco.»
Redwin osservò il volto del suo capitano. Era cambiato, nelle ore che erano passate dalla sua partenza. La realtà lo aveva cambiato. Drivold riprese a parlare:
«Poco dopo l’arrivo del mago da Singarston è stato aperto un portale magico in mezzo al cortile della caserma. La notte degli incantesimi, davvero» disse con un ghigno «Abbiamo pensato a un brutto tiro della Gilda e ci siamo precipitati fuori pronti a combattere, non appena lo abbiamo saputo. Invece dal portale sono usciti degli elfi. Erano un centinaio, una banda da guerra armata di tutto punto e pronta a combattere. C’erano membri di tutte le classi, era una cellula pronta a combattere autonomamente. Gli abbiamo spiegato la situazione, abbiamo detto che la città sarebbe stata evacuata, compresi i soldati. Non volevano sentire ragioni, volevano restare a combattere e morire al nostro fianco se necessario, hanno detto. Fortunatamente ero l’ufficiale di grado più alto oppure on sarei riuscito a smuoverli di qua. Ho dovuto far leva sulla loro innata disciplina, praticamente ordinando loro di andarsene. Solo a quel punto mi hanno ubbidito, anche se contrariati. Uno dei loro maghi ha creato un nuovo portale, per Talfgar. Mi hanno chiesto un’ultima volta di permettergli di restare, ma mi sono di nuovo rifiutato e se ne sono andati.»
«Perché non gli hai permesso di restare? Un centinaio di elfi valgono almeno come il doppio di noi uomini, non mi vergogno ad ammetterlo. Ci sarebbero certamente stati utili.»
«Perché non voglio avere altre morti sulla coscienza, tenente. Redwin» disse abbassando improvvisamente la voce «Io e te lo sappiamo, tutti qui lo sanno. Questa città è perduta. Non riusciremo a tenerla contro la Gilda nemmeno con duemila uomini, figuriamoci con duecento. Noi moriremo qui. Non voglio che anche altri vengano massacrati solo per il loro senso del dovere. Ci sarà tempo per gli atti eroici nella guerra che sta per arrivare, per bagni di sangue senza pietà e senza fine, per vedere giovani buttare via la loro vita. Ma non ancora. Ancora non voglio nulla di tutto ciò» concluse Drivold scuotendo tristemente il capo.
Sulla città cadde nuovamente il silenzio. Solo lo sciabordare delle orde rumoreggiava monotono in lontananza.
Redwin si inginocchiò davanti a Drivold, chinando il capo.
«Capitano, le chiedo di permettermi di restare in città e adempiere al mio dovere, combattendo per proteggere Dor Ander e la sua persona. Mi faccia questo onore, la prego.»
Drivold sorrise, e gli porse la mano destra, il luminoso anello verde smeraldo bene in vista, per aiutarlo ad alzarsi.
«Alzati, tenente colonnello Redwin. E’ ora di prepararci ad uccidere qualche stregone.»

CAPITOLO V

Al suono cupo della campana di bronzo, Drivold scattò in piedi all’istante. Doveva essersi appisolato sulla sedia, le gambe appoggiate allo sgabello di fronte a lui. Un ringhio sottile e costante in un punto indefinito alle sue spalle lo informò della presenza di Grefla. Improvvisamente la porta della caserma si spalancò, sbattendo violentemente contro le pareti, e Redwin si precipitò dentro. Indossava la sua armatura da battaglia nera, consisteva in alcune sezioni a piastre indossate su una pesante cotta di maglia a mezza manica che gli arrivava fino alla vita. Ogni parte del corpo era rivestita da protezioni o vestiti dai toni scuri, comprese le mani, sulle quali indossava un paio di guanti di cuoio nero: solo la testa rimaneva scoperta. Appesa dietro le spalle con un sistema di corregge, portava Tempesta, la sua enorme e fidata spada. Non se l’era tolta da quando era arrivato a Dor Ander, la mattina precedente. Il volto del tenente colonnello era paonazzo, i capelli corvini attaccati alla fronte a causa del sudore, e aveva il fiato grosso. Doveva aver fatto di corsa tutta la strada dalla torre del faro fino alla caserma, con indosso venti o trenta chili di equipaggiamento.
«Sono… sono apparsi… all’orizzonte…» boccheggiò Redwin.
«Prendi fiato, tenente colonnello. Non capisco nulla se parli ansimando come un pesce fuor d’acqua.»
Redwin annuì e, fatti un paio di respiri profondi, deglutì e riprese a parlare con più calma: «Ha sentito le campane? Li hanno visti all’orizzonte… centinaia di navi dalla chiglia nera e dalle vele rosse con ricamato il simbolo del martello incrociato alla saetta.»
Drivold prese a vestirsi febbrilmente, indossando sopra alla tunica il corsetto di cuoio e la cotta di maglia a mezza manica.
«Quanto tempo prima dello sbarco?» chiese mentre malediceva mentalmente un laccio della cotta che non si voleva stringere. Ora rimpiangeva di non essersi armato in anticipo, come aveva fatto Redwin, in modo da non perdere tempo quando la situazione fosse precipitata. Ma odiava indossare armature di ogni genere, quindi lo faceva solo se strettamente necessario, e in ogni caso non indossava mai sezioni di corazza a piastre, che giudicava ingombranti e scomode.
Il tenente si strinse nelle spalle, lanciandosi occhiate allarmate dietro la schiena. La città si era animata, e i soldati si stavano riversando nel campo d’addestramento, in attesa di ordini. Alcuni avevano lo sguardo risoluto e deciso, altri erano imperturbabili, ma la maggior parte erano evidentemente scossi o anche terrorizzati. In fondo nessuno di loro era stato pienamente cosciente della situazione che stava nascendo, quando aveva deciso di restare e proteggere Dor Ander.
«Non lo so, capitano. Mezz’ora, forse meno. Sono ancora piuttosto lontani. Abbiamo potuto notare chiaramente i simboli sulle vele solo grazie a quella recente invenzione nanica il cannach… nocchiol…»
«Cannocchiale» borbottò Drivold a denti stretti chiudendo finalmente l’ultima cinghia della cotta. Gli mancava solo di affibbiarsi il mantello verde scuro sulle spalle, di indossare le armi e poi sarebbe stato pronto.
«Sì, esatto quello» annuì Redwin. «Grazie ad esso abbiamo potuto anche osservare la nave maestra. In coperta abbiamo visto un enorme minotauro nero dall’armatura rossa, e alle sue spalle molti altri armati pressoché allo stesso modo. Anche le altre navi erano gremite di soldati, ma non ci siamo soffermati molto su quelle. Erano troppe per esaminarle una per una.»
«Urbak e i suoi stregoni» disse Drivold chiudendo la fibbia della cintura e afferrando il suo prezioso arco di Lemar e una faretra di frecce dalle impennature verde-oro.
«Capitano è pronto? I soldati sono tutti nel campo d’addestramento, la stanno aspettando» disse Redwin gettandosi l’ennesima, agitata occhiata alle spalle.
«Sì, ci sono, tenente colonnello. Andiamo.»
I due uscirono a passo svelto dalle caserme, armati finalmente di tutto punto, e in pochi attimi furono di fronte ai soldati allineati nel campo d’addestramento. Drivold incrociò gli occhi di Maerither e gli lanciò uno sguardo d’intesa. Quindi si fermò al centro esatto della fila, sollevando un leggero sbuffo di polvere con il mantello. Lasciò scorrere una lunga occhiata sui soldati di fronte a lui, soffermandosi su ognuno di essi, per capirne le emozioni ed i pensieri. Si accigliò quando vide che molti sembravano spaventati, ma poi si rilassò. Quelli erano i suoi soldati, i suoi uomini, che aveva addestrato uno per uno, giorno per giorno. Non c’erano codardi tra di essi, né tantomeno traditori. Era disposto ad affidare la sua stessa vita ad ognuno di loro senza esitare, ed era sicuro che quando sarebbe giunta l’ora fatale non avrebbero ceduto facilmente.
Dopo qualche attimo di silenzio, quando si accorse che Redwin al suo fianco cominciava ad agitarsi per il disagio, prese un profondo respiro e cominciò a parlare con voce forte:
«Uomini. Compagni. Amici. Ognuno di voi è qui per propria scelta. Siamo qui per difendere la nostra città, i nostri cari, la nostra patria. E siamo pronti a morire per essi.»
Fece una breve pausa, permettendo agli uomini di assorbire le prime parole. Ora tutti pendevano dalle sua labbra. Nessuno era più spaventato. Finché il capitano era con loro, si sentivano immortali. «Ricordate il piano stabilito, ricordate le vostre posizioni, i segnali. Sarà qui ed ora che il coraggio di Ayros sarà messo alla prova, che il sangue e l’acciaio di Dor Ander resisteranno contro il nemico. Un nemico feroce, inarrestabile, spinto da una insensata fame di vendetta, che è giunto fino a qui, fino alle nostre spiagge, minacciando noi, le nostre famiglie, la nostra città, la nostra terra. Non so se un giorno Ayros cadrà, se sul mondo calerà un’era di sangue e oscurità, dove sarà impossibile fidarsi degli amici, dei fratelli. Però noi siamo qui per fare in modo che quel giorno resti ancora lontano, per difendere con il nostro valore la nostra libertà e il nostro futuro. Un domani i menestrelli canteranno le vostre gesta, uomini, canteranno dei gloriosi difensori di Dor Ander, rimasti dove gli altri sono fuggiti, dando prova del loro coraggio, senza guardare indietro verso ciò che rischiavano di perdere. Vi prometto che il nome di ognuno di voi, oggi, diverrà imperituro, onorato e glorificato nei secoli a venire, tramandato come quello dei grandi eroi. Un giorno si scriverà un poema, “La Difesa di Dor Ander”, e sarà cantato in ogni locanda, raccontato in ogni casa davanti al fuoco, ispirando al coraggio generazioni di giovani Ayrosiani e ricordando le vostre gesta agli anziani e a voi stessi, che le ascolterete con gli occhi bagnati dalle lacrime e il cuore pieno di orgoglio.»
Prima di riprendere, Drivold rimase qualche attimo in silenzio, facendo scorrere lo sguardo sulle centinaia di occhi coraggiosi fissi su di lui, il cuore che batteva furioso nel suo petto. «Uomini… vediamo di ricacciare in mare fino all’ultimo bastardo della Gilda. Per Ayros e per Dor Ander, la Magnifica!»
Disse alzando un braccio, sulle labbra un sorriso feroce, la voce che diventava un grido cui subito risposero i suoi soldati, come un unico uomo, le gole spalancate in quell’attimo di gioia e di furia dirompente che precede una battaglia, una carneficina.
«Bel discorso, capitano» disse Redwin con un mezzo sorriso mentre attorno a loro i soldati si disperdevano correndo in tutte le direzioni, dirigendosi verso la caserma o gli alti edifici circostanti.
Drivold non rispose al sorriso, ma si incamminò verso l’alta e tozza torre del faro seguito a ruota dal suo gigantesco animale e dal tenente.
«Glielo dovevo, tenente colonnello. Questa è una lezione importante per il futuro, per quando ti troverai a comandare molti uomini. Dal punto di vista del coraggio, un discorso semplice ma ben fatto da parte del proprio comandante sprona gli uomini più di un grosso boccale di birra nanica scura.»
Redwin rimase in silenzio, ripensando attentamente a ciò che Drivold gli aveva appena detto. Nel frattempo il duo era giunto ai piedi del faro, e si era unito a un gruppo di una quindicina di soldati di alcune classi, per lo più specializzate nell’attacco a distanza, cui era stata assegnata quella posizione. Gli uomini si fecero attorno ai superiori, rivolgendogli un caldo benvenuto. Un uomo di mezza età che portava lunghi baffi spruzzati di grigio che, a giudicare dai gradi, doveva essere un maggiore, strinse la mano di Drivold dicendo: «Sono onorato di combattere al suo fianco in questa battaglia, capitano.»
Drivold annuì, serio, ricambiando la stretta di mano del sergente. «Ebbene, vediamo di far echeggiare questa battaglia per l’eternità.»

Urbak alzò verso il cielo l’enorme muso e annusò. Nell’aria, odore di salsedine, di sudore e di umano. Sogghignò, mentre un’onda particolarmente alta sollevata dallo scafo gli bagnava l’armatura rossa di schizzi salati. Erano nel posto giusto. La puzza degli umani permeava ogni cosa di quella città a cui si stavano velocemente avvicinando. Chiuse gli occhi e strinse più forte il manico del suo enorme martello, cercando di calmare i respiri convulsi, l’imponente cassa toracica che si alzava e si abbassava freneticamente. Il cuore batteva furioso, e sentiva il sangue ribollirgli nelle orecchie. Pian piano recuperò la calma. L’ora della vendetta è finalmente arrivata pensò con un tremito La caduta di Ayros ha inizio.
Rimase così, gli occhi chiusi, in silenzio, ascoltando con piacere il vogare ritmico dei rematori e le grida di eccitazione dei suoi soldati. La sua orda sanguinaria era pronta, e faceva fatica a trattenersi. Il rumore ritmico prodotto dallo sciabordare delle onde contro lo scafo nero della sua tozza nave da guerra si interruppe improvvisamente, e l’andatura del vascello diminuì drasticamente con un forte scossone, tanto che si trovò costretto ad aggrapparsi al sartiame per non cadere. Aprì gli occhi. Erano arrivati. Il rostro dalla punta d’acciaio si era scontrato con un esile pontile di legno, progettato presumibilmente per alloggiare piccoli pescherecci, e lo aveva letteralmente ridotto in pezzi. Quindi l’imbarcazione aveva posto fine alla sua corsa contro la sabbia granulosa della spiaggia, scavando un solco di parecchie braccia nel bagnasciuga e infine fuoriuscendone. La nave si arrestò definitivamente, e dai soldati alle sue spalle si levò un gutturale grido di gioia, rabbia e furia, cui l’enorme minotauro si unì con piacere. Quindi, imbracciando nella sinistra un leggero scudo di legno e pelle, scavalcò di un balzo la murata e atterrò pesantemente sulla sabbia, sollevando schizzi d’acqua e facendo tremare la terra sotto gli zoccoli.
Mentre gli stregoni della sua guardia personale atterravano al suo fianco, assumendo una improvvisata formazione, mosse qualche passo in avanti e si guardò attorno. La sua nave era stata la prima a toccare terra, ma molte altre la seguivano da vicino e alcune erano sul punto di sbarcare il loro contenuto letale. La città, al contrario, sembrava morta. All’infuori delle grida di guerra che risuonavano attorno a lui, tutto il porto e Dor Ander stessa erano immersi in una calma assoluta, irreale. Il campo d’addestramento dritto di fronte a lui, le strade, tutto era vuoto, nessun umano in giro nonostante il loro puzzo impregnasse l’aria. Le porte delle case e le finestre erano quasi tutte spalancate, e sembravano buie bocche spalancate e minacciose. L’andatura di Urbak rallentò ulteriormente, fino a fermarsi. Disciplinati, i suoi stregoni si bloccarono alle sue spalle. Qualcosa non andava, ed era troppo esperto di strategia militare per lasciarsi sfuggire anche il minimo dettaglio.
Questa città sembra evacuata pensò continuando a gettarsi attorno occhiate ansiose Certamente è successo qualcosa. Qualcuno deve averli avvisati del nostro arrivo e la città deve essere subito stata abbandonata. Possibile che quelle spie siano arrivate prima di noi? Non può essere altrimenti che così… Eppure… Ho una strana sensazione. Come se questa città non fosse abbandonata così come vogliono che sembri.
Fece scorrere gli occhi su ogni parete, ogni porta, mentre la spiaggia si riempiva di guerrieri della Gilda che aspettavano in silenzio i suoi ordini. Orchi, nonmorti e minotauri si ammucchiavano disordinatamente, mentre alcuni serventi sulle navi si ingegnavano per aprire le gabbie di pesante acciaio che erano state usate per custodire i selvaggi e stupidi troll durante il viaggio. Un compito pericoloso, che probabilmente gli sarebbe anche costato la vita, ma erano gli ordini. E nessuno osava discutere gli ordini di Urbak Corno Insanguinato, il Flagello dell’Alleanza, la leggenda vivente.
Il minotauro nero volse lo sguardo sull’alta figura del faro, alla sua sinistra. E fu in quel momento che la vide. In cima, appena oltre il parapetto, una mano sporse agitando una bandiera rossa. Spalancò gli occhi per lo stupore e la rabbia.
Una trappola, dovevo immaginarlo! Sollevò lo scudo a proteggersi e mugghiò con quanto fiato aveva nei polmoni: «Muro di scudi, muovetevi!»
Gli stregoni alle sue spalle, pronti ad ogni ordine, risposero prontamente e formarono un’impenetrabile barriera attorno al generale. Gli altri soldati non furono abbastanza veloci, o i loro riflessi abbastanza pronti. Un compatto muro di frecce si abbatté sui mostri che affollavano la riva, falciandone a decine. Lo spazio tra i singoli soldati era così ridotto che i guerrieri dell’Alleanza non avevano nemmeno bisogno di mirare: ogni colpo era certo che colpisse senza errori un qualunque bersaglio. Le grida di guerra si trasformarono istantaneamente in urla di dolore, mentre i morti crollavano a terra come sacchi vuoti e i feriti si contorcevano nell’agonia nel bagnasciuga. Le onde impietose si riversarono su di essi, lavando via il sangue. In breve la sabbia e l’acqua cominciarono a tingersi di rosso.
Immediatamente dopo, mentre già una seconda salva letale fuoriusciva dalle finestre e dagli androni delle case, arrivarono le bordate magiche. Palle di fuoco o semplici sfere di pura energia si schiantarono sulle fila della Gilda, che cominciavano a spezzarsi e a sbandare. Il fuoco magico continuava ad ardere anche dopo aver toccato terra, creando pozze di fiamme intransitabili, e dando fuoco al legno fragile e al sartiame delle navi. I marinai, stremati dopo la lunga vogata, si videro costretti a gettarsi in acqua per scampare a morte certa.
Come ho fatto a cadere in un trucco così banale, per tutti gli dei? pensò Urbak con un ringhio mentre continuava ad incitare i suoi uomini affinché formassero quello stramaledetto muro di scudi e cominciassero ad avanzare. Ormai la pioggia di frecce e proiettili magici si era fatta incessante. Attorno a lui le sue truppe sbandavano, alcuni si davano alla fuga. Infuriato alla vista di tutto ciò afferrò per la cotta un nonmorto che correva terrorizzato nella sua direzione e lo gettò dritto di fronte a sé, dove ricevette una freccia dritto in mezzo agli occhi. Improvvisamente una scarica di dolore gli attraversò tutto il corpo a partire dalla coscia sinistra. Abbassò lo sguardo e vide che il pelo nero cominciava a macchiarsi di sangue. Conficcata in profondità nella carne, c’era una freccia dall’impennatura verde-oro.

