Hyspergot

Hyspergot

A cura di Davide

-Le terre sommerse-

Le terre di Tempo

Nei lontani tempi di Rougas, la capitale del regno di Hyspergot, durante l’antico anno 1450, si avvia il nostro racconto. Ma è un racconto che inizia molto prima di quell’epoca, prima che gli eroi (chiamati Heuret, che significa in lingua delle rocce “cuore”) scomparissero nel nulla e dopo la grande battaglia di Karpad (quel violento scontro che mise in sfida la magia oscura con le forze delle roccie e della foresta).
Ci giunge voce, dalle vaste biblioteche di Ijtos , che il racconto che vi stiamo per narrare risale al parto di una donna. Un semplice fatto, che avviene nelle foreste di Geartys. Riportiamo questo brano, queste strofe che cronacano i fatti con cura, per paura di errare e di cambiare i fatti: e i fatti fanno parte di quella grande e fragile sfera che chiamiamo tutti Destino.

Fu proprio in quel momento che le foreste di Geartys capirono che non c’era altro da fare. Il ragazzo sarebbe morto. Yhstew era agitata; era in groppa al cavallo di Deofin, l’eroe che molte volte abbiamo ricordato nelle battaglie del Verde Mistero, l’eroe che più di tutti aveva cercato di salvare la sua dinastia sacra, che ora si stava frammentando sotto il potere degli Ux e del loro imperatore. Quell’ Heuret che ora si stava offrendo ai nemici cercando di difendere colui che avrebbe continuato la dinastia degli eroi. Suo figlio, che veniva portato in grembo da colei che imprecando cercava di trovare la via giusta per il suo paese, Breton.
Yhstew, la ninfa dei ghiacci. E ora stava per partorirlo, ma non di certo in groppa a un cavallo. Quello non era un bambino. Era il suo bambino, che fosse o no il prescelto dell’ordine degli heuret.
E questo Geartys lo sapeva. Oh, lo sapeva eccome.
Ma gli Ux avevano probabilmente ucciso Deofin, e gli avevano rapito l’anima. E tra poco lo avrebbero fatto anche con Yhstew, lontana da Breton e dai suoi abitanti. Non era armata, non aveva speranze.
Ma improvvisamente, quando il cavallo, sfinito, venne colpito al cuore con una freccia ux, alla ninfa parve di sentire una voce, nel suo cuore.
“Yhstew, ascoltami” disse la voce femminile di colei che la donna conosceva:”Tu sai chi sono io.”
“La driade della foresta” rispose nella mente la ragazza in parto.
“Affida a noi tuo figlio.”
“No.”
“Yhstew”e questa volta il tono pacato della driade si fece di rimprovero, facendo rimbombare il corpo della ragazza “tu conosci il suo destino, se rimarrà lì. Morirà”
“Un altro potrebbe. Ma lui no.”
Sebbene Yhstew continuasse a rifiutare vedeva i prmi Ux avvicinarsi e prepararare le armi.
“Lui è come tutti gli altri, ragazza mia.”
“Ha il marchio dell’eroe.”
“Gli Heuret sono caduti, e tu lo sai bene. E l’unico modo per nascere eroi è essere figlio di entrambi i genitori eroi. Non nascondere l’evidenza. Cedimelo”.
“No!”rispose con violenza Yhstew”La verità è che vuoi avere sotto controllo l’ultimo esemplare degli eroi e vincere l’oscuro potere! Ma non ci riuscirai!”
“Dammelo!”
-Mai!- gridò Yhstew, circondata dai nemici. E così dicendo spiccò il volo, si congelò istantaneamente, frammentandosi di colpo in mille scaglie che misero in fuga gli Ux. Di quello che era il suo corpo era solo rimasto, sano e salvo, suo figlio.

Poco più di un giorno dopo, una volta attraversato gran parte del bosco di Cloux, il vecchio Sam si fermò a sostare in riva a un fiume, per abbeverare i cavalli e a fumare una bella pipa al fresco. Non era facile trasportare un carro di bambini verso le montagne ghiacciate, in cima ad esse, dentro le calde mura di Ijtos.
Succedeva così ogni anno. I soldati delle sue montagne si avviavano insieme a lui in un viaggio che durava più o meno tre mesi, a cavallo. Facevano sosta a ogni città: Breton, Hoxxard, Igge, Parig…per un unico scopo: arruolare bambini neonati nell’esercito ghiacciato. Un compito che procurava dolore nel separare le famiglie dai figli, ma con le sue ossa rotte e isuoi capelli bianchi, benchè avesse una grinta maggiore di un fagiolato di carne, Sam poteva solo comandare la carovana con tutti quei lattanti che ogni tre minuti si dovevano fermare a fare pipì, popò, bisognini, dormitine tranquille, mangiare, bere, fare il bagnetto…
Una pazzia.
Almeno per un solo uomo. Così, mentre cercava di rilassarsi e concedersi un po’ di relax interiore, e si accendeva la pipa con un fuocherello rimasto acceso dopo un accampamento recente, si mise a fissare il cielo limpido e bianco che dava luce al suo mondo. E fissava la sua montagna, il torreggiante monte su cui s’innalzavano le bianche mura di Ijtos. Eh, già…in quel luogo non avrebbe mai smesso di nevicare.
Il tempo di riflettere su questi pensieri bastò ai lattanti per sparpagliarsi nella foresta in cerca di una via di fuga.
Sam se ne accorse solo quando si voltò a controllare il fiato dei cavalli.
Con un’imprecazione dopo l’altra si avventurò nel bosco, rinunciando alla sua pipa gustosa e spensierata. La ricerca dei poppanti ritardò di circa un’ora la partenza, considerando che non ebbe il tempo di recuperarli tutti.
Ma a Sam parve, durante la spietata ricerca dei bambini, di notare un altro bamboccio. Aveva appena finito di contarli quando gli si avvicinò.
Era addormentato per terra, bagnato di una fresca superficie di acqua somigliante a rugiada. Accanto a lui vi erano varie armi: alabarde, spade, archi. Sam le riconosceva. Ux.
Sollevato nell’aver ritrovato l’ultimo bambino, ma nello stesso tempo confuso, il vecchio carovaniere lo mise accanto agli altri. “Era lui? Non era lui?” Si sarebbe dovuto chiedere. Ma Sam non era il tipo che si poneva queste domande. Se l’avesse scambiato, certo non l’avrebbe notato nessuno. Era uno come tutti gli altri.E intanto si dirigeva verso la grande montagna, possente, su cui si ergeva Ijtos.
Da qui in poi i miei ricordi si annebbiano, con l’arrivo della soffocante Grande nebbia, che pose fine all’era pacifica e diede inizio alla vendetta dell’impero.

Capitolo I
-Ijtos , la città dei superstiti-

Teris osservava attentamente la Grande Nebbia.
Essa s’innalzava, lentamente e allo stesso tempo silenziosamente verso le limpide mura che circondavano Ijtos. E sembrava essere pacata, nel farlo.
Teris era affascinato da quella distesa di bianca seta che s’estendeva ai piedi del Monte Ruhg, pur essendo consapevole del suo malefico scopo.
Il suo maestro, Ok da Arsed-Ing( che in questo caso deriva dalle antiche lingue di Rougas, indecifrabili, ma che tuttavia  marcavano i nomi degli Ijtosiani) sosteneva che la grande Nebbia non aveva, come tutti consideravano, una forza talmente esagerata da poter esercitare sulle città della foresta. Questa opinione lo portò ad essere odiato dagli Ijtosiani, presuntuosi com’erano.
Prima di scomparire nel nulla, Ok gli aveva detto che semmai si sarebbe dovuto avventurare  in quelle terre, non sarebbe bastato un lume per portare alla luce i misteri celati lungo gli svariati viali della foresta di Geartys.
Dopodichè scomparve nelle tenebre, e nessuno si curò della  sua mancanza. Tranne Teris.
Quello che conosceva dei luoghi “Meno alti di Yjtos” come dicevano i loro abitanti, lo aveva appreso attraverso il suo maestro. Ma anche se così fiducioso in lui, Ok non gli rivelò mai, come invece faceva continuamente per quanto riguardava la politica o il combattimento (in tono confidenziale), qual’era l’origine del suo allievo. Era questo che lo differenziava dagli altri abitanti di Ijtos: c’era chi era nato da due genitori Ijtosiani, chi invece da genitori umani (per quanto riguardava i guerrieri importati dalle antiche città del basso impero ).
Ma lui non apparteneva a nessuna delle due categorie.
Era questo che aveva fatto interessare Ok al suo caso, un caso raro, oserei dire unico nel suo genere.
Ma torniamo al combattimento: dopo la scomparsa di Ok, Teris venne affidato a un maestro incomparabile a quello precedente, nel combattimento: Alipsis, il maestro delle arti militari.
Si narravano certe leggende su di lui. Si diceva che avesse delle ali nascoste, perché era capace di compiere dei salti paragonabili ai voli di un falco, vista simile alla vista di un rapace; si narrava che fosse riuscito a sconfiggere tre druidi con le sole mani, e circa una dozzina con un pugnale. Si narrava persino, nonostante il tempo passato dalla loro scomparsa, che fosse stato ammesso all’ordine degli eroi, per poi rispettare gli uomini rinunciando all’allettante carica.
Effettivamente, Alipsis stimava un’età di trecento anni, per poi avere un’altezza rilevante al confronto degli altri Ijtosiani, che lo rendeva quasi un uomo. Ma lui non era un Heuret, Teris lo sentiva nel cuore.

Gli Ijtosiani erano un popolo pacifico e consapevole di quello che stava succedendo ed era successo nel loro mondo. Erano tipicamente bassi, ma molto diversi dai nani. Avevano sempre ed esclusivamente la barba bianca, erano dotati di un naso piccolo e di occhi altrettanto piccoli.
Erano molto spesso presuntuosi e non amavano ubriacarsi, ed è per questo che il luogo più frequentato dagli alcolisti si chiamava Ciarvast (che nella loro lingua significava “Stupido”). A proposito di lingua, gli Ijtosiani, benchè tenessero stretti il loro dialetto, erano stati invasi dalle lingue umane, che sovrastavano i tradizionalisti.
Anche Ijtos possedeva il suo eroe immortale, come la profezia diceva, ma era già morto da secoli. Si chiamava Ghoiratast, il gigante del ghiaccio.
Adesso che era stato ucciso, a prevalere su Ijtos erano tre autorità:
il capo della repubblica e dei suoi ministri, di nome Etor, che organizzava la politica, Alipsis, che organizzava l’esercito, e infine Latur, il capo supremo del teatro e della cultura, venerata dagli Ijtosiani come una divinità, che si presentava come un tipo scorbutico ma estremamente bravo nel suonare l’organo.

Ora Teris si era distratto dai suoi pensieri e si era ritirato nella camera delle armi, un edificio in pietra con lo scopo di dare un rifugio alle armi e ai loro combattenti. Lì ripose il suo arco e le frecce, sciaquandosi il corpo dopo il suo turno di guardia. Era giorno, ma il cielo sembrava turbato. Guardandosi allo specchio, Teris si dimenticò che quel volto fosse il suo e lo osservò. Chi era quel ragazzo? E perché sembrava così misterioso alla sola età di diciassette anni?
Poi si riprese, e come se non fosse successo nulla, si rivestì della cotta e le armi, tornando fuori.
Appena uscito, notò un compagno che beveva e lo salutò. No, non ci sarebbe mai stato giorno in cui un compagno l’avrebbe umiliato.
Il primo motivo era logico: mettersi contro un amico alto il doppio di te è una pazzia; secondo, a tutti risultava simpatico e fedele; terzo, nessuno si sarebbe messo contro di lui, viste le sue capacità di combattimento.
L’unico che avrebbe voluto e potuto era il generale Saturnian, un capo (o meglio, una comandante) scorbutica che non avrebbe evitato nessuna occasione se si trattava di qualcosa che gli avrebbe dato del filo da torcere.
Improvvisamente il cancello sotterraneo si sollevò.
-Oh, no…
Sentì dire alle sue spalle Teris. Si trattava di Herdon, il suo compagno d’arme, o almeno, l’ultimo che gli era rimasto. Fedele, sociale, ottimo combattente d’ascia. Un ottimo amico, per giunta.
Ed era d’accordo su quel che diceva. I cunicoli sotterranei erano quelli adibiti agli schiavi. Da un momento all’altro ne uscivano trionfanti cacciatori con le mani impegnate a schiavizzare con enormi catene degli schiavi di ogni tipo, per poi mostrarli a Saturnian, che li selezionava e li addestrava.
Questa volta si trattava di tredici nani e un gigante, che stramazzò a terra provocando un enorme terremoto. Uno spettacolo deplorevole.
Improvvisamente una persona afferrò Teris e lo scaraventò a terra.
-Spostati, omicciolo!- disse. Una battuta troppe volte rimasta impunita.
Teris afferrò d’istinto la spada, ancora inguainata, ma con un gesto di disaccordo Herdon gli fece capire che non era il caso. Teris alzò gli occhi, vedendo, a malincuore, una faccia già vista. Ugat, il gigante giovane, in compagnia dei suoi spiacevoli cinque scagnozzi. -Osi contrapporti al tragitto del nostro generale Saturnian?- provocò con un gesto di disprezzo comune della loro specie.
Era stato ritrovato qualche anno prima dal generale, come un piccolo e indifeso gigante sperduto. Nelle sue dimensioni, certo non poteva competere con uno come Teris, ma il problema era questo: i giganti erano molto più veloci nello sviluppo. Sebbene a Teris non incutesse terrore, Ugat era cresciuto in due anni fino a diventare più grande di lui.
Saturnian lo aveva addestrato come pattuglia, più che altro come servitore, e Teris, sebbene volesse, non poteva reagire sapendo che poi Saturnian si sarebbe messa contro di lui.
Saturnian li lasciò andando a osservare i nuovi schiavi.
-Fermati, Ugat, o ti spacco il collo.- sussurò Teris, che era stato sottoposto a delle continue prese in giro da quel gradasso crudele.- Credi di avermi fatto paura?- rispose con la sua voce cavernosa, dopo una sonora risata.
-A te e al tuo amico ci pensiamo noi…- e così dicendo fece cenno al suo padrone di trascinarseli dietro. Saturnian annuì.
-Muovetevi, su! Vi aspetta una dura lezione per quello che avete affermato.- gli ordinò gettandoli a terra. Ugat non aveva  mai imparato le lingue umane. Nemmeno la lingua di Ijtos. Un misto tra i due parlati che corrispondeva a un linguaggio grammaticalmente con degli accenti e una pronuncia Ijtosiana. Il che non rendeva gradevole il suono rimbombante che proveniva dalla sua ampia fessura di pietra che fungeva da bocca.

Capitolo II
-La torre dei fabbri-

Ugat li condusse con forza lungo le ripide strade sassose di Ijtos.
-Muovetevi!-urlò con le sue grida rimbombanti che si spargevano sulle case in stile gotico torreggianti sui vicoli lunghi e tortuosi.
Dopo quella mezz’ora di terribile tragitto, raggiunsero la meta.
Herdon e Teris erano graffiati in tutto il corpo.-Siamo arrivati, poppanti!-ironizzò malauguratamente Ugat. Il luogo raggiunto era comune a tutti. Si trattava della conosciuta Torre dei Martelli, su cui si erano avvolte mille leggende a riguardo.Tempo prima, la torre era abitata da decine di fabbri laboriosi. Le armi da loro prodotte erano sbalorditive. Si diceva che un giorno, dopo aver ripetuto di essere all’opera in uno dei più grandi capolavori artigianali, si isolarono dal mondo circostante e scomparvero improvvisamente, senza lasciare alcuna traccia. Da quel momento in avanti la torre venne ribattezzata “fantasma“ poiché certe notti s’udiva ancora il rumoroso scalpellare dei martielli e le loro continue grida. Teris esitò un istante.-Su!-imprecò il gigante sferrandogli un calco nello stinco:-non temerete i fantasmi?
Teris entrò a malavoglia, accompagnato dall’amico. L’interno era ancora più spettrale. I nostri sentirono un pesante tonfo dietro di loro. Ugat aveva sbattuto la porta.-Cominciamo, capo?-sghignazzò uno dei suoi terribili compagni.-Perché attendere? Sembra che qui nessuno abbia voglia di combattere…non importa!-concluse Ugat, dopodichè si scagliò contro Teris impaziente, alzando in aria la sua mazza ferrata.

Nella torre dei fabbri avvampò una feroce battaglia tra Teris e i servitori di Saturnian. Il colpo che ne determinò l’inizio, lanciato da Ugat, colpì in pieno Teris, che precipitò immediatamente a terra.
Ma mentre gli stava per lanciare il secondo doloroso colpo, questo venne bloccato producendo una scintilla che si esaurì mentre era in aria. L’impatto fra le due armi fece indietreggiare Ugat. Teris si alzò, vendicativo, esclamando:-Non credere che sia così facile, Ugat.
Questo, infastidito, cominciò a tirare fendenti che per poco non tranciarono le gambe all’avversario, che prontamente si allungò in avanti procurando al gigante una ferita leggera al braccio con cui teneva l’arma. Dal momento che i giganti erano fatti di pietra, le ferite a essi inflitte non sanguinavano. Teris cominciò a riprendersi dal colpo e si sollevò a riconoscere che non era stato il colpo di grazia. Afferrò l’arco e scagliò una freccia nella spalla sinistra di uno degli scagnozzi. Era un volpus, un uomo con capo e coda di volpe, dalla carnagione rosso scuro. Ben presto si ritrovò però nuovamente a dover fronteggiare il suo nemico epico, che accecato dal dolore cominciò a far roteare la sua arma micidiale contro i pali che sostenevano il piano superiore; le conseguenze furono disastrose. Il secondo piano precipitò su di loro. In pochi si salvarono, tra cui Herdon, Teris, Ugat e uno dei suoi scagnozzi, che si rifugiarono immediatamente sul terzo piano. Il piano dell’artiglieria.
Teris capì subito una cosa. Nel palazzo c’erano cinque piani, due di essi li avevano già attraversati. Una volta raggiunto il quinto e ultimo piano si sarebbero lanciati sui tetti delle case vicine, mentre Ugat, con il suo peso, non li avrebbe potuti inseguire.
Il pavimento scricchiolava sotto i piedi di Ugat. Era furioso.
Teris capì che sarebbe stato più difficile da lì in avanti. Perché quando un gigante si infuriava, nessuno sarebbe stato più capace di tenergli testa. Se non un altro gigante furioso. Continuò ad avanzare, Ugat, trascinando dietro di sé le varie armi che gli si erano impigliate. Teris indietreggiava, proteggendo il suo amico Herdon. I pesanti Passi di Ugat precedettero un grido di furore che fece rabbrividire le persone circostanti. Non rimaneva altro da fare.-Fuggiamo!-urlò Teris consapevole di non riuscire a vincere una forza così caratteristica del genere dell’avversario.Entrambi i compagni si avventurarono lungo le ripide e scomode scalinate che si attorcigliavano su sé stesse come un labirinto sconfinato.
Raggiunsero in un batter d’occhio l’ultimo piano, ma dovettero ammettere di aver commesso un grosso errore. Non esisteva alcuna finestra che si affacciasse alle case circostanti. Se non avessero avuto un colpo di fortuna non si sarebbero salvati. Cercarono invano di trovare una via di fuga, di guadagnare tempo barricando la porta che sfociava in quella ampia ala della torre adibita all’artigianato popolare…ma dopo qualche minuto si accorsero di essersi messi in trappola da soli.
L’unica finestra che c’era era stata murata qualche secolo prima. Su di essa si erano depositate delle muffe e dei rafforzi che rendevano molto resistente lo spesso strato di muro che era stato incastrato su di essa per un motivo remoto e sconosciuto.
Arresi, attesero che il soldato di guardia sfondasse definitivamente le barricate.
-Mio zio era un fabbro. Lavorava qui.-raccontò Herdon al compagno.
-Era un professionista. Prima di scomparire nel nulla come tutti i suoi colleghi mi diceva sempre che usava un noto trucco per spezzare o sagomare i materiali. Anche il metallo più resistente potresti spezzare, se lo usi, diceva riguardo al metodo.Ma ora non c’è più.
-Qual metodo?-chiese Teris curioso.
-Aveva capito che qualsiasi pietra, materiale può essere spezzato da un’ altra dello stesso tipo. Granito contro granito, ferro contro ferro…
Il volto di Teris s’illuminò.-Possiamo utilizzare il segreto di tuo zio per salvarci!
-E come? Vedi della pietra, in questo piano?
Sul volto di Teris apparve un’espressione d’intesa con il compagno. Se pensava che non ci fosse pietra a disposizione, errava.

Ugat era furente. Quando ridusse in brandelli l’ultima, scricchiolante lastra in legno, sui suoi occhi parve di osservare una casa in fiamme.
Davanti a sé ritrovò, con piacere vendicativo, Teris, che rimaneva vulnerabile davanti a lui, con le armi in mano. Gli occhi fiammeggianti di Ugat si fecero ricurvi al punto di dare l’impressione all’arciere di essere in pericolo. Teris scacciò il pensiero con una provocazione azzardata nei confronti dell’avversario.-Ebbene…Ugat! Sei sicuramente venuto quassù per uno scopo, o sbaglio? Colpiscimi, se ne hai il coraggio- sussurrò in tono di sfida Teris, senza macchia che sporcasse la sua reputazione.-Che fine ha fatto il tuo compagno, Teris?-si chiese Ugat trascinando a fatica la grande e ingombrante mazza di roccia. Teris rise, senza farsi notare: tutto stava andando alla perfezione.-Scomparso. Il tuo scagnozzo lo ha fatto fuori. Ha raggiunto il piano superiore prima di te e si è gettato contro il mio compagno. Entrambi sono scomparsi nel nulla prima che potessi reagire. Sei ancora convinto che i fabbri siano fuggiti, o scomparsi come loro?
Ugat si grattò la fronte prominente. Per un attimo attese in silenzio cercando di capire, quando sentì delle grida soffocate. I un attimo si esaurirono.
Valutata la situazione, il gigante si scaraventò contro Teris, ma non colpì con l’arma, bensì con il pugno, cercando di colpire lo stomaco del nemico prediletto.
Teris emise un sussulto e schivò il colpo solo per poco. In pochi secondi il muro si sfondò frantumandosi in grossi macigni. Osservando il vuoto vertiginoso che sentiva sotto di sé, Ugat si voltò. E questo fu il breve attimo in cui Teris provò orgoglio e soddisfazione, lanciando un pugno contro la fronte del gigante, che precipitò in un colpo.
Ma Teris provò solo per pochi istanti la sensazione di gioia, sentendosi afferrare da una presa il piede sinistro, e sentendosi trascinare lungo le mura della torre ad alta quota. Ugat non si sconfiggeva con un salto nel vuoto.
Tutti e due, durante la caduta, si scambiarono sgradevoli pugni e mosse false, per  salvarsi la vita nell’atterraggio mortale in cui si erano gettati: in un primo momento sembrava che Ugat avesse la meglio, dopodichè il suo peso sconfinato prese il sopravvento mentre  scendeva artigliato agli abiti di Teris. Questo, consapevole che in quel modo non si sarebbe salvato nessuno dei due, scaraventò Ugat contro le ripide e verticali mura dell’imponente edificio, che vennero immediatamente sfondate.
Teris chiuse gli occhi. Si sarebbe schiantato. Era la fine.
Un artiglio si aggrappò alla sua cotta di maglia sostenendolo nel vuoto. –Ti serve una mano?- sentì dire da una voce roca proveniente da uno dei tetti dell’agglomerato. Teris riconobbe in essa Herdon, sempre disposto a dare un’aiuto. Con un arpione, il suo amico fedele l’aveva salvato, oltre che con il suo geniale piano di sua invenzione. E mentre loro si issavano a vicenda, il seguace del gigante, complice del loro piano, era nascosto in un rudimentale sacco di stoffa.