Drivold si lasciò sfuggire un’imprecazione e incoccò un’altra freccia. Urbak era stato il suo bersaglio fin dall’inizio della battaglia, ma a quanto pare la Dea bendata non era al suo fianco e ogni sforzo era stato puntualmente vanificato. Si erano frapposti prima gli scudi degli stregoni dalle armature rosse, poi quel maledetto nonmorto. Quando era finalmente riuscito a colpirlo, si trattava solo di una ferita alla gamba. Sicuramente niente di mortale per quella massa di muscoli.
Scoccò l’ennesimo dardo, che passò da parte a parte il collo di un orco provocando uno spruzzo rosso che macchiò la sabbia per una lunghezza di quasi due metri. Doveva avere colpito l’aorta. Il mostro si portò incredulo le mani alla gola, cercando inutilmente di fermare l’emorragia, e dopo qualche secondo cadde a terra vomitando un rivolo di sangue. Drivold fece una smorfia. In fondo tutti gli esseri viventi, con tutte le loro differenze, quando muoiono sono uguali. Ma non c’era tempo per perdersi in pensieri simili. Dopo l’iniziale esplosione di colpi il ritmo stava rallentando, mentre le munizioni calavano e dovevano essere ripristinate. Cercò freneticamente una freccia nella faretra appesa dietro la sua spalla destra e si accorse che gliene rimaneva solo una. Merda! Pensò con stizza. Mentre incoccava quest’ultimo dardo e cercava accuratamente un bersaglio, gridò rivolto all’interno:
«Munizioni!»
Immediatamente gli si avvicinò un giovane soldato, che teneva in mano venti o trenta frecce. Questi aspettò che il capitano scagliasse il suo dardo, quindi gli porse una freccia e gli infilò freneticamente le restanti nella faretra.
Drivold rimase qualche secondo ad osservare lo svolgimento della battaglia. Dopo lo stupore e la paura iniziale, i soldati della Gilda si stavano riorganizzando, spronati dai duri veterani e dal loro terribile generale. Lentamente le linee sulla spiaggia iniziarono ad avanzare. In testa ad esse, incurante delle frecce che gli fischiavano attorno o del moncone di legno che gli era rimasto conficcato nella coscia dopo aver staccato l’asta del dardo che vi era conficcato, correva l’enorme minotauro nero. Come una punta di lancia, si stava dirigendo a passo di carica verso la caserma, impugnando il suo martello di pietra, seguito a ruota dal suo seguito d’èlite che tentava di proteggerlo alla meglio con gli scudi. Urbak chiuse una mano, e il suo pugno fu attraversato da scosse d’elettricità azzurrine. Quindi, continuando a correre, puntò risoluto la mano verso la più vicina finestra della caserma, e dalle sue dita esplose un’enorme scarica elettrica bluastra, che attraversò rombando a velocità incredibile il campo d’addestramento e si abbatté con un boato contro il muro della caserma.
Drivold trattenne il fiato. Quindi era quello il potere di un grande stregone. La facoltà di imbrigliare, oltre all’energia magica pura, anche la potenza dell’elettricità. Non esistevano stregoni all’interno dell’Alleanza: era una tecnica di magia e combattimento che si era sviluppata solamente a Kalaster, anche presso la Gilda era piuttosto rara. Il capitano rise in modo leggermente isterico quindi, ripreso il controllo di sé stesso, incoccò la freccia che gli aveva passato il giovane soldato e dopo aver preso velocemente la mira, l’Anello Smeraldo vicino al suo occhio destro, la scagliò con letale precisione, cogliendo tra le scapole uno degli stregoni di Urbak.
Scosse la testa. Ora la Gilda si era ripresa e, formato un compatto muro di scudi, avanzava velocemente. Bisognava arginarli in qualche modo. Si voltò verso l’interno del faro e scambiò uno sguardo d’intesa con Redwin, che teneva ai suoi piedi alcune bandiere di diversi colori.
«Guerrieri e assassini in mischia, capitano?» chiese il giovane tenente colonnello, e Drivold annuì. «Sì. Voglio solo maghi, druidi e cacciatori all’interno degli edifici.»
Redwin impugnò una bandiera gialla e la agitò freneticamente oltre il parapetto del faro. Quasi immediatamente la porta della caserma e quelle degli edifici circostanti si spalancarono e centocinquanta uomini si riversarono nel campo d’addestramento, le armi in pugno, formando disciplinati una formazione ordinata. Di fronte alla marea crescente della Gilda, gli uomini dell’Alleanza sembravano bambini che si apprestavano a fermare la marea a mani nude. Ma avanzavano eroici, senza sbandare.
«Vado anche io, capitano?» chiese Redwin.
«Vai, tenente colonnello. Guida i nostri uomini. E porta Grefla con te.»
Quindi si portò le dita alla bocca e lanciò un fischio acuto. Al piano terra del faro, rispose un possente ruggito. Dall’ombra scura del sottoscala emerse una gigantesca tigre bianca, le fauci rosse spalancate.  Gli occhi gialli fieri e intelligenti si posarono su Redwin che scendeva a passo svelto gli scalini e, quando il guerriero aprì la porta del faro con una spallata, incamminandosi a passo svelto verso il campo d’addestramento circondato da una decina di uomini armati, gli trotterellò dietro ubbidendo all’ordine del suo compagno.
Incoccando l’ennesima freccia, Drivold si fermò un attimo ad osservare il suo amico e il suo compagno avanzare verso il cuore della battaglia. Redwin aveva sguainato Tempesta, e avanzava risoluto impugnandola a due mani, mentre Grefla al suo fianco avanzava fieramente, lo sguardo dorato fisso sui nemici. Drivold si riscosse dalla contemplazione, il braccio che tendeva l’arco che cominciava a tremare per lo sforzo, e scagliò la sua freccia, abbattendo un orco sul punto di avventarsi sulla squadra di Redwin. Nel campo d’addestramento nel frattempo la battaglia infuriava. Gli uomini di Dor Ander, guidati dal sottotenente Maerither, che con la sua statura era ben riconoscibile anche a quella distanza, resistevano contro le incalzanti forze della Gilda, nonostante la pesante inferiorità numerica. Al centro dello schieramento di mostri, gli stregoni di Urbak erano inarrestabili.
Uno scoppio improvviso riportò la sua attenzione verso la spiaggia. La fiancata di una delle navi che erano approdate sembrava essere esplosa, scagliando assi di legno scuro in ogni direzione, ma non era stata colpita. Dalla breccia nello scafo un alto grido gutturale confermò i peggiori timori del comandante. Quei bastardi hanno intenzione di impiegare già i troll. Scagliò una freccia in direzione del foro nella fiancata, colpendo allo stomaco una delle due enormi figure che stavano fuoriuscendo, scavalcando cadaveri e frammenti di legno. Il troll, che brandiva una pesante mazza d’acciaio, sembrò non accorgersi nemmeno di essere stato colpito, precipitandosi verso la mischia travolgendo indiscriminatamente amici e nemici, seguito a ruota dal suo compagno.
Se non riusciamo a farli fuori, questi mostri ci distruggeranno da soli pensò irato Drivold scagliando la sua ultima freccia verso la torreggiante figura. Questa volta il dardo si conficcò nella schiena, molto vicino alla nuca, e il mostro con un grido di dolore e rabbia lasciò cadere la mazza e si bloccò nel mezzo del combattimento, cercando di estrarre dalla carne il fastidioso dardo. Redwin, a terra, non si lasciò sfuggire l’occasione. Mentre Grefla bloccava il troll azzannandogli coraggiosamente una gamba, il guerriero corse in avanti piegato in due, brandendo con entrambe le mani Tempesta, e sferrò un poderoso fendente allo stomaco del mostro. Il colpo era andato a segno. Nella pancia del troll si aprì uno squarcio profondo, dal quale cominciarono a fuoriuscire le interiora sporche di sangue. Inutilmente il mostro tentò di afferrarsi le viscere che cadevano nella polvere, senza riuscire a fermarne l’inevitabile caduta. Quindi, con una specie di sospiro, il troll cadde a terra esanime nella polvere. Redwin gli inflisse Tempesta nel petto e, alzando un pugno al cielo, lanciò un grido di trionfo cui i guerrieri dell’Alleanza risposero con vigore. Lo scontro, che per un attimo era calato di intensità, riprese più feroce di prima, mentre gli Ayrosiani tentavano in ogni modo di abbattere il secondo troll, e Drivold perse di vista i suoi compagni.
Cercò una freccia nella faretra ma, accorgendosi di averle nuovamente finite, senza nemmeno voltarsi all’indietro si limitò ad allungare una mano alle sue spalle e a gridare: «Munizioni!»

Dopo aver abbattuto il troll, Redwin venne sommerso da una marea di soldati della Gilda che lo divise da Grefla. Dannazione… se il capitano viene a sapere che ho perso di vista il suo gattone mi scuoia vivo… Ma in fondo quella tigre è più che capace di cavarsela da sola. Personalmente al momento sono ben più preoccupato per me… Pensò schivando per un soffio la lama di un coltellaccio calatogli sulla testa da un orco e tagliandogli il braccio in risposta. La creatura cadde a terra ululando e stringendosi con sguardo terrorizzato il moncherino del braccio tagliato appena sotto al gomito, da cui sprizzava una fontanella di sangue scuro.
Un’improvvisa esplosione alle sue spalle lo fece voltare di colpo. Una scheggia di pietra lo colpì alla guancia prima che potesse capire cosa fosse successo, scavandogli un lunga linea rossa nella pelle. Redwin trattenne a stento un’imprecazione, mentre si proteggeva la testa con il braccio sinistro per evitare di restare ferito dalle decine di detriti che volavano impazziti in ogni direzione. Una nuova scarica elettrica di Urbak o di uno dei suoi stregoni aveva fatto saltare in aria un’altra sezione della caserma che ormai, bombardata incessantemente, si era ridotta a qualche brandello di muro che sorreggeva a stento il tetto di legno. I soldati dell’Alleanza che ancora non erano scesi in prima linea, come cacciatori, maghi e druidi, si nascondevano dietro a pile informi di mattoni che una volta componevano solide pareti. Una lunga scia nera sulla sabbia indicava la traiettoria del fulmine magico. Un paio di sfortunati guerrieri trovatosi lungo di essa erano ridotti a informi masse carbonizzate accoccolate per terra.
L’ala destra dell’esile linea di difesa dell’Alleanza ondeggiava e arretrava, minacciando di spezzettarsi ed essere travolta sotto l’inarrestabile assalto degli stregoni di Urbak. Maerither, in prima linea, agitando la sua accetta tentava di chiamare a raccolta più soldati possibile per tentare di resistere, ma ogni suo sforzo sembrava inutile: lo schieramento si assottigliava sempre di più. Redwin non dovette pensarci più di un paio di secondi. Ordinando seccamente al sergente che lo aveva accompagnato fin dal faro di prendere il suo posto al comando di quel settore, si diresse di corsa verso Maerither e i suoi uomini. Quando era a pochi passi dallo scontro, vide inorridito un enorme martello dalla testa di pietra abbattersi come un macigno sul cranio di un giovane soldato, distruggendogli in un attimo l’elmo e la testa. Il tempo sembrò dilatarsi mentre gli occhi di Maerither si facevano grandi per la paura e il martello si staccava sgocciolando dal cranio del soldato con un rivoltante risucchio, puntando al petto dell’enorme sottotenente. Questi tentò di ripararsi con l’accetta, ma inutilmente: la testa di pietra del martello letteralmente sbriciolò l’esile manico di legno e si abbatté sul suo torace. Il tempo tornò a scorrere normalmente e Maerither volò via per un tratto, schiantandosi quasi un paio di metri più in là, un rivolo di sangue che gli scorreva dalla bocca, gli occhi spalancati e un’enorme e profonda ammaccatura nella corazza.
Dalla schiera della Gilda emerse Urbak brandendo il suo martello e gettando via uno scudo crivellato di frecce, un ghigno selvaggio sul muso, gli occhi illuminati da una smania indicibile. I soldati dell’Alleanza di fronte a lui si fecero, se possibile, ancora più piccoli, tentando di rannicchiarsi dietro gli scudi. Infuriato per la morte dell’amico, Redwin si fiondò con un ruggito nel cuore degli stregoni di Urbak, solo e incurante di ogni cosa. Il suo bersaglio era il mastodontico minotauro nero, e ogni cosa tra lui e quel bastardo sarebbe dovuta essere distrutta. Evitò con uno scatto della testa la mazza che una delle creature tentava di abbattergli contro, con uno sciolto movimento dell’enorme spada troncò di netto la gamba di un altro e, con la mano libera, ne abbatté un terzo con un tremendo pugno alla mascella che lo scaraventò a terra tramortito.
Ora la via tra lui e il generale nemico era libera. Erano vicinissimi. Fece un ultimo passo e sollevò Tempesta con entrambe le mani, pronto a calargliela dritta tra le scapole. Ma Urbak si voltò di scatto e, con una velocità incredibile per la sua stazza, gli afferrò il braccio destro in una morsa d’acciaio che lo costrinse a lasciar cadere l’arma. L’enorme spada cadde a terra alle sue spalle con un sonoro tintinnio. Il minotauro avvicinò il muso al viso di Redwin e sorrise in modo ferino.
«Discreta spada, cucciolo di umano. Che cosa volevi farci però? Non sono giocattoli adatti a giovani come te.»
La sua voce era roca e gutturale e aveva uno strano accento, ma tutto sommato parlava l’Ayrosiano comune in maniera più che accettabile.
Lo scontro attorno ai due si bloccò, come se chiunque nelle immediate vicinanze volesse vedere come si sarebbe concluso il duello. I soldati dell’Alleanza trattennero a stento gemiti di paura. Il tenente colonnello Redwin era stato fermato in combattimento. Non era mai accaduto. Neanche il capitano Drivold era al suo livello in uno scontro all’arma bianca. Al contrario, alcuni degli stregoni di Urbak, o almeno i pochi che capivano qualcosa di Ayrosiano, scoppiarono in gutturali risate di scherno. Urbak alzò una mano e immediatamente attorno a lui ritornò il silenzio, o almeno il silenzio che si poteva ottenere nel bel mezzo di una battaglia.
«Rispondimi, cucciolo di umano» riprese con un ringhio, gli occhi ridotti a due fessure malvagie «Credevi di riuscire a ferirmi? Credevi che anni, decenni di battaglie non mi avessero in qualche modo fornito un sesto senso per gli inganni di luridi umani come te?»
Indicò con un cenno del capo gli Ayrosiani nelle vicinanze che combattevano interiormente tra il desiderio di correre a salvare il loro amato comandante e il terrore che gli incutevano Urbak e i suoi stregoni. Non riuscendo a trovare il coraggio di fare un solo passo in avanti, restavano fermi, accalcandosi per vedere, proteggendosi alla bell’e meglio con gli scudi. «Siete veramente creature infime lo sapete? Voi inutili sottospecie siete estremamente coraggiose quando si tratta di invadere senza alcuna ragione un altro continente, di attaccare di sorpresa città e villaggi, di massacrare nel sonno gli uomini e di sgozzare donne e bambini con la scusa che sono dei “mostri”. Ma ora che il maglio di Kalaster si è abbattuto su di voi, che è giunto il momento per noi della Gilda di vendicarci di tutti i torti subiti, degli incendi e delle stragi, siete terrorizzati. Vi rannicchiate dietro i vostri inutili scudi, all’interno delle vostre case, come topi in fuga di fronte ad un gatto. E non avete neanche il fegato di aiutare il vostro comandante, che forse è l’unico tra di voi a dimostrare una qualche forma di coraggio. Mi fate veramente vomitare.» La sua voce era alta, in modo che tutti lì attorno potessero sentirlo. Come ebbe finito di parlare sputò a terra, serrando sempre più la presa sul braccio di Redwin.
Il tenente strinse i denti per non urlare dal dolore, mentre sentiva distintamente le ossa dell’avambraccio incrinarsi e infine spezzarsi sotto l’enorme pressione della mano di Urbak. Nemmeno lui sapeva bene da dove avesse trovato la forza di parlare quando ribatté agli insulti del minotauro. «Non siamo responsabili degli errori dei nostri padri, come tutta Ayros non è responsabile degli errori di pochi. Tenti di giustificare questa tua insensata vendetta, ma in fondo non sei capace nemmeno di convincere te stesso dei tuoi buoni propositi. Parli di stragi subite, di una guerra inutile, ma questo tuo attacco non è forse uguale a quello avvenuto tanti anni fa a Kalaster? Se c’è qualcuno da compatire qui, allora siete tu e la tua manica di folli mostri.»
Lo sguardo di Urbak si fece improvvisamente serio e ogni emozione sparì dal suo muso. Quindi, continuando a trattenere Redwin per il braccio, si rivolse agli stregoni nella sua lingua madre: «Mi sono stancato di ascoltare i mugolii di questo lurido umano. Uccidetelo.»
Redwin non capì cosa il minotauro avesse detto, ma come vide che il cerchio di nemici si faceva sempre più stretto, comprese di dover agire velocemente se voleva salvarsi. Tirò indietro il collo e fece scattare la testa in avanti, approfittando della poca distanza tra il suo viso e il muso del mostro di fronte a lui. L’impatto fu fortissimo e sentì con un folle piacere la soffice cartilagine del naso del minotauro frantumarsi contro la sua fronte. Urbak lasciò andare di scatto il braccio del giovane tenente e si portò con un muggito di dolore la mano al naso, da cui comincia a colare un denso flusso di sangue.
Redwin non si fece sfuggire l’occasione. Trattenendo a stento un grido mentre si stringeva al petto il braccio destro, che per il dolore gli sembrava divorato da fiamme, afferrò Tempesta con la mano sinistra e corse verso la sezione di cerchio più sottile: quella che dava sulla caserma. Sapeva bene di non riuscire a combattere in quella situazione e, contava sulla sua velocità e sullo stupore degli stregoni. Inizialmente la sua strategia ebbe successo. I minotauri rimasero immobili, interdetti, e primi a muoversi furono quelli che si affrettarono a soccorrere il generale ferito, che continuava a tenere premuta sul naso una mano ormai lorda di sangue. Tuttavia Urbak aveva addestrato bene la sua banda da guerra d’èlite. In un attimo furono di nuovo pronti ad agire e uno stregone si parò davanti a Redwin sollevando sul capo una brutta spada che brandiva muggendo con entrambe le mani. Redwin aveva già alzato il braccio ferito in un inutile tentativo di proteggersi quando una freccia dalle penne verde-oro gli si piantò nella tempia, perforando la carne come fosse carta e provocando la fuoriuscita di uno spruzzo di sangue. Il minotauro cadde in ginocchio senza un lamento, gli occhi girati all’indietro.
Rincuorato, Redwin riprese la sua corsa, superando con un balzo il corpo esanime del minotauro, che aveva ancora la freccia piantata in profondità nel cranio. Alla vista del comandante che tentava di fuggire, i malconci soldati di Dor Ander si fecero coraggio e balzarono in avanti ruggendo un grido di guerra, abbattendosi con furia cieca contro le fila degli stregoni e abbattendone quanto bastava per liberare la via al tenente colonnello e permettergli di mettersi in salvo.
Scortato da un paio di guerrieri, Redwin venne portato all’interno della caserma perché un druido si prendesse cura del suo braccio. Mentre attraversava la soglia dell’edificio, il giovane rivolse un’occhiata piena di gratitudine verso la sommità del faro, dove stava in piedi un uomo solo, il mantello appena mosso dalla brezza di mare. Almeno io posso vantarmi di avere un angelo custode.

Drivold tirò un sospiro di sollievo. Redwin era riuscito a salvarsi. Per un attimo aveva temuto seriamente per la vita del suo amico. Tra l’altro aveva utilizzato la sua ultima freccia per permettergli la fuga abbattendo quel singolo minotauro, quindi non avrebbe avuto altre occasioni di aiutarlo se i soldati non fossero provvidenzialmente intervenuti in suo aiuto.
Continuando a tenere d’occhio il tenente per sincerarsi che fosse portato al sicuro all’interno della caserma, sporse la mano dietro alle spalle e gridò, per l’ennesima volta in quella giornata infinita: «Munizioni!»
La risposta tuttavia non tardò ad arrivare, e non fu quella che si aspettava.
«Abbiamo finito le frecce, signore!» Esclamò il giovane soldato che lo aveva rifornito fino a quel momento.
«Non importa, anche se non sono le mie personali. Vanno bene anche quelle della milizia regolare.»
«Mi dispiace signore, ma abbiamo terminato anche quelle. Siamo privi di munizioni.»
Drivold fece un gesto di stizza, rientrando all’interno della tozza struttura del faro. Doveva immaginarlo che prima o poi avrebbero finito le frecce, ma non credeva così presto. Avrebbe dovuto continuare la battaglia nel mezzo della mischia, corpo a corpo. Appese l’arco alla faretra che portava sulla schiena e sguainò la spada. Quindi si rivolse al giovane: «Mostra al resto degli uomini la bandiera verde. Libertà per coloro che hanno terminato le munizioni di entrare in combattimento.»
Il soldato annuì e corse verso la finestra più vicina. Drivold si guardò attorno e si accorse che praticamente tutti i soldati che erano all’interno del faro all’inizio della battaglia non c’erano più. Stava per chiedere spiegazioni quando uno dei due soli maghi rimasti a colpire il nemico dall’alto gli toccò la spalla. Dalla gradazione sulla spallina era un semplice comandante di manipolo.
«Capitano, spero mi perdoni, ma ho dato io l’ordine agli altri di andarsene. Avevano già finito le munizione qualche tempo fa e aspettavano suoi ordini, ma lei era impegnato a salvare la pelle al tenente colonnello, laggiù.»
Drivold annuì: «Hai fatto bene, comandante di manipolo. Ora se mi vuoi scusare, devo unirmi ai miei uomini nella mischia. Tu e il tuo compagno continuate a fornirci copertu…» Fu improvvisamente interrotto da un grido ansioso del soldato semplice che si stava sporgendo all’esterno con le bandiere. «Capitano! Devono aver capito che queste è la centrale operativa! Un manipolo della Gilda si sta dirigendo da questa parte!»
«Ci penso io capitano!» disse sicuro l’altro mago, mentre il suo compagno tornava alle finestre. Quindi, terminata la formula magica, scagliò una sfera di pura luce al centro del drappello di mostri che si stava avvicinando a passo di corsa. Ci fu un’esplosione tremenda e il luogo dello scoppio fu avvolto da una densa nube di fumo scuro.
«Li ho colpiti, capitano! Non dovrebbero esserci più problemi.»
Drivold era ormai a metà della scala, che aveva sceso di corsa, quando dal fumo fuoriuscì con un ruggito un enorme leone, che si diresse correndo verso la porta del faro. Dall’alto giunse alle orecchie del capitano un secondo grido: «Signore, uno di loro è sopravvissuto! Dev’essere un druido, si è tramutato in un leone e sta venendo qui!»
Senza rispondere, Drivold aumentò l’andatura e in un attimo si trovò al termine delle scale. Proprio in quel momento la porta si spalancò e un enorme leone dagli occhi luminosi atterrò con un balzo in mezzo alla stanza, mostrando i denti in un basso ringhio di gola. Il cacciatore mantenne la calma e impugnò più saldamente la spada, aspettando che fosse il suo avversario a dare inizio al duello. Non dovette aspettare molto: un attimo dopo il leone scattò verso di lui con un ruggito, tentando di colpirlo con i poderosi artigli e costringendolo a difendersi freneticamente. Dannazione, se continua così mi farà perdere la spada pensò Drivold concentrato, la fronte bagnata di sudore e la bocca pietrificata in una smorfia, mentre tentava in ogni modo di mantenere una salda presa sulla sua arma nonostante i potenti colpi del druido minacciassero di fargliela cadere di mano ad ogni zampata.
Costretto ad arretrare incessantemente, in breve Drivold si trovò con le spalle al muro. Il druido seppe approfittare dell’occasione e, mostrando le zanne in qualcosa di estremamente simile ad un sorriso, si gettò contro il capitano con tutto il suo peso. Drivold sbatté duramente la schiena contro la parete e tutta l’aria gli uscì di colpo dai polmoni. Perse la presa sulla spada e l’arma gli cadde a terra con un tintinnio. Mentre tentava di riprendersi dall’urto, Drivold fu salvato solo dai riflessi affinati in anni di caccia e di addestramento. Quasi istintivamente allungò davanti al volto il braccio sinistro, al quale portava un bracciale di cuoio bollito per proteggersi dalle sferzare della corda del braccio, e sentì serrarsi su di esse una morsa micidiale. Aprì gli occhi e vide che il leone, appoggiate saldamente le zampe anteriori al muro dietro di lui, gli aveva morso il braccio nel tentativo di colpirlo al collo.
Con un ringhio, determinato a non arrendersi, Drivold cominciò a tempestare di pungi il muso dell’animale, mettendo in quei colpi tutta la forza che riusciva a racimolare. Stava per chinarsi a estrarre il pugnale che portava sempre nascosto in un fodero nello stivale quando sentì il druido irrigidirsi di colpo e un fiotto di sangue caldo bagnargli il petto. Un lungo pugnale era conficcato fino all’elsa nel collo del leone, brandito da un assassino accovacciato tra l’animale e il capitano.
Ma da dove diamine è uscito questo? Fu l’unica cosa che riuscì a pensare Drivold, sbalordito E come ha fatto a infilarsi lì? Sembra che ci sia sempre stato! Il corpo del leone si afflosciò e cadde a terra e il capitano poté ricomporsi. Mentre recuperava la sua spada, esaminò con occhio critico il suo salvatore. Doveva essere giovane, e la sua figura era esile e minuta. Era snello, ma i muscoli erano ben definiti. Vestiva totalmente di nero, come da copione per quelli appartenenti alla sua classe e il capo era avvolto in una benda scura che lasciava alla vista solo gli occhi, di un delicato grigio ceruleo.

A terra nel frattempo il corpo del druido era tornato quello originale, cioè un nonmorto emaciato vestito di marrone terra, che giaceva scomposto in un lago di sangue. Drivold aveva appena aperto la bocca per ringraziare lo sconosciuto che lo aveva salvato quando questi gli fece cenno di tacere scuotendo la testa e uscì correndo dall’edificio, scomparendo veloce com’era apparso.

Il capitano rinfoderò la spada e si aggiustò il bracciale di cuoio che portava al braccio sinistro e su cui erano rimasti profondi segni dei denti del druido. Era un miracolo che quelle letali zanne non avessero bucato il resistente cuoio bollito. Mentre cercava di regolare di nuovo il respiro e di rallentare il battito frenetico del cuore che aveva cominciato a mettere in circolo massicce dosi di adrenalina all’inizio dello scontro, si sentì chiamare dall’alto. Alzò il capo e, molti metri più su, vide fare capolino dalla ringhiera in ferro battuto del piano superiore la testa del giovane soldato semplice addetto alle bandiere. «Tutto bene capitano? Ha bisogno di aiuto?» La voce del soldato sembrava sinceramente preoccupata, ma neanche ansiosa di precipitarsi in combattimento.

Drivold scosse la testa e, pensando ancora al misterioso assassino che lo aveva salvato, mormorò qualcosa con lo sguardo perso nel vuoto.

«Cos’ha detto capitano? Non riesco a sentirla da quassù.»

Drivold si trovò costretto ad alzare la voce. «Ho detto che sto bene, soldato. Torna pure alle tue occupazioni. Io esco, vedete di offrirmi copertura da lassù.»
Senza aspettare alcuna risposta, Drivold spinse con forza la pesantissima porta rinforzata in acciaio del faro, aprendo uno spiraglio sufficiente a passarci attraverso e lasciandola chiudersi con un tonfo alle sue spalle. Rimase fermo un attimo in cima all’altura su cui sorgeva il faro, lasciando scorrere lo sguardo sulla battaglia in pieno svolgimento. Le cose non andavano bene per l’Alleanza. I difensori di Dor Ander erano valorosi ed esperti, e per il momento riuscivano a tenere la zona del molo e del campo d’addestramento, ma non sapeva per quanto ancora sarebbero riusciti a resistere. Dopo quasi un’ora di combattimento i soldati, in mancanza di forze fresche a dargli il cambio e costrette a combattere ad oltranza, cominciavano ad accusare duramente la fatica. Le linee dell’Alleanza si facevano via via più sottili e palmo a palmo i mostri della Gilda, che avevano a disposizione un numero pressoché infinito di riserve a sostituire i combattenti, guadagnavano sempre più terreno.
Lo sguardo di Drivold cadde per caso in uno scontro isolato che si svolgeva ai limiti sterni della battaglia. Una piccola banda da guerra di orchi, quattro o cinque esemplari grandi e grossi che impugnavano le armi più disparate, avevano circondato un singolo Ayrosiano. Drivold non riusciva a capire chi fosse da quella distanza, perché i mostri gli coprivano la visuale, ma si accorse con stupore che chiunque fosse riusciva da solo a tenere a bada quell’elevato numero di nemici. Improvvisamente l’orco più vicino al faro cadde all’indietro, colpito da un durissimo calcio al mento che gli fece saltare via una zanna. Immediatamente l’Ayrosiano gli fu sopra con un balzo e lo finì piantandogli un pugnale nel mento prima ancora che quello riuscisse a toccare terra. Era stato velocissimo, quasi invisibile ad occhio nudo. E Drivold si accorse con un certo piacere che era lo stesso assassino che lo aveva salvato poco fa. Aveva visto giusto. Le sue abilità erano veramente fuori dal comune e doveva avere una posizione di grande rilievo all’interno dell’Accademia.
Tuttavia il numero dei nemici da cui era costretto a difendersi contemporaneamente era eccessivo anche per lui e si trovava doveva trovare difficoltà, ora Drivold lo vedeva chiaramente. L’assassino balzava di qua e di là e usava i due pugnali che impugnava contemporaneamente e i duri bracciali di cuoio nero per deviare più colpi possibile. Tuttavia gli orchi, per nulla impressionati dalla morte del loro compagno, non gli davano tregua. In breve la velocità con cui l’assassino si proteggeva si fece minore, i colpi più fiacchi, i riflessi più lenti.
Quei bastardi lo vogliono prendere per sfinimento. Se continuano così lo sfiancheranno. Drivold non dovette pensarci su più di un secondo. Sguainò la spada e si diresse a passo svelto in direzione dello scontro. Era ormai a pochi metri quando uno dei colpi degli orchi andò finalmente a segno. Uno dei mostri alle spalle dell’assassino, sfruttando l’occasione calò con il suo coltello un colpo che avrebbe aperto a metà la testa della sfortunata vittima se questa, vedendolo forse con la coda dell’occhio, non avesse schivato il colpo con velocità mostruosa. Ma con un secondo di ritardo. La lama affilata lo colpì alla guancia, tranciando di netto la benda nera che gli ricopriva il volto. La fascia cadde nella polvere con leggerezza, avvolgendosi su sé stessa e liberando una lunghe ciocche di capelli biondi e rivelando aggraziati tratti femminili. Una donna. Una giovane donna, che doveva avere poco più che vent’anni. Il suo volto elegante e incantevole era ora una maschera di concentrazione e fatica, le labbra ben delineate piegate in una smorfia di dolore mentre sulla guancia si apriva un taglio lungo ma superficiale. Era poco più che una graffio ma, come tutte le ferite al volto cominciò subito a sanguinare abbondantemente, costringendo l’assassina a pulirsi la guancia con la manica a intervalli regolari.
Drivold rimase immobile per un attimo, sbalordito. Neanche per un attimo aveva sospettato che il suo salvatore potesse essere una donna. Né era a conoscenza di assassine che operassero nella milizia di Dor Ander. Doveva agire autonomamente, staccata da ogni organizzazione militare.
Intanto il combattimento continuava senza sosta. L’assassina, impugnati i coltelli con maggior forza, ne aveva conficcato uno fino all’elsa nel costato del mostro che le aveva tagliato la benda quindi, quando questo si piegò con un rantolo sulla ferita, gli aprì un profondo taglio che gli attraversò la faccia dalla mascella all’orecchio destro. L’orco cadde a terra sollevando uno sbuffo di polvere, senza alcun lamento ulteriore.
Drivold ormai dubitava che la ragazza avesse bisogno del suo aiuto. La osservò con una certa silenziosa ammirazione schivare l’affondo di uno dei nemici e, sfruttando il suo stesso slancio, farlo schiantare a terra con un preciso colpo alla nuca del tacco dello stivale. L’orco cadde a terra senza un lamento, morto o come minimo svenuto, e l’assassina sfruttò la sua schiena come una pedana, spiccando un salto e atterrando direttamente alle spalle di uno dei due nemici rimanenti, conficcandogli un coltello da lancio nel cranio con un unico, preciso colpo mentre era ancora in aria. La ragazza si voltò di scatto, brandendo i due pugnali per finire l’ultimo dei nemici, ma si accorse che qualcuno lo aveva già fatto per lei. Una lunga spada aveva attraversato da parte a parte il torace dell’orco, entrandogli dalla schiena e fuoriuscendogli dal petto gocciolando sangue. Dietro al mostro, il giovane uomo dagli occhi verdi che aveva salvato da un druido poco prima, il capitando della guarnigione di Dor Ander.
Drivold liberò con uno strattone la spada dal corpo dell’orco e la rimise nel fodero. Fece scorrere una lunga occhiata sull’assassina. Era bella. Bella, elegante e in qualche modo letale. Non riusciva a pensare altro. Lei ricambiò la sua occhiata, ma più breve. Quasi subito si ritrovò ad abbassare gli occhi, un esile sorriso sulle labbra, il petto che si alzava e si abbassava velocemente mentre tentava di riprendere fiato dopo lo scontro.
«Grazie» si trovarono a dire assieme e scoppiarono in una lieve risata.
«Posso chiederti il tuo nome?» chiese Drivold porgendole la mano «Temo di non averti mai vista qui a Dor…» Le sue parole furono coperte da un boato terrificante e il cacciatore spalancò gli occhi. Quasi immediatamente furono investiti da una folata di vento caldo misto a polvere, che fece ondeggiare i loro vestiti e li costrinse a ripararsi gli occhi con un braccio. Un attimo dopo l’onda d’urto scemò e Drivold si arrischiò a gettare uno sguardo al campo di battaglia, anche se in cuor suo sapeva già cosa avrebbe visto. Il cuore gli sprofondò nel petto e le gambe non lo sorressero più. Cadde in ginocchio, deglutendo nel tentativo di scacciare dalla gola quel groppo infuocato che si era formato. Sentì gli occhi bruciargli e dovette lottare per trattenere le lacrime. Al suo fianco, l’assassina sconosciuta osservava la scena a bocca aperta, gli occhi grandi per la paura. E’ finita… Adesso è veramente finita.
L’esile linea dell’Alleanza era pressoché sparita, inghiottita da una scia nera lunga decine di metri, che attraversava in lunghezza quasi tutto il campo di battaglia. Dove prima gli Ayrosiani combattevano tenacemente per la loro città rimanevano solo corpi carbonizzati, ormai irriconoscibili. Ad est, parte di un imponente edificio nobiliare era stata totalmente spazzata via, ridotta a calcinacci e polvere. In direzione opposta, all’origine della lunga scia di distruzione, stava Urbak, ritto in tutta la sua imponente altezza, un sorriso soddisfatto sul muso, il martello sporco di sangue ancora fresco nella destra e il braccio sinistro sollevato, le tre dita della mano aperte a ventaglio, ancora attraversate da lievi scariche elettriche bluastre. E Drivold capì che fino a quel momento il Supremo Stregone di Kalaster non aveva fatto altro che giocare, che divertirsi. E quando si era stancato aveva posto fine al gioco con un’unica abile mossa, un’unica magia, un unico fulmine che, scaturito dalla sua mano, scatenato dalla sua infinita potenza magica, aveva spazzato via ogni opposizione dalla sua strada.
Dalle fila della Gilda si alzarono grida di giubilo e urla spaventose, mentre i mostri si riversavano ovunque nella città massacrando i pochi superstiti rimasti dell’Alleanza, che cercavano terrorizzati la salvezza nella fuga.
I ricordi che Drivold conservò in seguito di quel pomeriggio, mentre il sole ormai si avviava al tramonto sul mare, furono spezzati, confusi. Ricordò solo i mostri della Gilda arrivare da ogni parte, circondare lui e l’assassina. Ricordò di aver sollevato la spada che gli pareva pesantissima, di aver combattuto con la forza della disperazione, di aver ferito o ucciso molti nemici, in uno sacrificio che gli pareva ormai inutile, cercando per lo meno una morte gloriosa al fianco dei suoi compagni e della sua città. Poi l’assassina fu ferita, un colpo di lancia che le squarciò un fianco, cadde, e immediatamente le furono sopra. Mentre stava per accorrere in suo aiuto, un colpo sulla nuca, dolore lancinante, un liquido caldo che gli scorreva tra i capelli e sul collo. Poi cadde nella polvere, tutto si fece buio.