Entrambi si avviarono lungo i tetti, dopo quell’interminabile battaglia che, stranamente, non era stata avvertita dalle guardie circostanti.
Una volta giunti nella piazza principale, dove si trovava il box delle armi e dove erano stati maltrattati da Ugat, capirono il perché di quello strano fatto. Avevano, nel giro di qualche ora, allestito il gran mercato. Bancarelle e negozietti ambulanti si alternavano a enormi magazzini militari, da cui provenivano grida e rumori metallici dell’addestramento. Si accorsero ambedue di essersi dimenticati dell’addestramento quotidiano. Sarebbe dovuto cominciare alle 5 di mattina, ma si erano accorti che, benchè non avendo orologi, il sole era già alto, e non sarebbero certo entrati ora ad allenarsi. Per due motivi validi: primo, non avrebbe accettato facilmente la sconfitta dei suoi, Saturnian, secondo, avrebbero ricevuto la solita sorte dei ritardatari: un numero innumerevole di flessioni, che raddoppiava a ogni ritardatario che seguiva. E sarebbero state 568 ciascuno. Valutato che non era una buona prospettiva vista la condizione in cui erano ridotti, rinunciarono all’addestramento per avviarsi lungo lestradine che si facevano sempre più strette tra un negozietto e l’altro. Ogni sabato era un giorno di lucro, per i loro proprietari; sebbene  quel giorno fossero più affannati del solito, erano quelli di sempre: il macellaio, lo stoffiere, l’abitologo controverso(soprannome che gli si era dato per le sue idee strane di stilismo sopraffino)il gemmiere, l’asiatico, gli orientali del lago, gli uomini cortigiani, lo spettacolo dei paggi funesti, gli sbalorditivi funamboli intraprendenti e così via, in cunicoli  animati su cui si avviarono i nostri. Ma in quel giorno si aveva l’impressione che tutto andasse storto. Che potesse accadere una disgrazia dopo l’altra, un evento che avrebbe sconvolto la giornata. Come poi, cinque minuti dopo, accadde.

-Impostore! Malvagio truffatore!- si sentì gridare da una casa, bloccando quella schiera di felici funamboli e mercanti impegnati nel proprio lavoro. Le guardie dell’ordine Superiore e Teris si voltarono verso il portone da cui si udirono le urla femminili. Improvvisamente i portoni si spalancarono lasciando che i battenti possenti sbattessero furiosi.
Altrettanto furiosi quanto la signora che ne uscì, dopo aver scaraventato un povero anziano in strada.-Costui è un mago! Un druido del legame antico!-continuò a strillare. Silenzio: un sospiro si alzò tra i presenti, che arretrarono di vari passi.
Vorrei fare meglio mente locale su quella che era la considerazione dei druidi da parte degli Ijtosiani. Pessima. E avevano ragione.
I maghi antichi infatti passarono, tradendo Ijtos e il suo esercito, tempo prima dalla parte dei nemici, l’imperatore oscuro, per non essere da lui sterminati. Il druido era considerata quindi una forma nemica, e uno di essi, facente parte della loro comunità, rappresentava un disonore di altissima gravità. Tutte le guardie tranne Teris e Herdon si fecero avanti e lo circondarono con le lance. A sua difesa, l’anziano borbottò
-Non…io…
Queste due parole fecero fare avanti nuovamente la signora come una bestia aggredita-Menteee! Non è vero! L’ho visto io a spostare il suo pentolone e le sue pergamene maligne in casa mia!
Un altro sospiro alleggiò in aria, questa volta di terrore, allo strappo degli abiti del vecchio lasciando spiccare il bordone e il suo simbolo imperiale, da parte del capo delle guardie cittadine. A quel punto non c’erano più dubbi. Colui che se ne stava accasciato a terra era un traditore.
Dopo poco egli venne preso alle mani con manette ghiacciate (oggetti di tortura usati per immobilizzare una persona grazie alle loro morse applicate) e trascinato dai piedi.
Incredibilmente, le sue mani scivolarono dalle manette come una donna si sfila il bracciale. Fatto questo si avvicinò alle persone, issandosi magicamente. Tutte fecero un passo indietro, nessuno escluso. Le guardie rimasero ammutolite.-Ebbene- disse il vecchio. A Teris stupì molto il modo in cui aveva pronunciato quella parola. Un tono calmo, attrattivo, pacato, ma tuttavia nello stesso tempo minaccioso. Era la prima volta che gli parve di sentire tutti i toni in uno solo, in una parola. –E’ vero-continuò il vecchio in mezzo alla gente impaurita-sono un  mago. Un druido per la precisione. Ma se volevate un druido, un druido avrete!
E così dicendo, alzò in arria il bordone maligno e lo puntò contro il terreno. Con ammirazione tutti osservavano incredibilmente come il terreno ghiacciato si fosse arrampicato lungo il primo pezzo di bastone che veniva a contatto con la terraferma. Le persone fuggirono: funamboli, genitori, bambini, al tal punto che rimasero solo guardie, incantate, che si limitarono a fare vari passi indietro. Ma Teris non si preoccupò, mantenendo la sua posizione costante, come avesse i piedi inchiodati a terra. Nel frattempo le guardie si erano fatte una moltitudine, incuriosite dallo strano malfattore.
Infine, il ghiaccio attorno il bastone si sciolse (e Teris ebbe la sensazione di una profonda libertà, dopo l’impressione di essere incollato al terreno) del ghiaccio e di scatto il mago si voltò. Si ritrovò davanti un pubblico minaccioso inferocito. Venne nuovamente incatenato(questa volta anche ai piedi) e trascinato con ferocia nelle segrete.

Capitolo III
-l’attacco degli Ux-
Il vecchio fu imprigionato nelle più spregevoli prigioni Ijtosiane, le segrete di Oriton, che prendevano il nome del predecessor di Saturnian  e veniva ricordato come uno dei più micidiali e feroci combattenti dell’esercito. Erano poco spaziose, umide e progettate per far morire entro un minimo di tre giorni i loro prigionieri, di fame e di freddo. Era naturalmente adibita a coloro che si opponevano alla repubblica Ijtosiana, agli Imperiali .
Alipsis aveva riunito tutti i suoi uomini, compresi Teris e Herdon, nella piazza centrale, quando ormai i negozi avevano chiuso dopo il tragico e minaccioso evento.
Herdon era sconvolto, ma come Teris, non aveva pronunciato parola sull’accaduto. Ora se ne stava immobile davanti a Saturnian, che continuava a osservarlo mentre scambiava qualche parola con Alipsis, in lontananza. Dopo un immemorabile ora di attesa, l’esercito si riunì davanti al sommo capo dell’ esercito. -Sull’attenti.-pronunciò con parole ghiacciate.
Alipsis aveva un aspetto tipicamente umano. Aveva due celati occhi a nocciola, un corpo muscoloso e estremamente snodabile. L’unico punto da cui si poteva vedere la sua caratteristica ijtosiana era il fianco, dove a malapena si notavano le lunghe orecchie a punta, nascoste dai capelli neri che gli si calavano sino alle spalle. Inoltre non aveva barba , un particolare a cui nessun Ijtosiano che si rispettava poteva rinunciare. Ma, daltronde, solo un quarto della popolazione che risiedeva in quel luogo in quel luogo era ijtosiana.
Saturnian gli somigliava abbastanza.Ma lei era una donna. Anche lei era alta e questa sua altezza veniva da lei sfoggiata in modo attraente…Teris non era certo privo di questi pensieri e debolezze di tutti i viventi, ma molto spesso non se ne rendeva conto.
Comunque, tornando a noi, mentre queste riflessioni vagavano per la mente di Teris, Alipsis cominciò a riassumere quello che era successo poche ore prima, ignorando che qualcuno ne fosse già a conoscenza.
-Oggi è accaduto un raro evento, soldati. In questo luogo si è stato smascherato un seguace imperiale. Ignoriamo il fatto che sia in questi luoghi già da tempo, e ciò significa che è una spia. Ci potrebbe fornire informazioninecessarie per lo smaschera mento e vari vantaggi contro l’impero. Dico bene?-.
-Si!- tuonò l’enorme truppa Ijtosiana. Teris si sentiva ridicolizzato per quanto il suo esercito potesse essere stato corrotto dagli schiavi. C’erano
volpus, giganti, driadi, ma accanto a lui si imponeva una creatura da lui fin troppo conosciuta: un Ippyt. Piccoli e malefici ricci che non mostravano mai il muso e muniti di una coda affilata come una frusta.
In quel caso, uno di questi strani esseri che gli stava a fianco era rivestito di una fittissima armatura colabrodo, per lasciare che gli spini facessero il loro dovere.
-Bene-continuò Alipsis, troncando i suoi pensieri- distribuirò compiti diversi da quelli che vi ho già dato. Tu, Fiuttin, organizzati e inserisciti insieme a voi  quattro nelle strade della città, nel caso dovesse fuggire il prigioniero.- incaricò uno Ijtosiano a capo di due volpus e due artici, enormi rinoceronti armati che si reggevano sulle zampe posteriori.-Teris, Agon, Oscar, Herdon e Ghercon.- continuò, fermandosi davanti a un gruppo di uomini tra cui i nostri-starete di guardia al mago, e cercate di non stuzzicarlo, potrebbe perdere la pazienza-pronunciò con ironia.
-Immediato, sir- si congedarono gli appellati per recarsi verso le segrete, che coincidevano con le mura della città, che nel caso fossero state attaccate non avrebbero certo provocato vittime di alto valore.
–Ricordatevi-li informò Alipsis-che questo servizio è anche notturno…
Teris rabbrividì a sentirlo. La notte era sicuramente uno dei suoi peggiori nemici. Ma per non mostrarlo in pubblico, si limitò a rispondere con un “limpido”. Ma non avrebbe mai pensato che avrebbe dovuto affrontare un nemico ancor più peggiore, quella notte.