CAPITOLO VI

Cadeva. Cadeva per decine, centinaia, migliaia di metri, un infinito pozzo immerso nel buio. Urlava, ma nessuno lo sentiva. Era muto e la sua voce non giungeva nemmeno alle sue orecchie. Improvvisamente le tenebre si popolarono di figure. Dal nero fuoriuscirono Thaland, Redwin, tutti e suoi amici di Dor Ander. Erano morti, i visi pallidi e cianotici, imbrattati di sangue. Perché non ci hai salvato? Perché ci hai spinti a morire inutilmente per un tuo capriccio egoista? Drivold cercava di rispondere, di scusarsi, di dire che aveva fatto tutto ciò che poteva per aiutarli, che non desiderava la loro morte, che li voleva di nuovo con sé. Comparve anche il volto dell’assassina, bellissima, pallida e terribile campeggiava su tutti. I suoi occhi erano cattivi e accusatori. Io ti ho salvato la vita. E’ così che mi ripaghi? Su tutto risuonò una risata gutturale e malvagia, che non accennò a spegnersi.
Cominciò a piangere e sentì le lacrime sulle guance. Quelle che gli bagnavano la guancia sinistra bruciavano, simili a un fiume di fuoco liquido, tracciandogli lunghi solchi di carne bruciata sulla pelle. Quelle di destra erano gelide, si congelavano su di lui e lo privavano di ogni calore, gli seccavano la carne, che sentiva trasformarsi in piccole scaglie di ghiaccio che svanivano nell’aria.
Improvvisamente le figure cominciarono a bruciare. Furono avvolte da lunghe spire di fuoco, le fiamme che gli divoravano le carni, ma non sembrarono soffrire. Tentò di avvertirli, ma ancora una volta si scoprì muto. L’unica cosa che poté fare fu restare a guardare impotente mentre scomparivano, si riducevano in mucchietti di cenere che in breve furono portati via dal vento. Tuttavia il fuoco non scomparve. Continuò ad ardere, sempre più alto, sempre più vivido, e il calore si fece sempre più forte e insopportabile. Un attimo dopo, o un’eternità più tardi, non seppe dirlo, l’interminabile caduta ebbe fine. Toccò il suolo a velocità incredibile, sentì ogni singolo osso del suo corpo spezzarsi, sbriciolarsi e poi ricomporsi. E arrivò il dolore.

Drivold si risvegliò di colpo e aprì gli occhi di scatto, ingoiando quanta più aria poteva. Era steso a terra, con il sapore della polvere sulla lingua riarsa. Il dolore era sordo, onnipresente, ma non insopportabile. La nuca era un unico ritmico pulsare. Sentiva su di essa qualcosa di umico e bagnato, e si accorse che Grefla gli stava leccando affettuosamente la ferita.
Sapendo che in situazioni simili l’unico modo per farsi ubbidire dal corpo stanco è darsi degli ordini semplici e precisi, comandò alle sue gambe di farlo alzare in piedi. Dopo qualche tentativo fu in grado di reggersi sulle gambe barcollanti. Tutto sommato se l’era cavata bene. A parte il pulsare sordo alla nuca e qualche contusione non aveva altre ferite evidenti. I nemici lo dovevano aver creduto per morto. Anche Grefla era pressoché incolume, a parte qualche ferita superficiale che le striava di rosso il pero bianco e nero. Grattandole la testa con gratitudine, fece scorrere lo sguardo sulla città. E cadde nella più nera disperazione. Dovevano essere passate molte ore da quando era svenuto e Dor Ander era immersa nella notte. Ma la luce era ovunque, forte come quella del giorno. Ogni singolo edificio della città eccetto la caserma, ormai ridotta ad un mucchio di macerie, era totalmente avvolto dalle fiamme. Il calore era insopportabile e Drivold dovette coprirsi gli occhi con la mano perché il bagliore non glieli ferisse. Le fiamme ruggivano in modo assordante, creando quasi una bolla attorno alle orecchie del comandante, che non lasciava filtrare alcun suono. Solo, molto lontani, si udivano le grida dei soldati della Gilda che festeggiavano la vittoria e il saccheggio. La zona del molo era deserta, perciò l’intero esercito doveva essere sbarcato e doveva essersi accampato all’esterno della città, trasformata in un inferno. Il terreno era disseminato di cadaveri, pressoché tutti di Ayrosiani, alcuni dei quali spogliati di ogni pezzo servibile dell’equipaggiamento. Il puzzo del sangue si mischiava a quello del legno bruciato, colpendo il naso sensibile del capitano, affinato da anni passati nella foresta con nessuna compagnia se non quella di Grefla.
Improvvisamente un pensiero gli attraversò la mente, spazzando via ogni altro. L’assassina. Non sapeva bene perché, ma sentiva il bisogno insopprimibile di cercarla in mezzo a quella carneficina. Sapeva quanto questo fosse irrazionale, sapeva che doveva essere già morta, l’aveva vista cadere, circondata da decine di nemici, aveva visto quei mostri gettarsi su di lei per finirla. Ma, in qualche modo, sentiva che era viva, un’esile fiammella di vita in mezzo a tutta quella morte.
Si gettò tra i cadaveri, rovistando tra di essi come un forsennato, rovesciandoli, spostandoli di peso. Non badava né alle fitte di dolore che gli attraversavano le ossa né allo spettacolo orribile di fronte ai suoi occhi. Poco dopo la trovò. Giaceva scomposta in mezzo a un mucchio di corpi di soldati della Gilda, abbattuti dai suoi pugnali. Dovevano essere circa una decina. Le sue ferite erano poche, ma una spiccava su tutte: un lungo squarcio nel fianco. Il corpetto di cuoio era strappato, macchiato di sangue vicino alla ferita, che andava dalla cintola fin quasi al costato. Si intravedevano un tratto di pelle e, sul petto, delle bende strette con molta accuratezza per appiattire e nascondere il seno. Si precipitò vicino a lei e le sollevò il capo. Era splendida anche nella morte. Il pallore mitigato dalla calda luce delle fiamme, gli occhi chiusi con dignità. Sentì le lacrime bruciargli gli occhi per quella sconosciuta che aveva perduto, ma si trattenne dal piangere.
Rimase così, immobile, allo scoperto, la testa dell’assassina posata sulle ginocchia, per quella che gli parve un’eternità, Grefla che gli dava lievi colpetti con il suo testone incitandolo ad alzarsi e ad andarsene. Ma non ci riusciva. Il suo corpo si rifiutava di muoversi. E il dolore si stava lentamente trasformando in rabbia, una rabbia forte e distruttiva che minacciava di consumarlo da dentro. Aveva perso tutto. La sua città. I suoi amici. Tutto. In un solo giorno. Per le misere e folli mire di potere di un pazzo. Diede un pugno così forte per terra che sentì le nocche scricchiolare. Ma non avvertì dolore.
Gli parve di sentireun fremito. Un fremito appena sulle sue ginocchia. Trattenne di colpo il fiato e il cuore gli balzò nel petto. Si era mossa davvero o era stata solo una crudele illusione della sua mente stanca? Chinò il capo sul petto di lei, tentando di sentirle il battito del cuore. Niente. Il suo animo sprofondò di nuovo. Solo un’allucinazione. Niente di più. Sospirò, alzò gli occhi al cielo coperto da acre fumo nero e desiderò di morire a sua volta. Tutti a Dor Ander erano morti. Tutti avevano seguito il suo folle proposito di difendere una città ormai perduta ed erano morti. Non c’era più nessuno. Erano scomparsi e non sarebbero tornati.
Un nuovo fremito. Stavolta più forte. E un convulso movimento sotto le palpebre. Drivold sobbalzò. Allora non si era ingannato! Era veramente viva! Si tolse il guanto dalla mano destra con un morso e passò il dito sotto alle narici dell’assassina. Fiato caldo gli solleticò la pelle. Emozionato, le prese la mano e le tastò il polso. Stavolta sentì qualcosa. Un battito. Due. Tre. Debole, lento, ma regolare. Il cuore batteva. E il petto si alzava e si abbassava impercettibilmente.
E’ viva pensò Drivold con un sorriso che non sapeva bene da dove venisse. Prese improvvisamente una decisione. Folle, impossibile, ma decise che l’avrebbe fatto o sarebbe morto mentre ci provava. La porterò via da qui. Prenderemo un cavallo e scapperemo a Talfgar. Dovessi anche passare dall’inferno giuro che ne salverò almeno uno.
Qualcosa di freddo e pesante gli si appoggiò tra il collo e la spalla con un leggero rumore metallico. La lama affilatissima quasi gli incise la pelle. Mosse gli occhi senza muovere il capo. Avrebbe riconosciuto quella spada ovunque. Tempesta. Uno di quei fottuti mostri lo aveva catturato con l’arma del suo migliore amico. Maledetto incendio! Tutto questo rumore mi ha impedito di sentirlo arrivare. Abbassò lo sguardo sul fodero che portava appeso alla cintura, per trovarlo tristemente vuoto Dannazione, la spada! Devo averla persa quando sono svenuto. Calcolò rapidamente le opzioni che gli rimanevano. Era pressoché disarmato, se si escludeva il pugnale che con ogni probabilità era ancora nascosto nel fodero dello stivale. Contro un nemico che l’aveva colto di sorpresa e attaccato alle spalle. Non poteva sperare di vincere in uno scontro. Ma anche i bambini sapevano che quei folli della Gilda preferivano di gran lunga uccidere i prigionieri piuttosto che usarli come merce di scambio.
Prese una decisione. Non avrebbe ceduto così facilmente. Avrebbe combatto, e si sarebbe affidato al giudizio degli Dei. La sua mano scattò con la rapidità di un felino verso il piede destro, ma venne bloccata da una mano con la presa forte e sicura. Tempesta cadde a terra con un clangore, come se il suo portatore avesse un solo braccio disponibile.
«Si fermi capitano. Sono io.»
Gli occhi di Drivold si fecero grandi per lo stupore e la gioia. Conosceva quella voce. Era stanca, tirata, sofferente. Ma era la sua voce. Redwin. Doveva immaginarlo. Grefla non lo aveva in alcun modo avvisato del suo avvicinarsi, ed era un animale per natura estremamente diffidente verso gli estranei. Ma ancora gli sembrava impossibile.
Poggiò con delicatezza il capo dell’assassina per terra e scattò in piedi, stringendo forte a sé il suo amico. Quello ricambiò la stretta con calore ma con meno impeto. L’unica mano che gli strinse attorno alle spalle era debole, stanca. Anche la sua fragile risata sembrava quella di un uomo esausto. Ma Drivold non vi badò. Il suo amico era ancora vivo, dopo tutto ciò che era successo, ed era quello l’importante. La sua angoscia, le sue paure, la sua sofferenza furono spazzate via in un istante, da quel semplice contatto. Anche lui rise, una risata liberatoria. Allontanò Redwin da sé con le braccia e lo squadrò in viso. Era pallido, scavato, imbrattato di sporco, polvere e sangue, ma era lui. Gli occhi, però, erano cambiati. Non erano più i soliti occhi del giovane tenente di Dor Ander, impetuosi, arsi da un fuoco interno. Ora erano maturati, e in un qualche modo si erano spenti. Doveva aver assistito a cose terribili.
Osservò bene l’intera figura dell’amico. Non sembrava avere ferite evidenti, escluso un sottile graffio sulla guancia, ma teneva il braccio destro nascosto dietro la schiena.
«Redwin… Che ti è successo al braccio?»
Quello scosse la testa lentamente, gli occhi chiusi. «Non si preoccupi, capitano. Non è nulla.»
Lo sguardo di Drivold improvvisamente si adombrò, e la gioia che aveva provato poco prima scomparve. «Tenente colonnello. Mi mostri quel braccio. Glielo lo ordino.»
Riluttante, voltando il capo dall’altra parte, Redwin mostrò il suo braccio destro. E Drivold trattenne il fiato. L’arto era troncato di netto poco sotto al gomito. Dell’avambraccio e della mano rimanevano solo un moncherino mozzato su cui era stretta alla bell’e meglio una benda lorda di sangue. Doveva essersi fasciato da solo. Drivold sapeva di dover dire qualcosa di fronte a tutto ciò, ma non ci riuscì. Le parole gli si bloccarono in gola e dalla bocca gli uscì solo un gorgoglio strozzato. Si limitò a chiudere gli occhi e a scuotere il capo a sua volta.
«E’ stato un fottuto nonmorto signore. Vede… Quando… Quando è successo… Quando Urbak ha deciso di porre fine ai giochi, io mi trovavo all’interno della caserma. Il braccio che mi era stato afferrato da Urbak era rotto. Uno dei druidi stava cercando di curarmelo come meglio poteva nelle sue condizioni, con qualche blando incantesimo di guarigione, più per placare il dolore che per avere un effetto reale. Quando c’è stata l’esplosione, ho visto tutto da una finestra. E’ stato… terribile. E’ in quel momento che è entrato. Un fottuto assassino nonmorto…. Ha sfondato con un calcio la porta della stanza dove ci trovavamo io e il druido. L’ha ammazzato senza dargli neanche il tempo di reagire. Poi… Poi ha attaccato me. Mi sono protetto e… Mi ha mozzato di netto il braccio. A quel punto… Non sapevo più che fare. Credevo sarei morto. E… Sono fuggito.»
La sua voce tremò, quasi si spense, e per un attimo venne inghiottita dal ruggito del fuoco. Drivold trattenne il fiato. Redwin aveva sempre odiato i codardi e coloro che fuggono davanti al nemico. «Lo so capitano… Me ne vergogno… Ma non ho resistito. Ho preso Tempesta con la mano libera e mi sono gettato fuori dalla finestra. Ho corso più che potevo e mi sono rifugiato in uno degli edifici. Il grande palazzo vicino alla taverna di nonna Spinkle… Lui… Non mi ha neanche inseguito. Non deve avermi ritenuto una minaccia tale da meritare la sua attenzione. Ho visto la gradazione sulla sua armatura. E’ un generale. Doveva essere il luogotenente di Urbak. Giuro su tutti gli Dei che quando mi troverò di nuovo di fronte a lui…»
La sua voce fremette e si spense, mentre tentava di mantenere la calma. La furia tornò per ad accendergli i giovani occhi, che però si spensero quasi immediatamente. Fece una risata stanca, triste. «Ma chi prendo in giro. Così… Così non sono altro che un mezzo uomo. Non potrò mai più combattere, né brandire Tempesta come si deve. Sono diventato un peso morto. Un relitto inutile. Mi scusi, capitano. Non ho più il diritto di servire sotto di lei, né di eseguire i suoi comandi.»
Per un attimo tra i due calò il silenzio, poi Drivold scosse la testa e mise una mano sulla spalla dell’amico.
«Non sarai mai un peso morto, Redwin. Farò tutto ciò che potrò per te. Al momento ho un solo ordine. E voglio che tu lo porti a termine senza discutere.»
Drivold fece una lunga pausa, aspettando che Redwin, suo malgrado, lo guardasse negli occhi.
«Continua a vivere.»
Redwin lo guardò fisso un attimo, poi il suo sguardo si fece in qualche modo più sicuro, ed annuì. E Drivold capì che avrebbe sì eseguito il suo ordine, ma di sua spontanea volontà.