Agon era un ragazzo sveglio. Capelli biondi, ottimo spadaccino, combattente provetto, e un paio di occhi azzurri che, sullo sfondo ghiacciato, molto spesso si confondevano.
Un tipo che si interessava solo ed esclusivamente di magia oscura, sebbene non avesse mai visto in vita sua un mago vero e proprio. Conosceva a memoria tutte le pozioni e i simboli magici: insomma, per farla breve, ad affrontare un druido a tutti gli effetti non si sarebbe certo sentito a disagio.
Oscar invece non era un tipo abile nel combattere. Era una persona “statica”, che aveva però una mira e una vista formidabile. Aveva conoscenze di bretonne, iggeriano, hoxxardo e rougasias , ma non sapeva cosa potesse essere successo alla foresta dopo l’invasione della grande nebbia.
Infine, Ghercon, era il fratello di Herdon. Entrambi erano stati venduti all’esercito da una nobile famiglia di Ijtos, i Toriban, che facevano parte del consiglio dei ministri. Per guadagnare soldi in periodi di carestia, essi furono venduti come merce da scambio. Brutta sorte era la loro, e Alipsis li lodò con armonia saputa l’ingiustizia che subirono già da piccoli. Essi si comportavano come veri fratelli. Competitivi, uniti, che si aiutavano a vicenda. L’unica differenza? Sebbene fossero gemelli, ghercon tendeva ad essere venale.
Tutti e cinque i coetanei erano seduti attorno a quattro pezzi di legno a vigilare sul prigioniero. Al centro del gruppo ardeva un misterioso fuoco che si confondeva in contrasto con il ghiaccio. In poco tempo si formò una sottile incavatura nel ghiaccio, evaporata per il calore intenso che infondeva quella piccola fonte di riscaldamento rustico.
-Secondo voi- disse Oscar per rompere il silenzio di tomba –i maghi possono morire per mano di un altro mago.
-Possibile,- intervenne Agon come risvegliatosi dai suoi pensieri –ma poco probabile. I druidi sono legati da una forte solidarietà, ed è questo che li rende imbattibili. I maghi, uniti sotto l’imperatore, sono praticamente costretti a difendersi…-. Si fermo un attimo.
-Bhe? Allora?-chiese Ghercon affascinato.
-Continuo. Scusate, mi sembra di aver udito uno strascicare. Comunque, i maghi, come stavo dicendo, sono completamente costretti a sottoporsi e a salvarsi a vicenda per quanto siano legati da un patto magico che essi stessi accettarono secoli fa.
Adesso, indugiò nuovamente prima di riprendere il discorso, e questa volta il rumore fu chiaro a tutti. Proveniva dalle segrete.
-E’ il mago.-disse Teris.
Dalla grata che si affacciava verso la piazza deserta apparve il volto cadaverico del druido.-Ha, ha…-rise, ma in modo pertinente –Parole sagge, ragazzo mio, ma sbagliate!
-Vuoi forse indugiare sulle mie conoscenze?- rispose con tono austero Agon, offeso.
-Per niente, solo informarti che sei poco aggiornato sui fatti- sorrise il vecchio.
Ora intervenne Ghercon, in difesa di Agon, con tono evidentemente sarcastico:-Certo, ci sono molti contatti da quando il vostro sommo Imperatore ha scagliato la Grande Nebbia soffocando milioni di vittime innocenti.
A questo punto, il mago sgranò gli occhi, incapace di pronunciare parola. Poi si rintanò nella sua nicchia che sembrava essere stata predisposta per essere scomoda.
Ora Gherchon continuò, osservata la sua reazione:-Che cosa succede, druido? Temi per la vita dei tuoi fratelli bastardi? Di certo se la cavano meglio di te, essendo del tutto immuni a quell’arma distruttiva.
-Fermati, Ghercon!- intervenne spontaneo Teris afferrando il manico della spada inguainata. Poi continuò con aria meno rimproverativa, sotto gli occhi di tutti:-Potrebbe…scagliarti a terra, dopo quel che gli hanno fatto…
-Ma è un traditore! Un semplice prigioniero, come vuoi , ma abbiamo tutti i diritti di trattarlo in modo- e qui si fermò fissando negli occhi il druido:-scortese.
-Calmatevi entrambi!-li zittì rapido Agon, prima che tra i due nascesse una rissa:-Ilprigioniero ha perso una parte di senno, mi sembra ovvio nella sua condizione. –Hasenz’altro ragione- intervenne Herdon: facciamo a turni per controllarlo. Non si sa mai.
Una volta calmatisi, Ghercon e Teris annuirono in silenzio.- Chi si offre?-chiese Agon, ma ne risultò che nessuno aveva certo il coraggio di avvicinarsi a un prigioniero di quel genere. Una volta valuta ti i fatti, ricosero al sorteggio per mezzo dei rami e bastoncini.
Purtroppo il più corto venne assegnato a Teris.
Era un combattente provetto, si, ma di vegliare di notte su un mago prigioniero nn aveva certo ilcoraggio. Rinfrancato almeno dal fatto di allontanarsi da Ghercon, si voltò e si diresse a malavoglia verso la grata minacciosa.
“Questa notte sarà delle peggiori”si diceva Teris rigirando fra sèuna moneta rinvenuta per strada. Osservandola notò che non era semplice come tutte le altre, ma era particolarmente bronzea e scintillante. Su una delle due facce era dipinta e incisa una corona, con una scritta in lingua rougasias che non sapeva tradurre. ‘Obniret Celiom Rougas, Hyspergot Novaurom Catapis’ era la scritta che aveva letto. Rigirò l’oggetto. L’altra faccia era dominata da un rilievo sottile raffigurante una spada particolarmente sagomata.
-Qual è il tuo nome?- sentì provenire Teris una voce dalla finestra che fungeva da grata ai suoi piedi. Sussultò, per quanto lo avesse spaventato. Poi vide il druido mettersi in mostra. La sua voce era di un tono basso e impercettibile, e proprio per questo all’inizio Teris non aveva capito una parola di quello che aveva detto. –Il mio nome è Teris, soldato e combattente al servizio di Saturnian e sua magnifica altezza a capo dei dodici ministri.-Le parole come il suono di un corno che s’allontana da colui che l’ha creato. – Ti ho chiesto il nome, soldato, non l’identità.- rispose il mago con umorismo.
Teris, in quel caso, avrebbe dovuto scagliargli una pietra in faccia per la sua sfacciatezza, e non si trattenne, malgrado non volesse farlo. Ma pochi secondi prima, un che di misteroso lo ferrmò, facendogli gettare la pietra a terra con un tonfo attutito.
Calmatosi, si abbassò, e con uno sguardo curioso chiese al mago qual’era il suo nome e da dove proveniva. Qualcosa di oscuro, o almeno così l’aveva avvertito Teris, aleggiava nell’aria, una candida e malaugurante piuma in attesa di piombare a terra. Ora che l’osservava, Teris potè notare chiaramente il suo aspetto. Era vestito di un abito nero con spiccanti bordi rossastri, insieme al garofano rosso, simbolo dell’impero della “luce”. IL volto era sano e giovanile, ma gli scomposti capelli bianchi facevano notare l’aspetto anziano del druido. Teris si avvicinò intento nel curiosare sull’aspetto del prigioniero nell’impenetrabile buio in cui era immerso. –Dovresti sapere che un druido non ha nomi né identità. Tutti noi siamo uguali, non richiediamo un nome chre ci distingua. E provengo dal forte dei druidi, al centro della foresta di Geartys.

Rispose, fissandosi la mano ferita dalle manette duramente sfilate.
-E dove hai imparato a fare quella magia, qualche ora fa?-si incuriosì il soldato, sedendosi a terra.
-Ah! Voi giovani … vi spaventate per tutte le anomalie che trovate sulla strada! Consideri un incantesimo quella magia che ti ho mostrato oggi? No … un incantesimo sarebbe più potente. E decisamente più mortale. E, d’altronde, non avrei motivo di lanciarlo, attirerebbe lo spirito sanguinario degli Ux.
Teris ci ragionò per un attimo, per dire:-Che? Tu sei quindi dalla nostra fazione?
-E’ da ore che cerco di farvelo capire, soldato. A quanto pare sei stato il più sveglio.
Teris era allibito. Fino ad allora le sue conoscenze erano rimaste limitate a Ijtos, è vero, ma erano statiche e semplici. Ora che, in quella notte, quel vecchio che l’aveva incuriosito, ciò che conosceva sembrava doversi rivoluzionare da un momento all’altro. Sembrava che la Storia stesse per cambiare …
E su questo, Teris, aveva ragione da vendere.
-Sangue e magie di un loro alleato- riprese il druido riferendosi agli Ux, osservata l’espressione confusa del ragazzo:-vengono da loro intercettati, e con aria di vendetta si spingono ad aiutarlo. Come si suol dire “solidarietà fra soldati”.
Teris annuì, appogiandosi alle mura sfiancato dalla confusione che aveva soggiogato la sua mente. Ma ora un forte dubbio lo possedeva, non riusciva a riposarsi. Attese un attimo. Gli sembrava inverosimile quanto poteva essere la forza del dubbio in una mente “statica”.-Tu sai cosa cosa significa questa frase?-chiese Teris mostrandogli la moneta ritrovata sotto uno stretto strato di neve.
Il mago si avvicinò affaticato dalle catene che gli pendevano dagli arti osservando l’oggetto con curiosità.
Poi alzò lo sguardo fissando Teris con un sorriso malizioso e rispose:-Una prova contro le vostre idee…
Proprio mentre stravaper porgergli un’altra domanda( perché la voglia di conoscere porta a tirarsi un quesito dietro l’altro) sentì provenire dal gruppo un richiamo di Oscar:-Teris, ci penso io,, è il mio turno.
-Ti sopraggiungo subito- rispose egli, rivolgendosi successivamente al mago:-Arrivederci, druido. Non sono stato prudente a parlare con te. Potrebbero sorgere accuse compromettenti.
Poi si alzò e si avviò verso il fuoco ardente, mentre incrociava Oscar.
-Allora?-intervenne Agon:-Ti sei fatto rivelare delle altre pazzie?
-In che senso?-rispose confusoTeris.
-Non hai fatto altro che conversare con lui. Se ci scappa qualche informazione Alipsis ci promuove a soldati di ventura.-puntualizzò Ghercon.
Teris negò consapevolmente.
I quattro si misero in silenzio, appoggiandosi alla neve fresca.
Quella giornataera stata già troppo movimentata, e Teris non era riuscito a osservare il pallido e tenebroso cielo. Dietro a un imminente nube che si allontanava a vista d occhio si intravedevano le stelle di Hyspergot, le uniche tre che si potevano notare: la stella polare, la nebulosa bianca e il fiocco del firmamento ben presto dominarono il cielo come tre destrieri dominano una prateria.


Capitolo 4

-Un imprevisto inatteso-

Gli Ux erano entrati. Dopo aver sfondato il portone principale, risalivano dividendosi per gruppi i piccoli viottoli innevati di Ijtos, entrando in una casa, razziandola e poi dandole fuoco. Se ne andavano imperterriti con tutto ciò che potevano saccheggiare. Il loro scopo non era vendicare il compagno ferito, quello era solo un pretesto per espugnare Ijtos, l´unica città rimasta salva dalla loro potenza.

E così, avanzando di casa in casa e di mercato in mercato, gli Ux fecero per ricongiungersi tutti davanti alla grande roccaforte, dove risiedeva il grande Etor e il consiglio dei ministri. Dalle pesanti pareti murarie fuoriuscirono tramite feritoie cannoni e litri di acqua bollente che sterminarono la prima parte delle truppe Ux, finche il colpo di grazia fu l´attacco da dietro le spalle da parte delle truppe di Alipsis. Stretto fra una impenetrabile cinta muraria e l´esercito di Ijtos, il generale Ternatius portò in salvo una sola truppa, riuscendo a sfuggire dall´esercito Ijtosiano e fuggendo nei valichi aldisotto di Ijtos.

Perciò, tutti i cadaveri furono gettati nel baratro, i feriti vennero soccorsi e trasportati nell´ ospedale della Repubblica. Anche il cadavere dell´areater venne gettato dallo strapiombo come se niene fosse. E il terrore si fece sempre più raro fino a scomparire. Questo era il grande e imperdonabile difetto degli Ijtosiani: la totale indifferenza. Dopo una dura battaglia come questa, gli Ijtosiani rientravano nelle loro abitazioni e riprendevano a vivere come se niente fosse. E questa forma si ripeteva anche nel consiglio e nelle autorità.

Se Rougas si fosse salvata dalla Grande Nebbia anziché Ijtos, forse non sarbbero trascorsi venti lunghi anni di rassegnatezza.

Teris combatteva contro questa caratteristica irremovibile dalle tradizioni Ijtosiane, ma gli abitanti di quella città erano troppo affezionati alla monotonia dolce e armoniosa per poterne rinunciare.

Quindi Teris, anch´egli rassegnatosi, si rifugiò nel Ciarvast per far riposare la mente, affollata da dubbi e domande che si facevano sempre più concrete. La birra aveva un potere: il far dimenticare. In alcuni casi faceva del male, in altri giovava, perché in quel mondo rassegnato una mente dispersa forse era determinata a dimenticare le battaglie combattute e i turbamenti.