Redwin abbassò gli occhi sull’assassina, la indicò con l’indice della mano sinistra e chiese: «Chi è, comandante?»
Drivold impiegò qualche secondo a rispondere. Anche il semplice gesto di indicare qualcosa era cambiato per Redwin. Capì, forse più chiaramente di prima, che il suo amico non era lo stesso, né probabilmente lo sarebbe mai stato. Quando parlò, cercò di far sembrare la sua voce quella di sempre, ma non fu sicuro di riuscirci. Ad ogni modo, se anche Redwin si accorse di qualcosa, non lo diede a vedere. «E’ un’assassina. Non so chi sia, né come sia riuscita a infiltrarsi tra i nostri soldati, ma poco prima della… fine della battaglia… mi ha salvato la vita, ammazzando un druido che mi aveva messo con le spalle al muro. Le sue abilità sono incredibili, quasi al livello dei Maestri. Hai idea di chi possa essere? La conosci?»
Redwin scosse la testa. «Non l’ho mai vista prima. Ma comunque mi dispiace per lei. L’ennesima morte inutile. Questa guerra mi ha già dato allo stomaco.»
«Non è morta, Redwin. Respira e il battito c’è, anche se debole. Con una ferita come questa… E’ davvero una ragazza baciata dagli dei, se è riuscita a sopravvivere tanto senza morire dissanguata» replicò Drivold inginocchiandosi a terra estraendo un fascio di bende pulite da una saccoccia che portava alla cintura. Prese anche una borraccia di cuoio e, quando la stappò, ne uscì un odore dolce e fruttato. Sulle sue labbra si allargò un sorriso mesto. Speravo di usare questo vino per festeggiare con Redwin al termine della battaglia. E ora lo devo usare per pulire le ferite di una dei tre superstiti. Ci deve essere una sorta di crudele ironia in tutto ciò. Pensò il cacciatore mentre versava con attenzione il liquido scuro sulla ferita dell’assassina. Rosso si mescolò a rosso e la ragazza ebbe un lieve sussulto quando l’acido del vino entrò in contatto con la carne viva, ma non diede segno di svegliarsi. Drivold non fu parsimonioso e versò sul fianco dell’assassina quasi l’intero contenuto della borraccia, che passò poi a Redwin perché ne bevesse le ultime gocce.
Con il lembo del suo mantello verde cominciò a ripulire la ferita dal sangue secco e dalla sporcizia, finché il taglio non fu ben visibile e disinfettato. Lo esaminò con occhio critico. Vivendo solo nella foresta aveva sviluppato una certa abilità nel se stesso e Grefla. Era una brutta ferita, lunga e slabbrata, ma fortunatamente non troppo profonda. Con un po’ di fortuna e l’adeguato primo soccorso sarebbe sopravvissuta fino a Talfgar, dove avrebbe ricevuto vere e proprie cure mediche. Fino a quel momento, la sua vita era nelle mani degli dei.
Redwin si abbassò al fianco del capitano e gli fece cenno di passargli un capo della benda. I due cominciarono a chiudere la ferita, cercando di stringere il più possibile le fasciature senza fare del male alla ragazza. Fu un lavoro lungo e meticoloso, ma si svolse nel silenzio più completo. Il ruggito delle fiamme copriva ogni cosa.
Quando ebbero finito, i due si alzarono in piedi, le fronti sudate per la concentrazione e l’insopportabile calore, e Drivold sollevò delicatamente l’assassina da terra, sorreggendola con un braccio sotto le ginocchia e l’altro sotto alle scapole.
Andiamocene da qui, Redwin. Spero che i cavalli ci siano ancora» disse sbuffando per lo sforzo.
Redwin annuì silenzioso e gli fece cenno di seguirlo. I due, accompagnati da Grefla, attraversarono tristemente il campo di battaglia, illuminato dalla luce arancione del fuoco. I cadaveri erano ovunque, giacevano scomposti, ammucchiati, mutilati. La sabbia del campo d’addestramento impregnata di sangue si era ormai seccata, creando una disgustosa patina color ocra che si sollevava a sbuffi ad ogni passo. La scia del devastante incantesimo di Urbak era ancora visibile, una lunga e perfettamente dritta linea nera che attraversava pressoché l’intero campo di battaglia, lasciando decine di corpi carbonizzati e ormai irriconoscibili lungo la sua scia. Drivold sentiva il bisogno di distogliere lo sguardo da quello scempio, ma si costrinse a guardare. Riempiti gli occhi di tutto questo. Riempiti gli occhi dei tuoi sbagli, degli orrori della guerra, perché tutto ciò non si ripeta. Tutti questi uomini sono morti per seguirti.
Nei pressi delle macerie della caserma scorse anche il corpo di Maerither. Giaceva nello stesso punto in cui, dalla cima del faro, lo aveva visto cadere sotto i colpi di Urbak. Era steso sulla sabbia, a gambe aperte ed occhi spalancati, una profonda ammaccatura nella sua armatura dove si era abbattuto il martello. Gli mancava un braccio. Il suo arto sinistro era stato strappato all’altezza della spalla, lasciando un enorme buco rossastro in cui si intravedeva l’articolazione. Sembrava che lo avessero mutilato con la semplice forza bruta, senza l’ausilio di nessuna arma. A giudicare dalla totale assenza di sangue per terra nei pressi della ferita, dedusse il braccio che doveva essere stato troncato quando il sottotenente era morto già da molto tempo. Drivold dovette sforzarsi per non cedere ai conati di vomito, rischiando di far cadere la giovane assassina. Per un attimo gli balenò in mente l’immagine di un troll, seduto con i suoi simili attorno a un fuoco, intento a cibarsi del braccio del suo amico. Scacciò subito quel pensiero scuotendo forte il capo. Non poteva immaginare una cosa simile, non voleva. Redwin gli fece cenno di guardare altrove. La sua quando parlò era atona, lontana. «Siamo quasi arrivati capitano. Le stalle sono qua dietro, e sono ancora intatte. Il peggio è passato, non si preoccupi.»
Il giovane tenente colonnello aveva ragione. In breve si trovarono nei pressi delle stalle militari e Drivold vide con stupore che, nonostante si trovassero accanto alle caserme, erano ancora pressoché intatte. Prevenendo la sua domanda, Redwin disse: «Non so bene perché, ma la Gilda sembra non averle toccate. Non vi hanno nemmeno appiccato il fuoco. Probabilmente hanno pensato fosse un’ulteriore sezione della caserma e non sono andati dentro a curiosare. Spero che i cavalli siano ancora dentro.»
Tentò di spalancare le pesanti porte dell’edifico con la sola mano sinistra e, quando finalmente ci riuscì, il suo volto era paonazzo per lo sforzo. Scosse la testa, fissandosi il moncone destro con sguardo assente. «Non sono più un soldato ormai. Sono solo un mezzo uomo.»
Prima che Drivold potesse replicare, Redwin entrò nelle stalle. Il locale era illuminato in modo spettrale dalla luce dell’incendio, che filtrava dalle grandi imposte delle finestre. Il ruggito delle fiamme, all’interno, si fece molto minore. I cavalli nitrivano terrorizzati, spaventati dalla battaglia prima e poi dall’incendio che divampava tutto attorno a loro. Roteavano gli occhi e tentavano di uscire dagli stalli chiusi, raspando la paglia che ricopriva l’assito del pavimento. L’unico a sembrare pressoché impassibile era Phaorand, nell’ultimo stallo in fondo alle stalle. Era fermo, calmo, e la sua agitazione traspariva solo da un continuo agitarsi delle lunghe orecchie. Redwin gli si avvicinò, sfoggiando il primo tirato sorriso da quando lui e Drivold si erano ritrovati. Entrò sicuro nello stallo del suo animale e gli sussurrò alcune parole all’orecchio mentre gli accarezzava dolcemente il collo.
Quindi si rivolse a Drivold afferrando con alcune difficoltà una grande sella di cuoio appesa alla parete dello stallo. «Scelga un cavallo, lo calmi e lo bardi. E’ ora di andarsene da questa città.»
Drivold annuì, posò con delicatezza l’assassina a terra, la schiena poggiata alla parete di uno stallo, e si avvicinò all’animale che gli pareva meno agitato. Entrò nel locale, attento ad evitare gli zoccoli della bestia, e cominciò a calmarlo grattandolo con cura dietro le orecchie e mormorando parole rassicuranti. In breve il cavallo si ammansì e Drivold poté cominciare a bardarlo. Quando ebbe finito, si voltò verso Redwin e lo vide faticare a infilare Tempesta nel fodero appeso alla sella di Phaorand. Fece per avvicinarglisi per aiutarlo, ma il tenente lo gelò con un’occhiata. «Devo farlo da solo, capitano.»
Drivold capì e annuì. Prese il cavallo per le briglie e lo portò fuori dallo stallo. Redwin, dopo essere riuscito a rinfoderare la spada, gli si avvicinò, gli fece segno di montare in sella e poi gli passò l’assassina, issandola fino all’altezza della sella con l’ausilio del solo braccio sinistro. Mentre prendeva in braccio la ragazza e la posizionava davanti a sé in groppa al cavallo, si stupì di quanto fosse forte il giovane tenente. Nonostante il suo fisico fosse asciutto e le sue braccia non molto muscolose, riusciva a brandire in battaglia un’arma pesantissima, che molti facevano fatica anche solo a sollevare da terra.
Assicurandosi che l’assassina fosse ben salda in arcione, Redwin si issò a sua volta sulla groppa di Phaorand, aggrappandosi al pomello di cuoio della sella. Posizionandosi ritto sul cavallo, indicò con un cenno del capo le porte spalancate sul fuoco. «Andiamo capitano. Da qui a Talfgar sarà una lunga cavalcata.»
Quindi si chinò sul collo della cavalcatura e la spronò con un secco colpo di redini. Phaorand rispose immediatamente all’ordine del suo cavaliere e si slanciò al galoppo per le strade di Dor Ander, seguito a ruota dal giovane cavallo da guerra di Drivold e da Grefla, che con le sue lunghe e possenti zampe non faticava a tenere lo stesso passo dei destrieri. Si gettarono nella città in fiamme, tra i resti della Magnifica, cavalcando attraverso la morte e la distruzione, cercando la salvezza.

Il giovane minotauro che montava la guardia ai margini dell’enorme accampamento sbadigliò sonoramente e si appoggiò alla lunga lancia. Doveva avere diciotto inverni, o poco di più. Per un attimo pensò di voltarsi, ma non lo fece. Non voleva vedere gli altri che si divertivano, mangiavano, bevevano, festeggiavano la vittoria. Prima gli era stato vietato di far parte della forza di assalto che aveva preso la città, con la scusa che era ancora una recluta inesperta e che gli serviva tempo per farsi le ossa. E ora che la battaglia era finita senza che lui avesse infilzato neppure uno sporco Ayrosiano, gli avevano impedito di partecipare ai festeggiamenti e lo avevano messo a fare la guardia, neanche loro sapevano bene a che cosa dato che la città era stata totalmente distrutta e non c’erano nemici nelle vicinanze. Anche stavolta con la scusa che era una recluta.
Spalancò nuovamente la bocca e lo sbadiglio terminò in uno sbuffo iroso. Quei maledetti superiori si permettevano di mettergli sempre i piedi in testa solo perché era la sua prima guerra. Avrebbe voluto essere già nato all’epoca dell’Invasione di Kalaster. Allora nessuno lo avrebbe trattato così. Avrebbero avuto rispetto. Magari sarebbe entrato tra gli Stregoni di Urbak. Si sarebbe procacciato gloria e trofei sul campo di battaglia, sarebbe diventato famoso, i nemici avrebbero tremato alla sua vista e gli amici lo avrebbero amato e rispettato. Col tempo sarebbe diventato una leggenda. Un dio in terra che faceva scempio dei nemici. Sorrise. Sì, sarebbe stato proprio così.
Perso nelle proprie fantasie, non degnò di una seconda occhiata la coppia di cavalli accompagnati da un grosso felino che fuoriuscivano al galoppo dalle porte della città e scomparivano nel buio della strada che portava verso sud, verso Talfgar. Poco più che ombre, le scambiò per spettri che fuoriuscivano da una città abitata ormai solo da fantasmi.

Era ormai giorno inoltrato quando i loro cavalli esausti varcarono a passo stanco le porte di Talfgar. I nani di guardia li osservavano con sguardi preoccupati e stupiti, ma Drivold non li vedeva. Gli occhi gli si chiudevano e il suo unico pensiero al momento era rivolto a un morbido giaciglio in cui riposarsi. Ma sapeva che avrebbe dovuto attendere. Ora sarebbe stato portato nella Cittadella, nel Palazzo Governativo, e avrebbe dovuto fare rapporto davanti a Sir Gilderin, al generale Corzag e ai loro consiglieri. Solo al termine della riunione avrebbe potuto mangiare e dormire. La prospettiva di una lunga attesa lo privava di tutte le sue poche energie residue.
Improvvisamente, un gemito di fronte a sé, un leggero movimento. Di colpo fu di nuovo perfettamente sveglio. Gli occhi dell’assassina si aprirono leggermente, le palpebre sbatterono un paio di volte sulle pupille grigio azzurre. Aprì la bocca e tentò di dire qualcosa ma non ci riuscì. Deglutì, e finalmente Drivold capì le sue parole.
«Il mio… Il mio nome è Arling» mormorò, la voce poco più di un soffio.
«Piacere. Io sono Drivold» rispose l’uomo e la giovane Arling fece in tempo ad udire solo queste parole prima di cadere nuovamente svenuta.

CAPITOLO VII PARTE I

Drivold si svegliò dolcemente, aprendo gli occhi poco a poco. La luce era piacevole ma forte e lo costrinse a richiuderli subito. Affondò la testa nel cuscino, si avvolse più strettamente nelle soffici coperte che odoravano di bucato e sorrise. Si stiracchiò sotto il lenzuolo, ascoltando con piacere le ossa scricchiolare e i muscoli distendersi in tutta la loro lunghezza. Un dolore improvviso alla nuca lo bloccò di colpo. Si portò la mano alla testa e scoprì che, dalla fronte in su, era totalmente fasciata con lunghe bende bianche che arrivavano fin quasi al collo.
Il dolore si calmò pian piano, ma non fu così per il suo animo, che rimase turbato. Lo sguardo di Drivold era fisso sul soffitto intonacato della stanza, ma in realtà i suoi occhi andavano molto oltre, perdendosi nell’infinito. Con la mente ripercorse tutti gli avvenimenti del giorno prima e il suo cuore cominciò a battere più velocemente. Gli sembrava di avere un mucchio di serpi che si agitava nel suo stomaco. La battaglia, la fine, la fuga. Arling, la giovane assassina. Thaland, che non c’era più. Redwin, che aveva perso un braccio. L’arrivo a Talfgar, la corsa verso il Palazzo Governativo, il veloce colloquio con sir Gilderin, i momenti convulsi che erano seguiti. Gli ultimi ricordi erano offuscati, come avvolti in una fitta nebbia. Si ricordava di un veloce dibattito tra Gilderin e Corzag, di un infinito viavai di soldati. L’ultima cosa che riusciva a riportare alla mente era un nano vestito di bianco, con grossi occhiali sul naso, che lo portava fino a una stanza all’interno del Palazzo e lo faceva stendere. Quindi tutto diventava indistinto, e in breve veniva inghiottito dal buio. Doveva essersi addormentato, e aver dormito a lungo. Ogni spossatezza lo aveva abbandonato e si sentiva indubbiamente molto meglio di quando era arrivato a cavallo alla Rocciosa.
Decise che era ora di alzarsi. Gettò da parte le lenzuola e si accorse di non indossare i suoi vestiti. La cotta di maglia, il mantello e i vestiti erano stati sostituiti da una candida camicia di seta e da un paio di leggere brache di lino color crema. I piedi erano nudi. Per un attimo il cuore gli balzò in gola quando si accorse di non portare più il suo anello alla mano destra. Fece un respiro profondo e si impose la calma. Devono averlo messo da parte assieme al resto del mio equipaggiamento. Non posso averlo perso nella battaglia. Non posso.
Facendo leva sulle braccia si mise a sedere sul materasso e appoggiò la schiena alla testiera di legno del letto. Face scorrere gli occhi sulla stanza e immediatamente si rassicurò. La camera era spoglia ma accogliente, la luce piena e piacevole che trasmetteva un’idea di sicurezza. Da una grande finestra sulla parete opposta si poteva contemplare un piccolo scorcio del Parco di Palazzo, dominato da bassi arbusti e fiori multicolori. All’interno, gli unici mobili presenti oltre al letto erano un tavolino basso, con sopra una brocca di terracotta a una tazza piena d’acqua, e un paio di sedie. Una di esse era ingombra dei suoi effetti personali. Riconobbe i suoi bracciali, la sua cotta, la sua faretra e, in cima alla pila, il suo anello, che luccicava mandando bagliori versi sul metallo dell’armatura. Appoggiato alla sedia, c’era il suo arco, privo di corda ma apparentemente in ottime condizioni. Accanto al letto, occupando quasi metà della stanza, giaceva l’enorme figura di Grefla. La sua poderosa schiena, cinta da alcune strette fasciature, si alzava e si abbassava ritmicamente nel sonno.
Drivold sorrise, e sporse timidamente le gambe oltre al materasso, poggiando leggermente i piedi a terra. Le piastrelle del pavimento erano gelide, e un brivido gli attraversò l’intera spina dorsale. Scosse la testa come per scacciare quella sensazione e si mise definitivamente in piedi, traballando sulle gambe malferme. La testa iniziò a girargli vorticosamente e tutto ciò che vedevano i suoi occhi si ridusse ad una macchia indistinta. Si portò una mano alla fronte soffocando un’imprecazione, mentre con l’altra si aggrappò convulsamente allo schienale della sedia più vicina.
Aspettò pazientemente che la stanza smettesse di ruotare, e gli sembrò che ci volesse un’eternità. Quando finalmente si sentì abbastanza sicuro per poter camminare, la porta si aprì con un leggero cigolio. Entrò lo stesso nano occhialuto e dagli impressionanti baffi grigi che doveva averlo portato in quella stanza, un medico, forse. Non appena si accorse che il suo paziente si era alzato, il nano gli si avvicinò con sguardo truce ma un sorriso bonario.
«Capitano, sono contento che si sia svegliato ma ancora non può assolutamente alzarsi dal letto. Torni subito a riposarsi.»
Drivold si sedette nuovamente sul letto, la schiena poggiata alla testiera, squadrando il nano con occhi dubbiosi. Questi si affiancò al letto, facendo attenzione a non calpestare Grefla.
«Come sta capitano? Le fa male la testa?»
Drivold annuì e fece per aprire la bocca per dire qualcosa, ma il medico non gliene diede possibilità. «Immaginavo. Ad ogni modo le ho portato questa medicina per calmare il dolore» appoggiò sul tavolino un’ampolla contenente un liquido denso e trasparente «Comunque, devo assolutamente andare ora. Il suo amico Redwin mi ha gentilmente “chiesto” di chiamarlo immediatamente nel caso si fosse svegliato. E dal suo tono si capiva che non avrebbe accettato alcun tipo di ritardo. D’altronde credo proprio che lo meriti. Sa, capitano, è stato al suo fianco ininterrottamente per tutto il tempo che ha dormito, seduto lì» e indicò con un cenno del capo la sedia vuota «assentandosi solamente per i suoi bisogni. Ha dormito lì, mangiato lì, si è addirittura fatto medicare il braccio lì, senza alcun tipo di comodità. E’ sempre stato al suo fianco e l’ha vegliata ininterrottamente. E’ un vero amico, dovrebbe esserne orgoglioso» concluse con un sorriso bonario.
«Dov’è ora?» chiese Drivold con una nota di preoccupazione nella voce. Se Redwin si era fatto medicare su una sedia, senza magari gli strumenti adatti o la dovuta assistenza, il suo braccio ferito poteva aver facilmente fatto infezione. E nemmeno un uomo della sua tempra doveva prendere sottogamba una amputazione.
«Capisco l’apprensione per il suo amico, capitano. Ma non deve preoccuparsi. Nonostante sia stata un’operazione… inconsueta quella per la cauterizzazione dell’amputazione del braccio destro, è riuscita al meglio e non dovrebbero esserci prossime complicazioni di alcuna sorta. E’ praticamente un miracolo, considerati il lasso di tempo e i grandi sforzi intercorsi tra il momento della ferita e quello dell’operazione. In questo momento il tenente si trova ad un urgente colloquio privato con il Maestro Incantatore Enedhass e uno dei maggiori esponenti della nostra corporazione degli ingegneri di Talfgar. L’oggetto dell’incontro è tassativamente segreto, quindi non so dirle di cosa si tratti, ma sono sicuro che potrà saperlo direttamente dalle labbra del suo amico non appena lo avrò fatto venire qui.»
Drivold annuì. Decise di cogliere l’occasione della presenza del medico per porgli un’altra domanda che lo angosciava.
«Con noi c’era un altro compagno. Una ragazza. E’ viva? Sta bene?»
«E’ viva, capitano. Era una brutta ferita, lo ammetto, ma niente di preoccupante. La cosa più pericolosa era l’enorme quantità di sangue che aveva perso nel frattempo. In effetti anche questo sotto certi versi si può considerare un miracolo. Voi di Dor Ander siete veramente amati dagli Dei, non è così?» disse il nano con una risata profonda.
Lo sguardo di Drivold si adombrò. La sua mente fu imbrattata di sangue e nelle sue orecchie risuonarono assordanti le grida di guerra e il ruggito delle fiamme.
«No… No, non lo siamo» bisbigliò in un soffio.
«Cos’ha detto capitano? Oh beh, non importa. Devo correre assolutamente da Redwin, non c’è tempo da perdere. Lei prenda la medicina che le ho lasciato sul tavolo, mi raccomando. Allevierà il dolore ma non aiuterà molto per la guarigione. Ad essa gioveranno solo il tempo e il riposo. Resti al caldo, tornerò immediatamente.»
Drivold rimase un attimo in silenzio, pensoso, accomodandosi sotto le coperte. All’ultimo istante si ricordò di una cosa che aveva detto il dottore e lo bloccò proprio mentre stava per uscire.
«Aspetti un attimo, la prego!»
Il volto baffuto del nano fece capolino dal vano della porta con uno sguardo interrogativo.
«Ha detto che Redwin è stato al mio fianco per tutto il tempo per cui sono stato incosciente. Quanto ho dormito, di preciso?»
«Due giorni, capitano.»
Drivold rimase di stucco. Due giorni. Aveva dormito per due interi, lunghi giorni. In tutto quel tempo poteva essere accaduto di tutto. Urbak doveva essersi spostato, forse era sul punto di assediare la Rocciosa, forse già lo stava facendo.
Scosse il capo. Non poteva permettersi di perdere altro tempo, per sé e per i propri amici. Oggi devo alzarmi e tornare ad allenarmi. Non importa cosa dice quel nano baffuto. C’è bisogno di me. Lo devo a Redwin, ad Arling e a tutti gli altri dopo… dopo quello che è successo a Dor Ander. Devo redimermi.
I suoi occhi scattarono sulla piccola ampolla che il medico aveva lasciato sul tavolino. Aveva detto che non avrebbe con ogni probabilità giovato alla guarigione. Ma forse avrebbe potuto velocizzare in qualche modo il suo recupero.
La afferrò e tolse il tappo con un sonoro schiocco. Era inodore e incolore, ma densa e viscosa. Fece una smorfia. Non lo allettava molto la prospettiva di bere quell’intruglio. Ma non aveva scelta. Si portò l’imboccatura di vetro dell’ampolla alla bocca e ingoiò la medicina in un solo sorso. Immediatamente il suo sapore aspro e pungente lo prese alla gola, risalendo fino al naso. Prese a tossire furiosamente, mentre sentiva come un flusso di fiamme calargli lungo l’esotico. Perché diamine tutte le pozioni o gli intrugli dei medici devono avere un sapore orribile? Pensò con le lacrime agli occhi mentre tentava di porre un freno all’accesso di tosse. Cominciò a darsi gran colpi sul petto, lottando contro il suo istinto che gli intimava di vomitare immediatamente quello che aveva bevuto.
Quando si fu finalmente ripreso, si asciugò gli occhi con l’orlo del lenzuolo e si lasciò cadere sul cuscino con un sospiro, stremato come al termine di una lunga ed estenuante battaglia. Se ciò che mi deve guarire fa questo effetto… Non so cosa potrebbe succedere se bevessi del veleno. Pensò mentre, con un leggero sorriso che aleggiava sulle sue labbra, scivolava nuovamente nell’incoscienza del sonno.