Teris non fu, tuttavia, così rassegnato. Voleva diventare uno Ijtosiano, in usi e costumi? No. Se qualcuno credeva che ancora la situazione non era del tutto irreparabile, quello era lui. Non era con una bottiglia di alcol che si risolvevano i fatti. Pagò al banco e uscì nel suo caldo manto blu, rifugio dei suoi pensieri. Doveva porre delle domande al druido, immediatamente.

Improvvisamente un corno suonò. Il richiamo significava che tutti i soldati si sarebbero dovuti riunire nella piazza centrale. Le prime luci dell´alba illuminavano il territorio.

Teris raggiunse in fretta il punto di ritrovo, trovando numerosi soldati assonnati e altri nel sonno assoluto. Tra essi riconobbe Herdon e Agon.

Si andò a posizionare vicino ai compagni d´arme.

L´esercito era scomposto lungo tutta la piazza, formato da gruppi diversi di persone e compagni d´arme riunite perlopiù secondo le razze. Appena dal tendone provvisorio che fungeva da caserma uscì Alipsis, seguito dall´inseparabile Saturnian a sua volta affiancata da Ugat, le truppe si ricomposero sul momento.

Ugat ne era uscito malconcio dal combattimento contro Teris, ma ne era uscito. Quando era definitivamente riuscito a liberarsi delle pietre che lo avevano steso, era fuggito, ritrovandosi in una piazza centrale molto diversa da quella che aveva visto prima. Vide Teris scomparire nel nulla, assorbito dalla terra, e si mosse contro l´Ux che voleva uccidere il vecchio sfidante. Quindi si era gettato contro i nemici senza esitare, e insieme ad alcuni artici riuscì a respingere temporaneamente l´avanzate dell´avverrsario.

Saturnian aveva fatto ben poco rispetto a quello che poteva fare una generale. Si era limitata a dare ordini, e a portare i legionari al sicuro a ridosso della seconda cinta di mura, prevedendo che quella sarebbe stata la seconda meta dell´esercito avverso. Era veloce e scattante, poteva essere considerata una vera e propria samurai se il sesso non glie l´avesse proibito: forse solo Alipsis era riuscito a batterla in un duello cortese.

Il capo dell´esercito alzo la mano in segno di vittoria, ma impedì allo stesso tempo che esulti e grida riempissero la piazza.-Abbiamo avuto molte perdite- esclamò alle truppe rimaste:-Non c´è da esultare. Gli Ux ci hanno fatto un grave danno solo con questo, e alcune truppe si sono messe in salvo. Loro possono rifornirsi, noi, aimè, purtroppo no. Se ci sferreranno un secondo brutale colpo sarà il colpo mortale. Ijtos cadrà e verrà espugnata. Se non resistiamo, tutto il regno cadrà con noi. Ijtos è il filo per il quale Hyspergot rimane in piedi.

-Fuggiamo nelle terre rocciose!-. Una voce decisa proveniente dal centro dell´esercito, incalzò una nuova proposta..-Quei monti impediscono alla Grande Nebbia di penetrare e di soffocarci. E´ una buona idea.-. Giudizi di assenso fecero scolorire il volto del giovane.

Alipsis riprese la parola:- Il consiglio dei ministri  si è arrovellato e siamo giunti a una conclusione: il mago, che abbiamo prudemente trasportato dalle prigioni di Oriton alle prigioni reali, essendo la causa di questa battaglia, verrà riportato nelle sue terre.

Un grido di stupore sfrecciò sulle file dei soldati.- E la Grande Nebbia? Come faremo a non rimanere soffocati?- chiese incredulo Agon.

-Il mago verrà portato fino al picco di Jeur, che non è ancora invaso dalla nebbia. Lì gli Ux lo riscatteranno. Ho lasciato a Saturnian la scelta del soldato che verrà incaricato di questo compito.

Saturnian avanzò, in armatura e usbergo, per pronunciare le parole fatidiche che tutti aspettavano con ansia.- Il mago, prima dell´inizio del conflitto, era stato rinchiuso nelle segrete di Oriton, e per prudenza abbiamo appostato cinque uomini di controllo. Due di essi lo hanno controllato. Uno di questi, il causatore, se le nostre fonti non sono sbagliate, della battaglia, si è infortunato perciò attribuiamo l´incarico al secondo pattugliatore.

Teris sbiancò, quasi dovesse svenire. Pensava che attribuissero la responsabilità ad uno grande e grosso, come un artico.

Il volto roccioso di Ugat venne solcato da un sorrisetto maligno.

E adesso? Si chiese Teris, troppo stanco per poter ribattere.

Teris si trovava nella caserma. Alipsis in persona gli aveva specificato il procedimento: dapprima l´avrebbero condotto nel tendone per prepararsi al viaggio, poi gli avrebbero portato il prigioniero. Rimaneva solo in che modo avrebbe raggiunto lo Jeur. In questo caso poteva avvalersi di un privilegio destinato a pochi: il percorso sotterraneo. Un condotto che si districava fra le fondamenta di Ijtos, sfruttando i punti più morbidi della roccia, per il quale si raggiungeva la superficie della foresta. Un tempo era impiegata per le raccomandazioni importanti, altre volte per messaggi per Rougas, ma determnava certi requisiti: solo le autorità potevano servirsene.

In quella serie di cunicoli sfrecciavano ad alta velocità slitte trainate da lupi in ottima forma. Secondo le indicazioni, Teris si sarebbe dovuto fermare nello Jeur, cioè dietro il quarto cartello.

Ma Teris non esultava. Quel viaggio poteva diventare un rapido accesso a miglior vita, se qualcosa andava storto. Come avrebbe potuto rinunciare? Diventare un codardo e abbandonare il suo ideale di speranza. E poi, secondo la folla, era stata causa sua la battaglia ( e per questo motivo aveva rischiato di essere ridotto in pezzi da uno o più abitanti comuni) e rinunciare sarebbe dovuto significare un affronto diretto alla legge. Ora l´unica cosa che desiderava era conversare con il prigioniero. Doveva sapere ancora molte cose, e il dubbio era sempre in aumento.

La cotta di maglia gli pesava sulle spalle, nascosta dal giubbottino blu scuro cinto da un manto nevoso. Sulla casacca vi era il simbolo ormai dimenticato della Repubblica Ijtosiana: un cristallo scintillante diviso fra un vessillo (simbolo di libertà) e una spada (simbolo di unione). I pesanti guanti in cuoio impugnavano con incertezza una spada che emanava un aspro odore di rassegnazione, sporca di fuliggine e rovinata ambo i lati. Colto da uno scatto di furia, come per sfogare la sua mente caduta nell´oblìo, scaraventò l´arma verso lo scaffale dell´armeria.

-Sfogarsi rende più ampia la mente, ma più chiusi i sentimenti.

Quella voce proveniente da dietro le spalle del soldato fu come un tranquillizzante. Il mago si trovava già nella caserma, non ammanettato.

-Non mi avevano avvertito della tua presenza, druido.

Come sempre calmo e con uno sguardo di saggezza, il mago si avvicinò.- E´ ovvio.- rispose, pacato.

Teris scorse una impercettibile malignità nel suo sguardo.- Un altro dei tuoi incantesimi? Facile passare inosservati attraversando i muri e il pavimento, quando si possiede l´immaterialità. Smettila, o un giorno neanche la magia ti potrà salvare.

-Non mi faranno del male. Hanno paura. Se ne staranno alla larga finchè non me ne andrò nello Jeur.- ribattè il prigioniero sicuro di sé.

Ma Teris non era di quella sicurezza. Fin´ora aveva pensato a lui stesso, a come salvarsi la pelle, mentre non si era minimamente accorto che se il mago fosse rimasto fra gli Ux non avrebbe potuto resistere più di tanto.

-Come farai a salvarti?-.

Il druido si girò di scatto.-Questo…non lo so nemmeno io.

Teris gli si avvicinò ed entrambi si sedettero su una panca. Il volto del druido era liscio come non ne aveva mai visti, ma coperto di folti capelli grigi e bianchi. Era anziano, lo si vedeva a prima vista, ma la prima cosa che colpiva del suo aspetto era il lungo abito nero che si era procurato per il viaggio. Nero come il buio, nero come il dubbio, nero come il mistero. Se era vero che era un druido, allora esisteva una sola ipotesi: il druido vestiva di quel manto perché non voleva dare nell´occhio, sperando che la folla non vedesse la scritta Merhin ( che significa “mistero” ed è un attributo ai maghi) prova della provenienza malvagia di quell´abito. Era quella tunica che l´aveva incastrato ed era stata la causa della sua prigionia e del loro incontro.

Teris non poteva resistere ancora per molto, con il dubbio che continuava a tentarlo e a non dare spazio ad altri pensieri. Perciò, senza esitare, ruppe il silenzio che si era formato nel locale.

-Tu…vieni da Geartys?-.

-Più precisamente nei pressi di Breton, nel tempio dei Sacerdoti.- rispose il mago, gettando un ceppo di legna nel camino. Teris divenne sempre più confuso, e cercò di combattere la cosa mantenendo la calma.-Non è possibile. Tutti sanno che la Grande Nebbia ha soffocato qualsiasi creatura al di sotto di Ijtos, tranne gli Imperiali.

Il mago rimase impassibile di spalle a Teris, davanti al camino. Poi si voltò e con uno sguardo maligno fulminò Teris.

-Se tutti sanno, tutti errano.

Un soffio di vento scivolò per lo spiraglio della porta socchiusa, spegnendo il fuoco danzante. Un´ampia sagoma nera comparve sulla soglia della porta della caserma. Teris afferrò la spada. Il mago si mise in guardia.

Ugat oltrepassò la porta imponente.

– Che sfortuna, Teris, che ti abbiano sorteggiato per questo compito così pericoloso…-sentenziò, ironico, faccia a faccia con l´avversario: -Puoi immaginare chi abbia dato la geniale idea a Saturnian di assumerti!

Teris lo guardò senza fare una piega. Per un certo tempo lo fissò con uno sguardo penetrante, quasi per infastidirlo, poi chiese:- Perché sei qui, Ugat?

Dalla fessura ampia che solcava il suo viso di roccia, Ugat rise rumorosamente. Poi divenne improvvisamente serio, afferrando il mago con la sua mano gigantesca:- Per dare una lezione al fuggitivo. Questo cane deve imparare che non si può sfuggire alle truppe così facilmente!-. Il gigante caricò un pugno contro il mago.

Il prigioniero, con una mossa agile si liberò dalla sua presa, afferrò una spada e la puntò contro il capo del guerriero, tutto questo in pochi secondi: -Credi di potere permetterti di affrontare la magia, gigante? Credi di poter affrontare ciò che nemmeno conosci? La forza degli incantesimi è infinitamente più grande di ciò che tu puoi immaginere, stolto!

Il mago aveva assunto un aspetto inquietante: gli occhi blu scintillanti diedero un immagine del prigioniero che Teris non aveva mai visto.

E con questo Ugat indietreggiò furioso.-Non credere di averla vinta, Teris! Un giorno, se ritornerai, ti ritroverai dritto in un tribunale, per aver complottato insieme a un indiscusso prigioniero!

Ugat uscì dalla caserma, sconfitto una seconda volta e doppiamente vendicativo.

Teris sospirò di sollievo. -Grazie.- dovette ammettere: -Ugat mi avrebbe fatto a pezzi, dopo averti picchiato. Il druido rise:- So anche per quale motivo. Ma ora dobbiamo avviarci. Nessuno deve sapere che stavamo conversando, quindi è meglio che non ci tratteniamo troppo. Potremmo sollevare sospetti.-. Teris annuì.

Dopo essersi armati e dopo aver preparato le provviste, il prigioniero e lo scortatore si avviarono verso il condotto sotterraneo, in attesa della slitta.

L´incontro con Ugat, o per meglio dire scontro, non aveva fatto che peggiorare la situazione. Teris si trovava in un terribile vicolo cieco. Ugat era testimone della sua crdialità nei confronti dei prigionieri, e con la sua estrema vicinanza a Saturnian gli sarebbe stato facile accusarlo e condannarlo alla prigionia. Ma in quel momento non voleva pensare al futuro, a ciò che sarebbe accaduto. Se ne stava seduto sul bordo del muro, ad attendere l´arrivo della slitta. La neve si scioglieva rapidamente, presentando alla vista di Teris le ultime tracce della battaglia, come spade, sciabole e corpi squartati. Il ghiaccio che si trovava sotto la neve fresca rifletteva i raggi del sole spargendoli per i muri della piazza e le facciate degli edifici. Il giorno, a Ijtos, non si mostrava con cautela, ma manifestandosi in tutti gli angoli della città. Teris alzò lo sguardo, come attratto da quel fenomeno ripetitivo, scorgendo fra i penetranti raggi solari che distribuivano una debole lu ce, due soldati assai noti. Agon e Herdon si erano appostati alla parete, scambiandosi sguardi e pareri sulla decisione delle autorità. Teris venne loro incontro.

-Ti sei accorto di noi, finalmente.-ironizzò Agon. Se c´era qualcosa che Teris invidiava da Agon, quella era il buonsenso e la capacità di fare umorismo anche nelle situazioni più critiche. -Allora te ne vai- disse Herdon quasi con un groppo in gola:- Saturnian era irremovibile, abbiamo cercato di farle cambiare opinione, ma ormai…

– Non dovete preoccuparvi per me. Tornerò, non so quando e come, ma non vi abbandonerò.

– Oh, no… non ci abbandonerai così facilmente. Parlando con Saturnian abbiamo ricevuto una risposta soddisfacente.-proseguì Agon. Teris aggrottò la fronte. -Verremo con te.

Teris esitò a rispondere. Poi, furioso, cominciò a ribattere, contrariato. -No. Non potete. Questo viaggio è destinato a me e a nessun altro! E´ un avventura diversa dalle precedenti: qui si rischia l´osso del collo. Credete che sia solo una missione senza senso? Avete torto. Se Alipsis ha deciso di mandare un solo uomo c´è una motivazione logica che voi sapevate sin dall´inizio.

-Non ci farai cambiare idea. Sai benissimo che hai paura di morire, e anche noi. Dici questo solo per paura.- concluse Agon.

Proprio quando Teris stava per ribattere nuovamente, la slitta trasportata da una decina di lupi, a loro volta scortati da uno Ijtosiano di ronda, li raggiunse. Agon scosse le spalle, come per dire “troppo tardi”. Teris pagò con i soldi che gli avevano messo a disposizione il mezzo, fece salire il prigioniero e i tre scortatori, e impugnò le redini. I lupi cominciarono a correre verso il punto prestabilito.

-Il viaggio comincia.

Il condotto sotterraneo era un cunicolo scavato nella roccia che si diramava in molti bivi, scorciatoie e porte che davano accesso all´esterno. Si trattava dello scheletro dei monti ghiacciati, o più precisamente dell´ apparato circolatorio scavato nel ghiaccio. La sua costruzione era avvenuta più di duecento anni prima, ma per non far cadere le varie cime e per altri problemi di sicurezza non si poteva proseguire la rete comunicativa delle città.

Si accedeva a questi tunnel presso un ponte levatoio, e si proseguiva per la strada principale, un´ampia galleria che, a differenza delle altre, aveva due corsie per le slitte, per agevolare i trasporti.

Le diramazioni più piccole (“i capillari”) erano talvolta quasi inutilizzabili, poiché occorreva abbassare il capo per non schiantarsi contro una stalattite.

Di tanto in tanto un cartello forniva le informazioni indispensabili per un viaggio. Il punto debole di quella districata strada sotterranea erano i bivi. Una volta sbagliata direzione, il danno era irreparabile e occorreva proseguire nella speranza di ricongiungersi alla via giusta.

Un altro nemico dei viaggiatori era senza dubbio la neve fresca. Mentre il ghiaccio era solido e sicuro, la neve poteva ostacolare il tragitto e bloccare la slitta: a questo problema era stata trovata una soluzione con i lupi, che scattanti potevano superare le masse di neve fresca con estrema facilità.

Teris raggiunse ben presto il ponte levatoio che gli avrebbe permesso di entrare in quel tunnel. La sentinella che faceva da guardia lo salutò con un cenno del capo che contraddistingueva i soldati. Essendo ancora al più umile grado militare, la sentinella si era inchinata leggermente rispetto le guardie armate che si trovava di fronte, dopodichè abbassò il ponte levatoio per dare accesso al condotto. -Buona fortuna.- fu l´unica cosa che il tesissimo guardiano della porta riuscì a pronunciare.

Altrettanto secca fu la risposta di Teris:-Ne avremo bisogno.

La slitta varcò il portone senza esitare. I suoi passeggeri videro il ponte levatoio richiudersi su di loro, circondandoli di buio.

Il freddo si avvinghiava alle loro mani e sulla loro pelle. In un primo momento, una leggera folata d´aria aveva attraversato la slitta, poi, sempre nel buio più assoluto, il mezzo cominciò a raggiungere una velocità rilevante per poi scendere in picchiata travolgendo i passeggeri.

Herdon, come aveva tentato prima, era riuscito ad accendere una torcia che potesse illuminare in parte la pista che stavano percorrendo. La luce diede agli occhi di tutti e quattro i soldati immagini splendenti. Le stalattiti scivloavano dalla loro vista come fossero in movimento, ma solo ciò che poteva illuminare quella fievole luce era alla loro portata, mentre davanti a loro il buio faceva spazio ai lupi. Questi animali, con il loro sguardo erano capaci di individuare le curve (per questo erano istruiti) e guidare la slitta.

Teris frenò la decina di lupi neri che portava innanzi a sé, e portò la luce vicino a un cartello di indicazioni. -Qui dice…”per lo Jeur, 5 miglia”. Siamo lontani, ancora.

– Non credo che 5 miglia siano molte, soldato, alla velocita con cui le stiamo percorrendo.-mormorò il mago. Teris si voltò e annuì, infilandosi il cilindro delle mappe a tracolla e spronando i lupi. La slitta riprese velocità.

Agon provò la sensazione di trovarsi in un fiume, dove a ogni meandro che incontravano si giravano verso l´esterno e cancellando i rumori ripetitivi di zame e di ghiaccio inciso. Per provare a immergersi in profondità in quel paragone, chiuse gli occhi, riflettendo. Quando li riaprì, fu perché la slitta si era fermata.- Che?…-pronunciò Teris colto alla sprovvista. I lupi si erano fermati spontaneamente.- Hanno sbagliato strada-avvertì Herdon:-Osservate.

Lo Ijtosiano stava illuminando con la torcia il cartello che lo affiancava, sul quale era inciso il nome “Interof” in caratteri cubeitali. -Abbiamo oltrepassato lo Jeur! Non ce la faremo mai a risalire!

Anche i lupi avevano compreso il terrore di Agon, e cominciarono a mordere le funi che li legavano alla slitta.-No! Impediteglielo, o precipiteremo!

Il mago aveva formulato la teoria giusta. Quando l´ultimo lupo si liberò da quella morsa, la slitta ancora in pendenza scivolò all´indietro travolgendo i suoi stessi passeggeri. I corpi degli sventurati, avvinghiati al loro unico mezzo di trasporto, si salvarono con un tonfo attutito sulla neve. Il vento imperterrito li svegliò uno a uno. Il gruppo si guardò nelle circostanze. Erano usciti dal condotto sotterraneo. Si trovavano su Interof, l´ultimissimo picco al di sopra della Grande Nebbia che, volontariamente, si sarebbe potuta sfiorare con la punta del dito.


Capitolo 5

-Dispersi-

Teris era quasi svenuto, a quella visione. La Grande Nebbia, così vicina…

Era come uno specchio attraente, che ti ipnotizzava. Qualcosa che ti rendeva inconscio della tua presenza, persino della tua esistenza. Teris si avvicinò inginocchiandosi davanti a quella polvere bianca e ingannatrice. Avvicinò la mano sgranando gli occhi verdi. Quando stava per toccarla, Agon lo afferrò e lo trascinò via, quasi con furia. -Sei diventato matto? Quella roba che stavi osservando come un giocattolo nuovo ti ammazza!

Teris lo fissò per qualche istante.-Come siamo arrivati qui?- chiese guardandosi intorno. -Niente di magico, o almeno spero. Dalle teorie del prigioniero saremmo caduti in un crepaccio che non era stato richiuso.

Teris si ricordò improvvisamente del mago. Era accanto ad Agon, ora libero, e vivo. Se ne stava chino, a osservare il terreno. -Herdon è…scomparso. O almeno credo.

-Che cosa?!-urlò a squarciagola Teris, impaurito dal pensiero di aver perso un amico. Il mago proseguì l´avvertimento di Agon: -Deve trovarsi sotto la neve. Oppure si è risvegliato prima di noi ed è andato a cercarci; non trovandoci, si sarà perso. Teris si avvicinò al mago. -Io non voglio delle ipotesi. Io voglio lui.

La neve si mosse poco lontano da lì. Strascicando sulla neve fresca, Herdon raggiunse il gruppo contro il vento. -Aiutatemi…non ce la faccio ad alzarmi. Tiratemi su!

Teris intervenne e rimise in sesto l´amico sprofondato nella neve.

-Dalla padella alla bracie.- affermò Agon in preda alla disperazione.-Ci siamo…persi.

E gli altri annuirono a testa bassa, terrorizzati.

Passarono ore da quando Herdon era stato soccorso, e in queste ore avevano deciso collettivamente di portare a termine il loro compito: portare il mago allo Jeur e ritonare sani e salvi. Non fu affatto facile. Interof era dieci miglia più lontano dello Jeur, e come se non bastasse, infinitamente più basso. Inoltre, un altro picco si interponeva fra lo Jeur e Interof, il Nauva, dove, perlomeno, il vento diminuiva.Avrebbero impiegato come minimo tre giorni. La prima sosta fu ai piedi del Nauva, di notte. Il gruppo si accampò in una piccola fessura dove le tenaci scosse d´aria non penetravano. Teris si mise immediatamente a raccogliere legna per un fuoco, che fu difficile da accendere. Ci volle l´impegno di tutti e quattro per far spiccare il volo a una scintilla, che il più delle volte veniva soffocata dalla neve, ma alla fine un fuoco ben meritato li riscaldò, ardendo in modo costante. Sarebbe bastato per la notte e per scacciare i lupi selvatici o creature inattese. I quattr o soldati si addormentarono di colpo, come cullati dal lento ondeggiare delle fiamme.

I sogni di Teris non furono affatto turbati. Era insieme a Ok, a ciaccia per le cime dei monti ghiacciati. Indossavano un abito adatto per camminare nella neve fresca, e volevano cacciare per…allenarsi, o almeno così credeva. Quindi si erano addentrati nella foresta (cosa ancora più strana, siccome a quella quota non c´erano foreste. Lui se ne stava da una parte, mentre Ok lo osservava da lontano. La foresta gli sembrava magnifica, piena di abeti e pini, e improvvisamente, caduto nei suoi pensieri, era inciampato in una radice. Dolore…ma poi, una volta rialzatosi, riprese il suo fantastico tour del suo bosco. I sapori di quel´ambiente gli entravano nelle membra e lo risvegliavano dal dolore. Tutto questo si ripetè qualche volta. Poi, vide un magnifico lupo. Alto, austero, si reggeva ben ritto sulle zampe anteriori. Cauto, Teris afferrò la balestra e mirò. Il lupo si voltò. Di scatto, la preda fuggì rapida e veloce rendendosi conto della minaccia vicina. Teris si voltò  verso ilo suo maestro, che gli incitava di cercarlo. Seguendolo, Teris si ritrovò fuori dal bosco, con un vento travolgente che lo fece scivolare. Vide davanti a sé uno poi più banditi pronti a menarlo. Quello che prima gli sembrava un miraggio ora si era trasformato in un incubo. Teris si svegliò all´improvviso.