Quando Drivold si svegliò di nuovo, sudato e tremante, gli sembrava di aver appena messo la testa sul cuscino. Dei forti rumori in una stanza adiacente lo avevano riportato indietro dal sonno. Stava sognando, ma non ricordava cosa. A giudicare dal cuore che batteva all’impazzata e alla camicia umida di sudore freddo, doveva essere una specie di incubo.
La porta della stanza si spalancò di scatto, sbattendo violentemente contro la parete e svegliando di soprassalto Grefla, che aprì gli occhi guardinga. Redwin entrò nella camera come una bufera, il fiato leggermente corto, ignorando bellamente i richiami accorati del medico che trotterellava alle sue spalle intimandogli di fare silenzio e di rispettare la sua condizione di paziente. Il tenente colonnello non portava Tempesta, ma come suo solito era vestito completamente di nero: un paio di brache di cuoio e una leggera camicia. La manica destra pendeva floscia, tristemente vuota. Redwin non se ne curò e si precipitò a fianco del letto, evitando per un pelo di calpestare la coda di Grefla. Il suo viso era ansioso, e così la sua voce.
«Capitano! Si è ripreso? Sta bene? Come va la testa? Riesce ad alzarsi? Oh, per gli dei, temevo che avrebbe impiegato settimane ad alzarsi!»
Drivold rise, arrestando con una mano il fiume di parole del suo amico. «Calmati Redwin e siediti. Non preoccuparti. Sto molto meglio adesso.»
Il giovane rimase un attimo in piedi, come valutando il da farsi, poi avvicinò la sedia vuota e ci si sedette. Il nano baffuto approvò annuendo e se ne andò senza dire nulla, chiudendosi con cura la porta alle spalle per concedere ai due commilitoni di poter parlare in solitudine.
«Allora capitano? E’ sicuro di star bene? La testa le fa male?» esordì Redwin dopo un attimo di silenzio.
«Tutto bene. La testa fa un po’ male ma non è nulla di insopportabile. Conto di rimettermi in piedi al più tardi domani. Medico permettendo» rispose Drivold con un leggero sorriso, indicando la porta con un cenno del capo. «Comunque parlami di te. Come va il braccio? Il baffuto là fuori ha detto che avevi un colloquio con Enedhass e un certo ingegnere. C’entra forse qualcosa?»
Redwin rispose immediatamente, con voce emozionata. Evidentemente non aspettava altro che quella domanda. «Il braccio sta bene. E’ stato medicato e cauterizzato, e fortunatamente non ci sono state complicazioni di alcuna sorta. Ma la cosa più importante è stato proprio l’incontro con il Maestro Incantatore e l’ingegnere Thilimek. Quando sono venuti a sapere del mio… problema» e sollevò con aria triste il braccio mutilato «Mi hanno proposto una soluzione. E’ un nuovo tipo di tecnologia, sviluppato solamente negli ultimi anni. Consiste nell’unire la scienza ingegneristica e quella magica per creare arti meccanici in sostituzione di braccia o gambe amputate.»
Drivold rimase di stucco, guardando Redwin con gli occhi spalancati.
Il giovane tenente colonnello non si fermò e continuò a parlare, con il tono della voce che cresceva sempre più di volume.
«Si tratta di un’operazione breve, che dovrebbe risolvere ogni mio problema con questo… braccio… In pratica si uniscono ingegneria e magia: un arto meccanico costruito dall’ingegnere Thilimek e dotato di non so quali ingranaggi sarà impiantato sul moncone. Quindi il Maestro Incantatore procederà collegando il mio sistema nervoso ai meccanismi della mano e del braccio tramite una serie di incantesimi. L’intervento dovrebbe durare poco meno di un paio d’ore, hanno detto, al contrario richiederà un tempo più lungo la costruzione del braccio meccanico: all’incirca una settimana di misurazioni e realizzazione. Tuttavia, a operazione finita, dovrei essere in grado di tornare a muovere il braccio esattamente come prima, senza alcuna limitazione dal fatto che si tratta di un elemento estraneo al mio corpo. Non ci dovrebbe nemmeno essere quasi bisogno di riabilitazione, un paio di giorni al massimo. Hanno detto che mi sembrerà di essere tornato quello di prima» disse sfoderando un sorriso compiaciuto, gli occhi scuri che luccicavano di speranza.
Drivold rimase un attimo in silenzio, senza sapere cosa dire. Erano anni che non vedeva quel bagliore negli occhi del suo amico, men che meno dalla fatidica notte della caduta di Dor Ander. Il suo sguardo si era riacceso di mille aspettative.
«Non so davvero cosa dire, Redwin, per non sembrare banale» disse infine ricambiando il suo sorriso «L’unica cosa che posso dire è che sono enormemente felice per te. So quanto ritieni importante la possibilità di tornare a brandire Tempesta in battaglia come una volta.»
Redwin lo ringraziò con un cenno del capo. «Lo so bene capitano, non si preoccupi.»
La gioia di Drivold si spense di colpo, mentre una domanda che non voleva porre si insinuava infida nella sua mente. Redwin si dovette accorgere del suo cambiamento di espressione, perché subito gli chiese: «Capitano? Sta male? C’è qualcosa che non va? Devo andare a chiamare il medico?»
Drivold scosse con vigore la testa, ignorando le fitte che gli lanciava la nuca. «No, Redwin, sto bene, non preoccuparti. E’ solo che… Vorrei chiederti una cosa sull’operazione.»
Il tenente colonnello gli fece cenno col capo di continuare.
«Io vorrei sapere se… Questa breve operazione di cui hai parlato… Insomma… E’ sicura vero?»
Lo sguardo di Redwin si adombrò un attimo. «No, capitano, in effetti non lo è. I rischi durante l’intervento sono molteplici, sia durante l’innesto dell’arto artificiale che nel momento in cui i nervi vengono collegato con la magia gli ingranaggi. In particolare durante quest’ultima operazione.»
Drivold rimase in silenzio, valutando le informazioni che aveva appena ricevuto.
«Primo tra tutti, va preso in considerazione il dolore» continuò Redwin «Sembra che sia inimmaginabile, di gran lunga superiore a quello dell’amputazione. Sia l’innesto che il collegamento dei nervi presenteranno questo problema. Un ulteriore rischio è quello del rigetto. Il nostro corpo non è abituato ad avere un elemento estraneo al suo interno e, se lo riconosce come tale, è possibile che provi a rigettarlo. A questo punto è assolutamente necessario interrompere l’operazione e rimuovere l’innesto. Ci sono persone… Che sono morte a causa di queste complicanze.»
Drivold odiava l’idea di sapere che il suo amico correva un tale rischio. Anche se sapeva che probabilmente sarebbe stato completamente inutile, conoscendo la cocciutaggine del tenente colonnello, aprì la bocca per dire qualcosa. Redwin lo bloccò con un gesto prima che potesse proferire parola.
«Non si preoccupi, capitano. Ho già pensato a lungo a questi rischi, e ormai ho preso la mia decisione. Mi sottoporrò all’operazione, a qualunque costo, e nulla che lei potrà dirmi mi giungerà nuovo o sarà capace di farmi cambiare idea.»
Drivold annuì. In fondo se l’aspettava. Redwin non era il tipo da tirarsi indietro di fronte ai pericoli, soprattutto davanti alla prospettiva di poter tornare ad essere quello di prima.
«Non preoccuparti, tenente. Nonostante tema per i rischi dell’intervento, appoggio la tua scelta, se è ciò che ritieni più giusto.»
Redwin sorrise, e nei suoi occhi c’era il ringraziamento più grande che il suo capitano potesse aspettarsi.
Drivold quindi sorrise e gli fece cenno di avvicinarsi con la mano, e gli disse: «Forza, tenente. Aiutami ad alzarmi. Sono stufo di stare a marcire in questo letto.»
Redwin gli si avvicinò immediatamente e gli passò il braccio sano attorno alle spalle per sorreggerlo mentre si metteva in piedi.
In quel momento la porta si aprì, ed entrambi si aspettavano di veder comparire il volto baffuto del medico che si apprestava a bacchettarli per non aver rispettato le sue direttive di riposo assoluto. Invece, fece capolino dal vano della soglia il giovane volto preoccupato di Arling.
«Posso entrare?» chiese con voce accorata ai due uomini che la guardavano sorpresi.

CAPITOLO VII PARTE II

Urbak scostò un lembo della pelle pesante con cui era stata eretta la sua tenda personale e vi entrò, chinandosi appena sotto l’ingresso.  L’ambiente era avvolto nella penombra, rischiarato appena dai tizzoni di un paio di bracieri di bronzo, ormai sul punto di spegnersi. L’arredamento era spartano: una spalliera di legno vuota, un pagliericcio, un piccolo tavolo e un paio di sgabelli. Dall’esterno provenivano le grida di gioia e i rumori dei festeggiamenti dei suoi soldati. Per ora se li potevano permettere. Avevano appena preso Dor Ander, la guerra era cominciata. Ma l’indomani la marcia sarebbe ripresa come al solito, verso Talfgar e tutte le città e i villaggi che si sarebbero frapposti tra la Gilda e la Rocciosa.
Slacciò pazientemente le cinghie della sua armatura rossa e se la tolse con un grugnito, poggiandola Slacciò pazientemente le cinghie della sua armatura rossa e se la tolse con un grugnito, poggiandola sul manichino. Si accorse che era totalmente imbrattata di sangue ormai secco, per la maggior parte non suo. L’avrebbe pulita il giorno dopo. Ora non ne aveva le forze, desiderava solo dormire, e a lungo. Come se non bastasse il naso rotto non gli dava tregua. Con un movimento inconscio lo toccò con una delle sue grandi dita, e una fitta di dolore lo attraversò come una scarica elettrica. L’avrebbe fatta pagare duramente a quel lurido cucciolo di umano, questo era certo.
Si liberò anche dalle ultime corregge che indossava, staccando il suo martello dalla testa di pietra dalla schiena sudata e appendendo anch’esso alla spalliera.
Si avvicinò al tavolo con un lungo sospiro di stanchezza. Afferrò un otre di pelle e ne svuotò il contenuto in quello che una volta doveva essere un elmo della guarnigione di Dor Ander. Si trattava di un vino aspro e forte, del colore del sangue coagulato, la bevanda preferita della maggior parte dei minotauri. Scolò l’elmo in un paio di sorsi, facendo cadere una buona parte del liquido anche sul suo petto irsuto.
Gettò l’elmo a terra con un rutto e strascicò gli zoccoli fino all’estremità più lontana della tenda. Qui, un velo leggero la divideva in due ambienti differenti. Oltre il drappo, illuminata dalla luce di altri bracieri, l’ombra di un grande trono. Urbak vi si inginocchiò di fronte con deferenza, in un gesto di sottomissione che mai nessuno su Kalaster lo aveva visto fare. Una voce che conosceva bene gli giunse alle orecchie: sottile, dolce, spietata, terribile e divina al tempo stesso. La riconobbe all’istante. Era la stessa che da anni popolava i suoi sogni.
«Come sta procedendo il mio piano, suddito?» sussurrò la voce al di là del drappo di seta. Qualcosa si mosse, sul trono, come cambiando posizione.
«Tutto secondo le aspettative. Dor Ander è caduta, e domani cominceremo la marcia verso sud, mio signore» rispose Urbak chinando il capo «Prima dell’inverno dovremmo essere ormai a Singarston. E allora il suo dominio continuerà incontrastato per l’eternità.»
«Molto bene, generale. Durante il mio regno immortale, il tuo impegno e la tua dedizione saranno premiati, non avere dubbi.»
Un’ombra si alzò dal trono, si avvicinò al telo e lo sollevò, mostrando una figura che non calcava il mondo dei mortali da millenni.
Dio di un’oscura e antica religione che metteva morte e distruzione come suoi principali valori, il suo nome era ormai dimenticato, su Ayros, ma era ancora in grado di far rabbrividire i più saggi.
Lerion.
Era un elfo una volta, una creatura di lacerante bellezza e bontà. Visse durante l’Era degli Eldar, il periodo in cui la sua razza fu in assoluto più florida e potente, in cui i domini di Leradir comprendevano quasi l’intera Ayros.
Il suo amore per ogni forma di vita era indescrivibile, molti lo definivano un semidio tale era il suo indissolubile legame con la natura. Ma sopra ogni cosa egli amava una donna, un’elfa di nome Elethil, che si diceva essere la creatura vivente la cui bellezza era superiore ad ogni altra al mondo. Per quasi un secolo Lerion covò il suo amore in segreto, non osando dichiararsi, credendo che una donna di tale bellezza dovesse vivere sempre così com’era vissuta, libera da ogni vincolo come l’acqua o il vento.
Tuttavia le parlò, in breve diventarono amici, e l’amore che Lerion provava nei suoi confronti crebbe se possibile ancora di più. Una fiamma si era destata nel suo cuore, e non accennava a spegnersi, anzi, divampava sempre più ardente e incontenibile. Nonostante ciò, fedele alla libertà di Elethil, ancora una volta decise di tacere, di vivere il suo amore in segreto e di bearsi silenziosamente della sua bellezza, della sua eterea grazia, della sua semplice presenza.
Finché, un giorno, Elethil giunse al loro consueto appuntamento più raggiante del solito. La continua malinconia che aleggiava sul viso di lei e che Lerion tanto amava era scomparsa, lasciando spazio a una gioia traboccante. Quando Lerion le chiese spiegazioni, Elethil spiegò che il principe dell’epoca, Varesald, le aveva chiesto la mano. E lei aveva scoperto di amarlo incredibilmente. In quel momento aveva capito che il suo destino sarebbe stato per sempre legato a quello del principe. Non era meraviglioso? Lerion finse di gioire per lei, ma in realtà qualcosa dentro di lui si spezzò irrimediabilmente.
Il giovane elfo meditò per giorni su cosa dovesse fare, osservando con un continuo dolore al cuore Elethil e il principe sposarsi e camminare per le vie di Leradir in mezzo a una cascata di petali di pesco. E infine decise.
Poiché gli dei mai avevano ascoltato le sue preghiere e avevano distrutto tutto il suo amore, tutta la sua vita, decise di rivolgersi a qualcun altro, a un dio oscuro, perché gli concedesse la forza di ottenere la mano della sua amata.
E così fu. Il dio lo premiò con infiniti poteri, lo elesse al rango di semidio, e lo scatenò sulla città di Leradir. Una notte, da solo, Lerion irruppe nella Reggia, spazzò via quasi l’intera Guardia Scelta e uccise il principe Varesald nel suo letto, di fronte a Elethil. Quindi la guardò con occhi pieni d’amore, il viso imbrattato di sangue, e le chiese di sposarlo. Lei fuggì, terrorizzata, gridando, risvegliando l’intera città.
E Lerion capì di essere stato ingannato. Capì che le promesse degli dei oscuri non sono mai a favore dei mortali, e servono solo a fornire alla divinità di turno un breve periodo di divertimento. Patti come quello che lui aveva fatto richiedono sempre un prezzo da pagare. Così gli era stato portato via tutto: la sua amata, i suoi affetti, la sua città, dalla quale fu costretto a fuggire, e tutto il suo mondo.
Per millenni Lerion si rifugiò in un altro piano dimensionale, disperandosi per ciò che aveva perduto, quindi meditando vendetta. In così tanti anni di solitudine divenne un essere nuovo, completamente diverso dal giovane elfo innamorato che viveva spensierato a Leradir. Si trasformò in una creatura malvagia, il suo amore per la natura e la vita scomparve, soppiantato da un bisogno di morte. Finché decise che era giunto il momento di riprendersi tutto ciò che gli era stato tolto dagli dei oscuri.
Il suo potere crebbe a dismisura, nel mondo parallelo dove ora viveva raggruppò attorno a sé un numero enorme di seguaci, pronti a seguirlo ovunque fosse andato. Ma non gli bastava. Voleva tornare su Ayros, su Leradir. E così decise che ne avrebbe fatto il suo dominio imperituro, la sua nuova dimora. Avrebbe riconquistato il suo vecchio mondo, avrebbe cercato nuovi seguaci e, quando sarebbe stato abbastanza potente, avrebbe avuto la sua vendetta, finalmente. Avrebbe marciato nel mondo degli dei oscuri, li avrebbe spodestati e distrutti, e con il suo nuovo potere avrebbe forse potuto avere indietro Elethil.
Così aveva iniziato un piano paziente, apparendo in sogno a Urbak Corno Insanguinato, le cui incredibili gesta contro le truppe d’invasione di Ayros aveva seguito con grande interesse. Era la persona giusta per cominciare la sua opera, lo sapeva. Aveva fomentato il suo desiderio di vendetta, gli aveva garantito vittoria certa contro gli Ayrosiani che gli avevano tolto ogni cosa. In fondo, si sentiva simile a quel minotauro.
Urbak si era rivelato quasi più malleabile del previsto, e nel giro di un paio d’anni aveva radunato un esercito abbastanza grande da poter conquistare Ayros e garantirgli il primo passo verso l’adempimento del suo piano. E ora era lì, inchinato di fonte a lui, e gli giurava eterna obbedienza.
Lerion sorrise. Dopo tutto era sicuro che la sua vendetta si stava facendo più vicina.
Il semidio era molto simile, nell’aspetto, al giovane elfo che stato era una volta. La sua bellezza era sfolgorante, incredibile. Lunghi capelli dorati gli scendevano fino alla cintola, e i suoi occhi erano dello stesso, luminoso colore, le pupille leggermente allungate che mostravano la sua vera natura di essere sovrumano. I lineamenti del viso erano delicati, gli zigomi alti. L’unico indumento che indossava era un tabarro candido avvolto attorno alla vita, che scendeva quasi fino ai piedi scalzi. Il torace nudo mostrava un fisico asciutto e allenato, mentre dalla schiena gli spuntavano due enormi ali d’angelo di colore nero corvino. Appesa proprio in mezzo alle ali con un paio di corregge di cuoio, una spada lunga dalla forma leggermente ricurva e aggraziata, indubbiamente un’arma di fabbricazione elfica. La sua lama era nera come la più cupa notte d’inverno.
Era forse l’essere più perfetto e malvagio che avesse messo piede su Ayros.
«Alzati pure, generale. E dammi un po’ di quel vino, non importa quanto ne è rimasto.»
Urbak si alzò e gli porse con deferenza l’otre da cui aveva bevuto poco prima. Lerion la prese e la svuotò delle ultime gocce con una smorfia.
«Voglio che nelle prossime città che te e la tua orda conquisterete, prendiate sempre da parte un po’ di vino di Ayros per me, meglio se elfico. Sono stufo di bere solo questa brodaglia Rashgariana.»
Urbak annuì in silenzio, aspettando che il suo signore lo congedasse.
«Quando saremo nei pressi di Talfgar, ho intenzione di radunare i miei servitori, seguaci provenienti dal mio mondo. Si tratta di elfi oscuri. Al loro arrivo, il comando passerà nelle loro mani. Voi della Gilda dovrete obbedire ad ogni loro comando, tu compreso, Generale. Mi aspetto la più totale collaborazione.»
«Sì mio signore, proprio come desidera» sussurrò Urbak chinando il capo mentre Lerion tornava a sedersi sul trono al di là della tenda, potente e invincibile.

CAPITOLO VII PARTE III

Quattro giorni dopo essersi svegliato, Drivold si trovava nel campo d’addestramento di Talfgar insieme ad Arling. Ormai si era ripreso completamente, e la testa non gli doleva più da molto tempo, ma lo stesso non si poteva dire della ragazza, che era ancora costretta a spostarsi appoggiandosi a un paio di stampelle per evitare di sforzare eccessivamente il fianco ferito.
Il campo d’addestramento era la zona più viva dell’intera città. Soldati di ogni razza si radunavano lì periodicamente per tenersi in allenamento e adeguare i propri stili di combattimento a quelli di uomini provenienti da altri eserciti.
Consapevoli del fatto che Talfgar sarebbe stata la prossima grande città ad opporsi alla marea incalzante della Gilda, i regnanti vi avevano fatto confluire un enorme numero di truppe, che toccavano quasi le diecimila unità. Si erano mobilitati anche i membri delle Classi Maggiori e, oltre a Drivold, si trovavano al fronte il Maestro Incantatore Enedhass e i quattro portatori dell’Anello Oscuro, giunti in città un paio di giorni prima insieme a re Alar, alla Guardia Scelta e a quasi un migliaio di elfi.
Sir Gilderin aveva anche messo in atto un piano di evacuazione per allontanare dalla città tutti i civili che non avevano ricevuto un adeguato addestramento militare, dunque la città era pressoché vuota. Coloro che non erano in gradi di combattere erano partiti quasi lo stesso giorno dell’arrivo di re Alar, dirigendosi verso Sud, verso Singarston, formando una lunghissima colonna di profughi in fuga dalla guerra e dal dolore. Drivold li aveva osservati dall’alto della prima cerchia di mura, e con un tuffo al cuore aveva ricordato come, pochi giorni prima, aveva guardato i suoi concittadini fuggire dalla Magnifica ormai condannata. Tra i profughi che ora si allontanavano in un mesto silenzio da Talfgar, c’erano anche gli abitanti di Dor Ander.
La voce argentea di Arling lo riportò alla realtà. «Forza capitano, cosa aspetti? Non ci riuscirai mai se non fai pratica!»
Drivold scosse la testa energicamente, come per scacciare i ricordi e i fantasmi che per un momento avevano popolato la sua mente, e le sue orecchie furono investite dai mille rumori del campo d’addestramento.
Strinse più saldamente l’impugnatura dell’arma, si portò la mano destra alla spalla opposta, quasi dietro la testa, quindi la fece scattare in avanti. Il coltello volò, fendendo l’aria, diretto al pupazzo di paglia a una decina di metri dal comandante, e si piantò nella terra umida quasi a metà della distanza.
Arling scoppiò a ridere, mentre Drivold si lasciava sfuggire un gemito di disperazione.
«Non aver paura capitano, quella di lanciare con precisione i coltelli è una tecnica difficile, che certamente si fa fatica ad imparare in un paio di giorni» gli disse la ragazza avvicinandosi e poggiandogli una mano sulla spalla.
«Giusto per farmi un’idea, tu quanto tempo ci hai messo?» replicò Drivold con una risatina sarcastica.
«Un paio di giorni» convenne Arling con un sorriso disarmante «Ma avevo un maestro eccezionale.»
«Uno dei Maestri della Confraternita?» chiese Drivold con sincera curiosità, indicando con un cenno del capo i quattro assassini che, qualche metro più in là, avevano trasformato un semplice allenamento in uno spettacolo per tutti i presenti. I portatori dell’Anello Oscuro si stavano esercitando con armi smussate, e si stavano esibendo in una pletora di tecniche una più spettacolare dell’altra. La loro velocità era tale da essere difficile da notare ad occhio nudo, i loro movimenti fluidi ed eleganti, quasi una danza, la loro precisione assoluta. La mischia a quattro, in cui ognuno doveva guardarsi contemporaneamente dagli altri tre, aveva in breve raccolto un enorme numero di spettatori, che aveva formato un cerchio attorno ai quattro combattenti. Ognuno osservava stupefatto lo scontro.
Arling si voltò verso il capannello di soldati, alcuni dei quali avevano tirato fuori dalle borse alcune monete per scommettere su chi dei quattro sarebbe restato in piedi per ultimo, e scosse leggermente la testa.
«No, non sono mai stata un membro dell’Accademia.»
«E allora chi è stato ad addestrarti? Insomma… Le tue abilità sono certamente incredibili. Sei sicuramente pressoché allo stesso livello dei Maestri» disse Drivold inarcando un sopracciglio.
Arling sorrise. «Grazie per il complimento, ma credo proprio che quei quattro siano un gradino sopra di me. E il mio maestro era un gradino sopra di loro.»
Drivold rimase in silenzio, attento, aspettando che la giovane continuasse.
«Probabilmente lo conosci» riprese Arling dopo una breve pausa, gli occhi bassi. «Si tratta di Sharken di Dasker.»
Drivold spalancò gli occhi e rimase un attimo in silenzio, la bocca semiaperta. Quando parlò, la sua voce era incerta. «Quello Sharken di Dasker? La leggenda? Il fondatore dell’Accademia?»
Arling si limitò ad annuire, gli occhi sempre bassi.
«E’… E’ incredibile!» balbettò Drivold allargando le braccia «Quell’uomo… Prima di morire era ormai diventato una leggenda… L’assassino più potente su tutta Ayros, lo si diceva immortale. E’ stato uno dei pochi ad opporsi all’Invasione di Kalaster e ai piani folli di re Larden, all’epoca.»
Arling annuì nuovamente.
«Diamine, Arling, dovresti esserne orgogliosa! Ben pochi su Ayros possono dire di essere stati suoi allievi diretti… Forse solo i Maestri possono vantare un simile onore!»
«Lo so bene, Drivold… Lo so… Ma preferisco che questa cosa rimanga tra te e me, va bene?» disse Arling alzando finalmente la testa. Le sue guance erano rigate di lacrime.
Drivold rimase interdetto vedendola asciugarsi gli occhi con il dorso della mano.
«Lui… Era mio padre» concluse la ragazza con un filo di voce, lo sguardo perso in alto sulle mille sfaccettature della Bianca Gemma di Talfgar.
Drivold, che era sul punto di dire qualcosa, richiuse la bocca e abbassò lo sguardo, dandosi dello stupido. Tutti su Ayros sapevano la terribile condanna che aveva ricevuto Sharken. Il fondatore dell’Accademia, il più potente assassino esistente, era in breve passato dall’adorazione popolare all’odio.

Quando re Larden aveva organizzato l’invasione di Kalaster, naturalmente erano stati chiamati alle armi anche Sharken e i suoi assassini, all’epoca ancora un piccolo gruppo la cui fama tuttavia era in continua espansione. Il Gran Maestro, giudicando l’Invasione un inutile atto di violenza dettato da xenofobia e desiderio di potere, si era rifiutato di guidare i suoi confratelli. Aveva addirittura insinuato che re Larden fosse preda della follia, che l’invasione non fosse altro che un’oscura macchinazione di una mente malata. Insieme ai suoi confratelli diede inizio a una campagna di diffamazione verso il re e la sua spedizione in ogni centro di Ayros, sollevando i dubbi della popolazione e la diffidenza verso il re. I rapporti si fecero sempre più tesi e a nulla valsero gli appelli sempre più irosi del Concilio del re, che chiedeva agli assassini di porre fine alle loro azioni e unirsi all’esercito “per la gloria della patria”.
La situazione precipitò quando un giovane Assassino uccise una guardia che tentava di impedirgli di parlare in pubblico, in una delle piazze principali di Singarston. La guarnigione della città sembrò voler perdonare l’accaduto, accantonandolo come un atto inconsulto in un momento di rabbia e ufficialmente si limitò a mettere ai ferri l’assassino che si era reso colpevole dell’omicidio. Tuttavia il Concilio tramava una rappresaglia ben più terribile. Una notte, quasi cinquecento uomini della guarnigione fecero irruzione nell’Accademia ancora in costruzione, cogliendo nel sonno la settantina di assassini all’interno. Con soldati che entravano da ogni parte e piantonavano ogni uscita, fu una strage immane, una delle notti più sanguinose di ogni tempo, che in seguito venne chiamata Notte del Sangue. Anche in seguito il suo anniversario venne sempre visto come sinonimo di sventura.
Dei settanta assassini se ne salvarono solo una decina, Sharken compreso. Tutti si diedero alla macchia nella foresta di Alfart e nelle regioni limitrofe. La rappresaglia verso la Confraternita non ebbe tuttavia fine. Gruppi speciali di soldati guidati da esperti Cacciatori furono sguinzagliati in ogni direzione, battendo ogni palmo di terreno nel tentativo di scovare i pochi superstiti e di assicurarli alla giustizia.
La caccia durò quasi due anni, durante i quali poco a poco ogni assassino superstite, braccato, venne arrestato e portato davanti al patibolo. Qui gli veniva chiesto cosa volesse fare: morire o giurare eterna fedeltà alla città e alla casa regnante. Terrorizzati e stanchi, quasi tutti accettarono, andando a formare il nuovo nucleo da cui si sarebbe sviluppata la successiva Confraternita.
Sharken rimase imprendibile per altri tre anni, che passò divulgando i suoi ideali di resistenza e allenando in segreto alcuni nuovi allievi, tra i quali figuravano anche gli attuali quattro Maestri della Confraternita. Un giorno tuttavia i soldati impegnati nella sua cattura ricevettero, in cambio a un discreto compenso in dragoni d’oro, informazioni su dove si trovasse la piccola casa sperduta nel bosco di Sharken e dei suoi nuovi allievi, tra i quali figuravano anche coloro che in seguito sarebbero divenuti i nuovi Maestri dell’Accademia. L’orrore si ripeté, fu una nuova Notte del Sangue, e decine di soldati circondarono e assaltarono la frugale dimora di Sharken. Questi, in uno scontro impari in incredibile inferiorità numerica, riuscì ad aprire una via di fuga per i suoi allievi, ordinando loro di correre a Singarston e giurare fedeltà al re. Subito dopo venne sopraffatto e arrestato, portato in catene alla capitale. Il tragitto, per direttiva del re e del concilio, venne appositamente allungato di molto per toccare quasi ogni singolo insediamento della regione. Qui il prigioniero venne fatto sfilare per le strade, esposto al dileggio e all’odio delle stesse persone che una volta lo avevano sostenuto ed amato. La ribellione della Confraternita era finita, il suo leader catturato.
Dopo alcuni mesi di peregrinazioni il prigioniero venne finalmente portato a Singarston, sottoposto a un sommario processo e quindi condotto al patibolo, come i suoi confratelli prima di lui. Quando gli fu rivolta la fatidica domanda, dopo un attimo di esitazione in cui Sharken sembrò cercare un volto familiare in mezzo alla folla urlante di fronte a lui, scelse per la morte.
Quando l’ascia del boia calò con un sibilo verso il suo collo, sulle sue labbra aleggiava l’ombra di un sorriso sereno.

«Io ero là» riprese Arling dopo un attimo di silenzio, la voce tremante «Ero là quando mio padre è stato assassinato, quando mi ha guardato e sorriso, quando il mio intero mondo è crollato. Avevo dieci anni.»
Drivold rimase taciturno, senza sapere bene cosa dire. Maledizione, tra tutti i tasti che potevo toccare per conversare un po’ con lei, sono incappato proprio nel peggiore. Complimenti Drivold, davvero bella mossa, e che sesto senso! Avevo saputo della sorte toccata a Sharken, le notizie viaggiano veloci tra due grandi città come Singarston e Dor Ander, e all’epoca tutti ne parlavano. Le storie raccontate dagli araldi hanno sempre dipinto quest’uomo come un mostro assetato di sangue e che combatteva, dietro promessa di un ricco compenso, perché Ayros venisse sottomessa dalle forze della Gilda. Aveva ricevuto migliaia di accuse, sempre più assurde, infamanti e stravaganti, alcune impossibili, ma nonostante ciò il popolo se le era bevute una dopo l’altra, me compreso. Alla fine, quando venne giustiziato, ne godetti personalmente, e mi sentii orgoglioso della mia patria e del mio re, nonostante fosse morto qualcuno che non avevo neanche mai visto di persona in vita mia. Anzi, mi rammaricai di non poter essere stato presente all’esecuzione, invidiando coloro che vi avevano partecipato.
Ma ora, sentendo come lei parla di suo padre, mi appare molto diversamente. Un uomo come tutti gli altri, che diversamente da tutti aveva avuto il coraggio di opporsi alla follia di una guerra inutile, che capii solo molti anni dopo. Forse Arling ha ragione, e la morte di Sharken è stato solo uno delle centinaia di errori compiuti in quegli anni turbolenti. Ora… Ora provo compassione per lei, e soprattutto per suo padre, morto per difendere una causa giusta. Se all’epoca ci fossero stati altri uomini come lui, forse non sarebbe successo tutto ciò, forse Sharken sarebbe ancora vivo, forse si sarebbe risparmiato un decennio di lotte e di sangue. Forse il mondo sarebbe stato migliore.