Guardò uno a uno i suoi compagni, che dormivano con serenità. Cosa significava quell´incubo? Si chiese immediatamente Teris. Rimase qualche minuto a rifletterci, sapendo che aveva tutta la notte per pensarci e si mise davanti al fuoco, come potesse mandargli qualche idea. Poi spiccò un ipotesi che lo colpì. Il bosco era il corrispondente di Ijtos, il lupo rappresentava il mago (che l´aveva condotto all´esterno, cioè la faccia del mondo sconosciuta) e Ok…era Ok, che voleva che lui fugisse da quella gabbia. Ma la natura splendida della foresta era ingannevole, e Teris solo con l´aiuto del maestro si era spinto nel mondo ostile che lo circondava. Tutto combaciava, ma tutto questo dove lo portava? A cose che sapeva già. Perché i sogni devono essere sempre così complicati…

Agon si svegliò di malavoglia. Aveva fatto una dormita lucida e conciliante, una di quelle che saziano la mente da tutti i dubbi. La prima immagine dopo il risveglio fu il mago che gli sbraitava contro di svegliarsi. Gettandogli con gli occhi semichiusi tutte le imprecazioni che conosceva, si alzò e si stiracchiò sbattendo violentemente conto il ghiaccio.

Il fuoco soffocato dalla cenere sembrava voler continuare ad ardere, ma ormai non c´era più combustibile che glilo permettesse. Herdon si era alzato per primo, o almeno così credeva: appena alzatosi dalla nicchia aveva visto la sagoma di Teris posta sull´uscio del loro rifugio. Quindi aveva raccolto le sue armi e si era unito a lui per guardare il vento che avrebbero dovuto affrontare.

L´ultimo tratto dell´Interof, che si alzava dando origine al Nauva, era tempestato dal vento che sbattendo contro la parete di ghiaccio provocava valanghe e scosse travolgenti. Quella giornatasarebbe stata una delle più improbababili della loro vita. I viaggiatori si misero in cammino alle luci dell´alba già arrivata, ma poco speranzosa. Era da ventinove ore che si trovavano in quella situazione e non avevano ancor la minima idea di come uscirne. Ma non potevano rimanere fermi.

I soldati si vestirono di quel poco che si erano tolti per la notte, ovvero la cotta di maglia e le armi, mentre per il mago avevano procurato una corda che fungesse da manette per tenerlo a bada. Una volta vestiti e dopo aver fatto una breve sosta per la colazione, un altro dei problemi era infatti il cibo ( sarebbe bastato o no?), si gettarono nuovamente in quell´ambiente ostile che li imprigionava. Il vento, questa volta, sembrava essere più violento, e la neve aveva un aspetto terrificante in quanto tratteneva al suolo le calzature dei viaggiatori. Sembrava di camminare in una corrente marina velocissima e imperterrita che li respingeva a ogni passo. E infatti ogni volta che avanzavano il vento li sbilanciava e cadevano più indietro di prima. Cadere sarebbe stata la loro fine, poco più in la, poiché la neve avvolgente non avrebbe permesso loro di rialzarsi e di proseguire. Perciò dovevano procedere compatti, uniti, anche se così si rallentavano. Dopo qualche decina di mil glia, ecco che i quattro viaggiatori raggiungono la parete di roccia che innalzava Nauva. Ma non fu un lieto fine. La parete che si trovavano davanti era perfettemente verticale. Il vento si infrangeva contro di essa violentemente, formando strati e strati di neve che cadevano e la facevano avanzare. -Possiamo tentare di risalire lungo la neve fresca!-gridò Herdon con un vento aggressivo che gli fischiava nelle orcchie. -Non credo che sia una buona idea. Potremmo sprofondare e non essere più recuperabili.-allertò Teris i comagni.

Agon gli si avvicinò, mormorandogli:-E´ la nostra unica via di salvezza. Se non seguiamo il consilio di Herdon non potremo proseguire.

-Moriremo tutti.

-Meglio morire tentando, non credi?

Teris rimase a riflettere. Poi annuì ma prima degli altri sarebbe andato lui, a saggiare il terreno e a controllare che tutto andasse alla perfezione. Rimanere incastrati nella neve fresca? Teris ne sapeva decisamente di più, per la recente e terrificante esperienza. I compagni lo assecondarono e lo lasciarono procedere.

Il ragazzo avanzò con insicurezza, ma allo stesso tempo consapevole di ciò che stava facendo. Provare o morire. Bhe, in fondo morire non era poi un alternativa così maligna, nella sua situazione.

Giunto ai piedi dela passaggio, alzò il primo piede molto cauto, verificando con sollievo che era terreno compatto. Questo per i primi tre passi. Si basava su un metodo che gli aveva insegnato Alipsis, cioè quello di tastare il terreno per individuare quello malfermo e quindi insicuro e il terreno più duro e capace di sostenere un corpo umano. Prima provava con poca forza il terreno, poi aumentava gradualmente la spinta del piede per verificare la resistenza del suolo.

Il quarto passo fu meno fortunato. Il piede sprofondò nella neve fresca intrappolando il corpo del ragazzo. -Teris!- gridò Herdon spaventato.

-No! Stai fermo…-tentò Teris di ammansire Agon, che era corso in suo aiuto, sempre in quella morsa che lo risucchiava. Cauto, estrasse dal ghiaccio la gamba sprofondata. Una volta salvo, Teris valutò che quel metodo non era efficace. Ricorse quindi alla soluzione classica. Raccolse dal suo zaino la borraccia per l´acqua, e cominciò a saggiare il terreno con lo strumento, senza rischiare di persona.

Il metodo fu più rapido del primo, e in qualche minuto Teris raggiunse la cima del pendìo. Guardò intorno. Ciò che lo circondava era un deserto di ghiaccio e neve e sassi che niente disturbava. Sicuramente più accogliente del primo. Si liberò dallo zaino che prima fungeva da zavorra contro le correnti di vento e si sporse dalla parete verticale. Il vento sembrava come un pennello che tracciava un percorso tortuoso e ondeggiante.

Con un cenno della mano, Teris diede via libera. Agon e Herdon, preceduti dal prigioniero, chiudevano la fila. Il gruppo seguiva alla perfezione il tragitto compiuto da Teris.

Nel giro di mezz´ora, tutti quanti, senza ulteriori incidenti, erano vivi e vegeti sulla sponda della parete.

-Che posto tranquillo!- esclamò Herdon meravigliato. Ma non tutti erano della sua opinione. Quel luogo silenzioso celava qualcosa di spaventoso dietro all´incomparabile tranquillità. A dare una prova di questo suo lato inquietante era la Nebbia, che esercitava ancora il suo potere che colpiva persino gli Invulnerabili (ossia gli Heuret o i Generali).

I quattro lasciarono l´indispensabile a terra per un giro di ricognizione: alleggeriti, avrebbero più facilmente attraversato ed esplorato quel sito sconosciuto, Nauva.

Cominciarono a percorrere un tragitto che avrebbero ripetuto con le provviste. Agon aveva il compito di segnalare eventuali punti di riferimento, come massi enormi o ramoscelli secchi, o anche dune o crepacci, ovvero tutto quello di anormale che poteva fungere da mezzo di orientamento. Teris teneva stretto il prigioniero, marcandolo con attenzione. Herdon procedeva innanzi a tutti, deciso a scegliere la direzione.

Una prima duna sembro incutere soggezione a loro, e decisero di girarne alla larga, per evitare sorprese di cattivo gusto. Quindi proseguirono per aggirare lo Jeur. -Cerchiamo di non avvicinarci troppo allo strapiombo. Non si sa mai.-allertò Teris i suoi compagni e lo stesso prigioniero.

-Tu preoccupati di tenere il prigioniero.-lo calmò Herdon:-E´ per lui che ci troviamo qui.

Il viaggiò proseguì facilmente, ma ad un certo punto gon si fermò. Poco dopo, Herdon si voltò.-Bhe? Hai avuto un miraggio? Niente di strano in queste circostanze.

Agon lo fissò con paura:-Magari. Osserva aldilà della duna.

Herdon esitò per farlo, confuso dall´atteggiamento dell´amico. Anche Teris si avvicinò, curioso. Quello che videro li attirò come un topo viene attratto da una trappola tesa. Davanti a loro, nascosto dalle dune di ghiaccio, si mostrava un accampamento abbandonato dall´aria paurosa. I tre soldati si addentrarono nel campo. Era piccolo, sufficiente per dare alloggio a tre uomini. Il fuoco non ardeva più, ma un leggero filo di fumo si alzava nell´aria. Nessuno dei tre ragazzi avrebbe potuto definire con precisione la razza di coloro che avevano allestito le strutture, ma potevano decisamente valutare che non potevano essere troppo lontani. Di conseguenza, questo li portava a pensare a un altro fattore.

-Le provviste!-gridò Agon.

I quattro si precipitarono al luogo dove avevano lasciato incustodito il minimo indispensabile. In preda al panico, scavalcavano dune e scivolavano, cadevano in fretta e furia spaventati dalle presenze che li circondavano.

Giunti al luogo, si fermarono appena sentirono un gelido sussurro. I cuori di ciascuno di loro si fermarono. Quel sussurro…quel sussurro ipnotizzante…

Ux. Due Ux stavano rovistando fra i loro bagagli. Non trovavano nulla di interessante nei sacchi di herdon e Agon, né in quello di Teris.

Ma non sembravano essere preoccupati di altre creature. Laceravano i loro abiti e divoravano il loro cibo con sicurezza. Su cosa potevano contare, quei due sprovveduti? Fu la domanda che si posero tutti i soldati, fissandosi.

Gli Ux terminarono in breve tempo il loro lavoro, dopodichè se ne andarono, saziati dalla fame e dalla distruzione. Appena furono lontani, ma ancora visibili, i quattro Ijtosiani ripresero il discorso. -Cosa facciamo?-domandò Agon terrorizzato.

-Senza provviste possiamo fare ben poco. Non ci resta che una soluzione.-rispose teso Agon:-attaccarli.

Teris sembrava essere diventato di ghiaccio. Quel fiebile sussurro degli Ux…quel gelido urlo perso nel loro volto deforme…lo aveva quasi stordito. Si era perso in quel suono cullante e terrificante che molti cadaveri dovevano avere sentito nel momento di morte.

-No, possono contare su altri alleati. Non credete che avrebbero avuto terrore nel vedere che c´era qualcun altro? Lo stesso terrore che abbiamo avuto noi?

-E allora cosa proponi, Herdon?- rispose Agon in tono arrogante.

Teris si riprese un attimo dal suo stato di trance.-Seguiamoli.

-Tu sei uscito di senno! Quelli ci aprono la pancia se ci scoprono!-esclamò Herdon col terrore che gli scivolava da una parte all´altra del corpo.

-No, invece-lo contraddì Agon :-Se seguiamo le loro orme, non rischieremo. Non tira un filo di vento, sono ben pieni di roba. Li rintracceremo con facilità.

Herdon acconsentì di malavoglia, sempre convinto che si stavano dirigendo verso la tana del lupo.

Si misero in marcia immediatamente, senza badare più al prigioniero.

Le orme proseguivano in coppia, e da esse il gruppo potè facilmente rendersi conto di ciò che avevano fatto le loro prede pochi minuti prima.

Raggiunsero infine un punto dove le orme svanivano. Agon alzò gli occhi. Sopra di loro si ergeva l´imponente Jeur, torreggiante come sempre.