Dopo una nuova pausa, ancora più lunga della precedente e inframmezzata solo dai boati della folla attorno ai Maestri, Arling si asciugò gli occhi con l’avambraccio e riprese a parlare, stavolta visibilmente più calma. «Ma tutto ciò è successo molto tempo fa. Ero piccola all’epoca, e fragile. Non ho mai conosciuto mia madre, che era morta nel darmi al mondo. Sharken era tutto per me, era il mio mondo. Quando il nostro rifugio fu attaccato dai soldati, mio padre ordinò a me e agli altri allievi di correre a Singarston e giurare fedeltà al re e all’esercito, e così ho fatto. Sembrava la cosa più logica da fare. Il Concilio ci accordò il perdono reale e ci fu permesso di continuare a studiare all’Accademia, di contribuire a ricostruirla e a cercare nuovi adepti per la Confraternita. Ci promisero che mio padre avrebbe avuto salva la vita, se sarebbe stato ragionevole, che perdere una risorsa come lui sarebbe stato un durissimo colpo per tutta Ayros, che già faticava oltremare a contenere la rivalsa di Urbak. Lo definirono un uomo dal grandissimo ingegno e dalle infinite capacità, che tuttavia aveva scelto di combattere una battaglia che non poteva vincere, schierandosi dalla parte sbagliata.»
Drivold, che cominciava a interessarsi a quella vicenda, che sentiva ora raccontare da una prospettiva che non aveva mai preso in considerazione, prese coraggio e le chiese: «Nessuno sapeva che eri sua figlia?»
Arling scosse la testa. «No, nessuno, neanche tra gli allievi. Mio padre non voleva favoritismi e mi trattava come tutti gli altri, senza alcuna distinzione. In privato però ti posso assicurare che era un uomo dolce e affettuoso. Mi amava moltissimo.»
Drivold annuì e le fece cenno di continuare con il suo racconto.
«Qualche mese dopo l’Accademia era stata finalmente ricostruita, il numero dei nostri adepti saliva di giorno in giorno. Furono eletti all’unanimità ai gradi di Maestri Inelor, Raduin, Fingord e Astor e in segno di riconoscenza il Concilio fece loro dono dei quattro Anelli Oscuri. Fu un periodo tutto sommato felice per me, in cui potei continuare il mio addestramento. Finché mio padre non arrivò in città. Era sporco, lacero, deperito, privato di tutta quell’imponenza che lo aveva sempre contraddistinto. I polsi e la testa rinchiusi in una umiliante gogna di legno e le caviglie legate da una catena, circondato da una ventina di soldati, venne fatto sfilare per ogni piazza della città, esposto al dileggio dei cittadini. Compresi che il grande Sharken di Dasker era stato domato. Lo seguii per tutto il suo tragitto lungo le vie della città, al fianco dei suoi precedenti allievi. La folla si divideva in due ali al nostro passaggio, ci lanciava occhiate diffidenti. Alcuni alle nostre spalle gridavano insulti o lanciavano pezzi di verdura marcia che forse riservavano per il passaggio di mio padre. Eravamo una ventina in tutto: sedici mantelli neri e quattro bianchi che camminavano nel più religioso silenzio alle spalle della gogna. Sembrava quasi un corteo. Ogni tanto le guardie ci lanciavano occhiate nervose, come per timore che cercassimo in qualche modo di liberare il nostro maestro. Ma non lo abbiamo fatto. Sharken non avrebbe voluto che si ricominciasse una nuova caccia all’uomo, che tutto ritornasse com’era prima. Era stanco di scappare, forse anche di vivere. Glielo si leggeva negli occhi. I suoi occhi forti e vivaci, che facevano abbassare lo sguardo anche ai nobili, si erano spenti. Il loro magnifico colore grigio-azzurro era diventato scuro come il piombo.
«Dopo quasi mezz’ora siamo giunti nella piazza antistante la Valle degli Eroi che, come dovresti sapere, all’epoca ospitava un’enorme patibolo per le esecuzioni pubbliche. Non so bene quante centinaia di persone vi siamo state trucidate, nel corso di quegli anni. Il pavimento di legno era talmente lurido di sangue che a stento si riconosceva la struttura in legno originaria. Mio padre fu fatto salire. In cima lo attendevano i membri del Concilio e un massiccio boia. Il re era assente, occupato a guidare le truppe impegnate nell’Invasione. Uno dei consiglieri fece liberare mio padre dalla gogna e gli chiese se volesse confessare i suoi crimini e giurare fedeltà alla corona, avendo così salva la vita, oppure continuare con la sua resistenza e scegliere la morte. Lui si guardò attorno, mi vide e mi sorrise. Per un attimo i suoi occhi tornarono quelli di una volta. Quindi scelse.
«Quando il boia sollevò la ascia, uno degli allievi, uno tra i pochi con cui avevo stretto amicizia, mi costrinse a voltare lo sguardo e mi strinse a sé. Con il viso affondato nella sua veste nera e gli occhi inondati di lacrime, non vidi nulla. Sentì solo un sibilo e il terribile, gioioso boato della folla che mi attorniava. Mio padre era morto. Lo capii di scatto, come se si fosse attivato qualcosa di meccanico nella mia mente. Senza sapere bene cosa stessi facendo, mi liberai con uno strattone dalle braccia del mio amico e corsi via, ignorando i suoi richiami e spingendo da parte chiunque mi intralciasse la strada, piangendo come la bambina che ero e che non volevo essere. Avrei voluto avere il coraggio e l’abilità necessari a saltare sul patibolo, ammazzare il boia e tutti quei porci del Concilio e liberare mio padre. E mi odiavo per non averlo fatto. Odiavo me, odiavo gli assassini che non avevano fatto nulla pur avendone la capacità, odiavo quella città che conoscevo appena, odiavo gli stupidi e volubili abitanti, odiavo gli assassini di mio padre. E in un certo qual modo odiavo anche lui. Mi sentivo tradita, terribilmente. Quando ero piccola, mi aveva giurato che sarebbe stato sempre al mio fianco, pronto a sorreggermi e a proteggermi, che mi avrebbe sempre amato. Ma quel giorno aveva infranto quella promessa. Se n’era andato, per sempre, lasciandomi sola, orribilmente, incredibilmente sola.
«Non so per quanto tempo corsi, quanto a lungo fuggii da ciò che era successo. Mi mossi per giorni, fermandomi solo per dormire e mangiare le bacche e le radici che trovavo lungo la strada, o ciò che riuscivo a rubare. Superai la foresta di Alfart, arrivai a Dasker. Raggiunsi la nostra vecchia casetta, divorata dalle fiamme e dal tempo, e ne ricostruii una parte. Rimasi là per quasi due anni, in una sofferenza continua, deperendo lentamente. Nessuno mi venne mai a cercare. Né soldati, né quelli che una volta forse avevo chiamato confratelli. Nessuno. Ci volle molto tempo prima che il dolore in qualche modo passasse, come se venisse assorbito e diventasse una parte di me, limitandosi a pulsare sordo appena sotto il mio cuore. Mi decisi ad andarmene. Quel posto era pieno di troppi ricordi, troppo dolorosi. Da quel giorno, da quando avevo dodici anni, ho vagato per Ayros, senza fermarmi più di qualche mese nello stesso luogo. Ho accettato diversi lavori, ho anche venduto le mie abilità di assassina al miglior offerente, uccidendo persone che non conoscevo e senza sapere neanche perché. Quando l’Invasione fallì ed ebbe inizio la lotta intestina contro le province defezionate, combattei come mercenaria. Ho combattuto tante battaglie, visto fin troppo sangue e morte… Ho passato quindici anni vagabondando per l’isola. L’ultima meta è stata Dor Ander. Stavo per andarmene insieme agli altri civili, qualche giorno fa. D’altronde ciò che stava succedendo non mi interessava. Ero stufa del sangue con cui mi macchiavo continuamente le mani, stufa delle battaglie e della puzza di morte. Ma poi mi ricordai di mio padre. Lui aveva deciso di non combattere durante l’Invasione. Anche se solo verbalmente, si era in qualche modo schierato dalla parte degli abitanti di Kalaster, vittime innocenti di una violenza insensata dettata solo dal desiderio di potere. E decisi che avrei fatto come lui, che mi sarei schierata dalla parte di coloro che erano destinati a subire tutto ciò. E così sono rimasta. Non che sia servito a molto, ma ne sono orgogliosa.»
Drivold rimase in silenzio e, senza sapere bene cosa stesse facendo, prese tra le braccia quella fragile creatura e la strinse a sé. Lei sorrise, poggiandogli il capo sulla spalla.
«E’ la prima volta nella mia vita che parlo di quanto accaduto… Devi esserne fiero, ragazzo mio.»
Drivold rise leggermente e la liberò dal suo abbraccio. «Chissà… Forse un giorno anche io ti racconterò qualcosa del mio passato.»

CAPITOLO VII PARTE IV

Quella sera, quando Redwin lo invitò a cenare con lui nella sala comune, Drivold rifiutò. L’allenamento del pomeriggio aveva risvegliato un dolore sordo e martellante nella sua nuca e la prospettiva di una serata in compagnia di altre centinaia di uomini chiassosi non lo attirava minimamente. Perciò, dopo aver lasciato Grefla nella sua stanza con una enorme bistecca di cervo montano che l’avrebbe tenuta occupata per buona parte della serata, decise di intrufolarsi in cucina per sgraffignare qualcosa da mangiare per sé. Quando entrò nell’enorme locale fumoso attraverso la porta secondaria della servitù, lo accolse una vampata di calore che gli fece lacrimare gli occhi e lo costrinse a sbattere le palpebre un paio di volte. L’odore di carne arrostita e zuppa di funghi raggiunse invitante le sue narici, facendogli brontolare rumorosamente lo stomaco e facendogli dimenticare per un attimo il suo fastidioso mal di testa.
L’enorme stanza era illuminata dalle vampate rosse e arancioni del fuoco, che ardeva alto in una decina di bracieri sotto la carne di altrettante enormi capre di montagna che cuocevano intere, controllate a intervalli regolari da assistenti dall’occhio esperto. Allo sfrigolare del grasso che cadeva sul fuoco si aggiungevano mille altri rumori, creando nel complesso una cacofonia assordante: ordini venivano gridati da una parte all’altra del locale, facendolo sembrare simile ad un campo di battaglia avvolto dal fumo e dal fuoco, posate e coltelli urtavano incessantemente contro i ripiani di legno dei tavoli mentre i cuochi preparavano le pietanze. Alcuni servi sciacquavano i cucchiai di legno di chi aveva già mangiato la zuppa, li asciugavano e li lasciavano in appositi contenitori, pronti per il piatto successivo, tutto questo mentre i domestici servivano da mangiare ai soldati in fila ordinata oltre un lungo bancone su cui venivano scodellati a velocità mostruosa vecchie fette di pane indurito piene di carne o scavate per contenere la zuppa di funghi piccante. Nella sala grande, dove i soldati consumavano il pasto insieme, un altro piccolo esercito di coppieri si aggirava in mezzo ai tavoli, affrettandosi a portare via le brocche vuote e a sostituirle con altre piene di birra leggera. Solo pochi tra gli ufficiali sapevano che, per evitare fenomeni di violenza dovuti all’ubriachezza, sir Gilderin aveva vietato che venisse servito al grosso delle truppe alcun tipo di vino, né la famosa birra scura ad alta gradazione dei nani. Solo i comandanti dal grado di tenente in su ricevevano piccole dosi di alcolici.
Drivold scosse la testa, pensando che piuttosto che passare la vita lavorando in una cucina del genere avrebbe volentieri affrontato più e più volte in duello un troll affamato. Non riusciva a capire come i cuochi, gli inservienti e tutti quelli che, sudati e con il volto paonazzo e sporco di fuliggine, si aggiravano indaffarati come tante formiche per l’enorme sala, riuscissero a sopportare ritmi del genere. Si strinse nelle spalle e, non visto, afferrò una piccola pagnotta e un paio di salsicce arrostite da un enorme piatto di portata di bronzo che verosimilmente era destinato al tavolo degli ufficiali. Afferrò anche una piccola otre piena di birra scura che trovò su un tavolo bagnato e pieno di macchie. Scansò un paio di inservienti che portavano altrettanti prosciutti per bollirli in un grosso pentolone sul lato opposto della cucina e, addentando la pagnotta, uscì con il suo piccolo bottino dalla stessa porta attraverso la quale era entrato.
Il giovane comandante decise di avere voglia di aria pura e, oltrepassato un drappello di guardie che confabulavano tra loro, entrò nel dedalo di corridoi che collegava la città di Talfgar vera e propria e le mura esterne. Nonostante l’aria all’interno della Cittadella fosse più che respirabile grazie a un complesso sistema di condotti scavati nella roccia dai progenitori dei nani e che permettevano all’ossigeno di fluire costantemente all’interno, Drivold non riusciva a sopportare di stare al chiuso per troppo tempo. Gli piaceva scherzare sul fatto che, dopo tanti anni passati nelle foreste insieme a Grefla, era ormai diventato dipendente dalla sensazione del vento sulla pelle, dall’odore degli alberi e dell’erba. In realtà sapeva che era proprio così. Probabilmente sarebbe potuto impazzire se avesse dovuto vivere per il resto dei suoi giorni in un posto cupo come le città sotterranee che tanto i nani apprezzavano, senza avere la possibilità di uscire.
Seguendo il percorso giusto, che i nani stessi avevano accuratamente segnato con torce appese nei muri a intervalli regolari, per evitare che gli alleati forestieri si perdessero, uscì all’esterno in un attimo. Accolse con un sospiro di sollievo e soddisfazione la frizzante aria notturna di alta montagna che, sospinta da un vento leggero, gli pizzicò il volto non appena ebbe varcato il Cancello Reale, guardato a vista da un gruppetto di halfling dello Scudo di Roccia. Senza sapere bene dove andare, si aggirò per la corte interna, perso nei suoi pensieri, sbocconcellando il pane e le salsicce, notando con piacere come l’aria fresca e pungente, profumata di resina e neve, avesse già notevolmente diminuito le pulsazioni nella sua nuca. Quindi, come se avesse ricevuto un’improvvisa illuminazione, cambiò di colpo direzione e si volse di corsa verso la rampa di scale più vicina. Salì i gradini di pietra tre a tre e si ritrovò sulle alte mura illuminate dalla luce argentea della luna e delle stelle. Quindi afferrò una scala a pioli di legno e si arrampicò fino alla sommità di una delle tozze torri merlate che si ergevano a intervalli regolari lungo il perimetro delle mura. Lassù il vento soffiava più forte e teso, infilandosi insidioso sotto il mantello, come le dita gelide di una vecchia amante.
Da quell’altezza il panorama era mozzafiato. Un mare nero trapuntato d’argento si stendeva sotto di lui, con la luce degli astri che si rifletteva iridescente sullo spesso strato di neve da cui era ricoperta ogni cosa. Le sequoie svettavano alte e possenti in mezzo ai picchi che circondavano la Rocciosa, lance silenziose intirizzite nel ghiaccio, bloccate in una perenne sfida agli dei. Drivold sorrise beato, stringendosi meglio nel mantello di lana grezza per proteggersi dal vento, il respiro che condensava in spesse ed effimere nuvolette di vapore. Si chiese come un qualunque essere di quel mondo potesse provare un tale odio per il creato da voler distruggere tutta la pace e la quieta bellezza che si svelavano ai suoi occhi.
Perso in quell’estatica contemplazione, si accorse di non essere solo sulla torre quando, con la coda dell’occhio, colse un leggero movimento. Si volse di scatto, turbato, il cuore che aumentava di colpo i battiti, e riconobbe la figura minuta di Arling, seduta su uno dei grossi merli in pietra, le ginocchia raccolte contro il mento e le braccia a circondare le gambe, lo sguardo perso nell’infinito argenteo della notte. Alla luce della luna, i suoi capelli sembravano bianchi, e conservava un’eterea bellezza. Drivold sorrise e, dopo aver terminato in un paio di bocconi il pane e le salsicce, si sedette al suo fianco, le gambe a penzolare nel vuoto, e le porse l’otre di birra ormai mezza vuota. Arling la accettò di buon grado, ringraziandolo con un cenno leggero del capo, e bevve una lunga sorsata prima di restituirgliela. I minuti passarono rapidi, senza che nessuno dicesse una parola, e in breve terminarono la birra. Anche allora rimasero in silenzio. Drivold trasalì quando sentì qualcosa poggiarsi sulla sua spalla destra. Si volse e vide che la ragazza aveva poggiato la testa contro di lui. Improvvisamente, si sentì infuso di una totale sensazione di pace, come se la stessa pace che quella notte dominava il mondo, sussurrata dal vento, profumata di resina e ghiaccio e roccia, si fosse impadronita di lui.

I due giovani rimasero così per una quantità di tempo indefinito. Secondi, minuti, ore, nulla contava più per loro. Arling chiuse gli occhi, godendosi ogni singolo istante. Anche se il vento freddo le pungeva la pelle e si insinuava sotto il mantello di pelliccia nera e il corpetto di pelle, il suo cuore era caldo. Si chiese se sarebbe stato davvero così brutto che il mondo si fermasse in quel preciso istante, se loro due potessero rimanere così, immobili, per l’eternità.
Sorrise.
E poi di colpo riaprì gli occhi, il suo viso si rabbuiò, si alzò di scatto, dirigendosi a passo deciso verso la scaletta. Anche Drivold si era alzato ora, uno sguardo incredulo negli occhi che le chiedeva spiegazioni. Il capitano aprì la bocca per parlare, ma lei lo fermò scuotendo la testa. Le parole non avrebbero avuto senso. Non poteva spiegare. Neanche lei sapeva esattamente cosa stava avvenendo all’interno del suo cuore diviso. Un giorno forse gliene avrebbe parlato. Un giorno forse avrebbe trovato qualcuno cui abbandonarsi totalmente, in cui riporre la massima fiducia senza aspettare niente in cambio. Ma per lei era troppo presto. Aveva bisogno di altro tempo, e tutto stava accadendo troppo in fretta.
Arling scese in fretta le scale, silenziosamente, lasciando Drivold solo in piedi in cima alla torre, in compagnia dei suoi dubbi e del gelido vento che sembrava essersi fatto ancora più forte. Il cacciatore rimase fermo un attimo, lo sguardo fisso sul punto in cui, fino a un attimo prima, si trovava il giovane volto della ragazza, come nella speranza di vederla riapparire. Quando capì che non sarebbe tornata, scosse la testa e tornò a sedersi sulle merlature della torre. Raccolse l’otre da terra, dove l’aveva lasciata quella che sembrava una vita fa, e se la portò alla bocca, raccogliendo con la lingua le ultime gocce della forte bevanda nanica. Fece una smorfia, ricordandosi che era vuota. Decise che quando sarebbe tornato nella Cittadella avrebbe fatto un’altra capatina in cucina e ne avrebbe presa dell’altra. Quando abbassò il contenitore di pelle e tornò a fissare lo sguardo all’orizzonte, vide fare capolino, miglia e miglia più avanti, a nord, una interminabile fila di fuochi rossastri che avanzavano, facendosi sempre più numerosi. Portato dal vento, gli parve che giungesse il rimbombo lontano, come una fredda e cupa minaccia, di decine di tamburi di guerra che scandivano il ritmo della marcia.

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