La parete non era ripida come quella fra Interof e Nauva, anzi con molti appigli e numerosi punti di aggrappo. I tre soldati si fissarono negli occhi, incontrando sguardi indecisi sul da farsi. Ma tutti sapevano cosa avrebbero dovuto fare. Cominciarono a scalare la ripida pendenza.

Fu abbastanza difficile la scalata, perché molti degli appigli non erano solidi e si rompevano sbilanciando gli imprudenti alpinisti.

Impiegarono qualche mezz´ ora nella completa scalata del versante, raggiungendo la cima e ritrovandosi uno spettacolo poco rassicurante.

Un accampamento di Ux. Un maledettissimo accampamento di quelle spregevoli creature.

-Ora siamo morti.- disse Herdon con il tono di chi ha poche speranze.

Tutti e quattro i combattenti scivolarono da una duna all´altra senza farsi vedere dai fabbri che, comandati dalla frusta di un capitano, facevano stridere le loro armi contro gli incudini. Avevano contato quattro capanne e ventisei Ux, un numero decisamente troppo alto per le loro capacità.

Eppure Alipsis era quello che aveva ordinato: andare in cima allo Jeur per rilasciare il detenuto. Alipsis sapeva che lì c´erano gli Ux, come sapeva benissimo come fare per liberarsi del mago e di alcuni “elementi d´intralcio” che gli aveva suggerito lo sgherro di Saturnian. L´esito di quella missione era ormai impresso nella faccia di tutti, con una smorfia di disprezzo contro la propria patria: li avevano mandati a farsi ammazzare.

A ogni stridere del martello contro le pietre la ferita che si era aperta nella loro mente si ampliava, quasi li costringesse a pensare al tradimento della patria.

Agon sembrava soffrire ancor più di tutti gli altri: era sprofondato nella neve, con gli occhi sgranati dalla paura di non avere dove rifugiarsi. Herdon prendeva a calci un rametto fino a sradicarlo, per mettersi a calciarne un altro. Teris era impassibile appoggiato a un masso di grandi dimensioni, sapendo di trovarsi in quella situazione da molto più tempo di loro. Il mago se ne stava in disparte, meditabondo: lui era quello che doveva morire, quindi non faceva caso ai piagnucolii dei soldati. O almeno questo finchè non glie lo permise l´ira che si era creata dentro di lui.

-Basta.-. con questa parola tutti si fermarono e fissarono il mago, che li fissava con severità. -Non possiamo rimanere qui a piangere come dei barboni: se dovete portare a termine una missione, terminatela. La vostra città vi ha tradito? Bhe, noi non lo faremo con lei. Volete morire da eroi traditi, o da traditori di una patria indegna?

Con queste parole i tre ragazzi, abbattuti com´erano, si rialzarono e non obiettarono. Herdon, pur essendo solitamente polemico, accettò silenzioso la proposta.

Fu una delle poche scene dove fu un prigioniero a dare ordine ai soldati di farlo ammazzare. Ma non fu solo merito dei soldati, se avevano accettato con entusiasmo un ordine così poco rassicurante: la magia aveva un potere persuasivo contro le menti deboli dei diciassettenni.

I quattro dispersi si misero immediatamente all´opera: l´ordine a loro dato era semplice: “Il mago verrà portato fino al picco di Jeur, che non è ancora invaso dalla nebbia. Lì gli Ux lo riscatteranno”.Pur essendo moralmente molto motivati, i tre ragazzi non sarebbero riusciti a entrare nell´accampamento solo per fare un trattato di pace con gli Ux tramite la loro merce di scambio. Decisero quindi di attaccare l´accampamento. Si sarebbero serviti di spade e pietre con fionde ricavate da rametti e garze elastiche. Superare le ronde sarebbe stato facile: avrebbero attirato le due sentinelle da parti opposte, di notte, sgozzandole da dietro le spalle. Il piano sarebbe stato elaborato da Agon e Teris, mentre Herdon, con l´aiuto del mago, provocavano frane per impedire a eventuali avanguardie a risalire verso l´accampamento. Appena terminata questa operazione, il prigioniero e lo Ijtosiano si avvicinarono agli elaboratori, che erano in discussione sull´uccidere le gua rdie o solamente stordirle e gettandogli le armi nel fosso.

Dopo lunghe ore di pianificazione terminarono un piano complicato e dettagliato dove ogni mossa doveva essere giustificata. Quattro capanne erano disposte a semicerchio di fronte al focolare. Le sentinelle se ne stavano davanti al fuoco e ai lati delle capanne, con armi pesanti e balestre ad alta precisione già incoccate. Teris e Herdon si sarebbero appostati dietro a grossi pietroni che li nascondevano alla vista acuta degli Ux sentinella, dopodichè Herdon sarebbe sgattaiolato, rigorosamente facendosi vedere, dalla parte opposta alle ronde, nascondendosi in un cespuglio. Una delle guardie sarebbe andata a controllare. Herdon, con l´avvicinarsi della ronda, sarebbe indietreggiato, facendo avanzare l´Ux fino a portarlo nell´oscurità. Qui l´avrebbe ucciso definitivamente. Le altre ronde si sarebbero insospettite mandando due uomini anziché uno a uccidere la creatura, questa volta dotate di torce. E ora sarebbe stato il turno di Agon, che insieme a Herdon avrebbe fatto sbila nciare uno degli Ux bruciandolo con la sua stessa torcia; avrebbero ripetuto la manovra una seconda volta con il suo compagno. Le guardie ancora di ronda sarebbero avanzate leggermente per vederci chiaro, e Teris, se l´avessero superato senza notarlo, li avrebbe sgozzati con un pugnale molto silenziosamente. Da quel punto in poi il ragazzo avrebbe ammanettato il prigioniero e sarebbe entrato nel villaggio. Lì sarebbe sgattaiolato per nascondersi nella neve insieme al mago.

Intanto Agon e Herdon avrebbero dovuto neutralizzare le guardie retrostanti, lanciandole nel vuoto. Non si sarebbero fatti scrupoli. Una volta terminata questa sanguinosa operazione avrebbero dovuto dare il segnale a Teris con il riflesso della spada. A quel punto, gli Ux si sarebbero trovati disarmati: una volta uccisi tutti e dieci i combattenti, rimanevano solo che dei fabbri e altri innocui Ux guaritori. In questa situazione, l´accampamento si sarebbe trovato in una situazione dove l´unica soluzione era negoziare: il trattato sarebbe stato semplice: la pace e viveri per il mago. Non erano certi che gli Ux rispettassero i patti, ma se non li avessero rispettati, avrebbero deciso di attaccare Ijtos senza aspettare che fosse un povero mago a dargliene l´occasione. Era un piano perfetto, e se tutto fosse filato liscio, probabilemente si sarebbero salvati dalla morte…con un po´ di fortuna.

Teris si era appostato dietro al masso, seguendo l´esempio di Herdon. Era da quattro ore che aspettavano la notte fonda, il momento giusto per attaccare. Ora erano preparati, talmente sicuri di sé stessi che solo la loro forza morale avrebbe potuto ammazzare quei quattro maledettissimi Ux. Erano determinati.

Herdon fece la prima mossa: scivolò nell´ombra, lasciando traccie profonde per farsi notare. Uno degli Ux si turbò da questa presenza, come previsto, e andò a controllare se fosse stato un animale notturno oppure uno sporco Ijtosiano. Teris si appiatti al masso calandosi il manto nero sul capo. L´Ux esitò ad andare avanti nell´oscurità, ma avvertendo altri fruscii si spinse deciso più in là.

Herdon si stava rotolando nella neve, circondato dal buio. Uno degli Ux lo aveva seguito e non poteva essere più contento di così. Poi smise di rotolare. L´Ux si fermò cn un piede in aria. Con una torsione del corpo Herdon si raddrizzò, sguainò l´ascia da combattimento e prese nel collo l´Ux, ancora troppo stanco per poter reagire. La sua teta rotolò nella neve comparendo ai piedi di due suoi compagni d´arme. Le sentinelle si guardarono negli occhi, impressionati. Poi afferrarono due delle torcie e si avviarono con passo di marcia verso la minaccia nell´oscurità. Continuarono nel loro ritmo perpetuo finchè le loro luci non furono che due piccoli luci nel manto nero della notte. Agon non intugiò. Afferrò la torcia (l´Ux non se la fece strappare, pronto a tutto) e la spinse contro il volto della sentinella, che morì in una decina di secondi. Herdon procedette diversamente: spinse la ronda contro il suolo, facendo soffocare la fiaccola nell neve, e poi lo uccise s ferrandogli l´ascia fra le scapole. Infine, entrambi si dileguarono, ora impegnati in un nuovo compito.

Gli ultimi due soldati rimasti al posto di guardia si insospettirono sempre di più non vedendo tornare i compagni; fecero qualche passo in avanti, il minimo indispensabile per morire. Teris era già aldilà di loro quando li trapassò con due pugnali, uno in testa e uno nel polmone sinistro.

Poi richiamò il mago ed entrò guardingo e riluttante nell´accampamento.

Herdon e Agon si erano avvicinati alle guardie retrostanti, che avevano il compito di badare alle capanne e alla protezione di tutti coloro che vi erano all´interno. Erano cinque: uno aveva una benda grigia in testa e il viso deformato, forse da un colpo di spada o da una caduta, uno di loro era, al contrario, robusto e intatto, forse quello con cui avrebbero avuto le maggiori difficoltà. Infine c´erano tre Ux completamente normali, assonnati, ma uno di loro aveva un´arma che avrebbero dovuto eliminare immediatamente. Ora, gli si presentava davanti una situazione più complicata del solito: erano cinque, non facevano i turni e non vi erano fonti di luce su cui fare affidamento. Lo Ijtosiano fissò riluttante Agon, che si teneva la mano a cingere la bocca in un momento di riflessione. Infine, Agon affermò il piano B: gettarsi in combattimento. Era l´unica alternativa.

Herdon sembrò turbato dall´idea, ma avrebbe lasciato il bestione a agon gettandosi sui più facili.

Cominciarono con l´aggredirli inaspettatamente, senza urli e grida.

Agon puntò sull´Ux più potente, sferrando un colpo da sopra che venne sfiorato per poco: poi cominciò il duello. Agon passò dalla situazione offensiva a quella difensiva indietreggiando ai colpi veloci e ben dosati del macigno, avanzo sgattaio0lando dalla parte opposta e cominciò a dare colpi veloci e rapidi, per atterrarlo o stancarlo. Infine provo un affronto, che venne deviato con molta facilità: un colpo del macigno lanciò Agon di lato, a terra.

Si rialzò subito, poi provò con un colpo da sinistra, anche quello deviato. Tutto si fermò intorno a lui…il macigno stava per sferrare un colpo non letale, ma se se lo fosse lasciato passare lo avrebbe certo ucciso. Si protesse da quel colpo pesante, e prese ad avanzare spingendo davanti a sé l´avversario, poi, una volta stanco, si accasciò a terra. Il nemico gli si gettò contro di peso con la spada impugnata sopra il capo. Agon puntò le gambe contro il corpo del nemico, che volò nel vuoto una volta perso l´equilibrio.

Herdon intanto aveva fatto fuori immediatamente il deformato, abbassandogli la benda negli occhi e colpendolo nel torace, puntando sugli altri: in primo luogo infilzò l´ascia nel corno, procurando una ferita alla gamba del suo possessore, di seguito trapassò uno degli altri, mentre il terzo si dimostrò più pronto. Sferrò un colpo dall`alto contro di esso, facendogli perdere l´equilibrio e facendolo cadere. Poi lo uccise con un colpo nella milza. Stava tornando l´alba. L´alba della vittoria. Agon uccise l´ultimo ferito e alzò a spada per dare il segnale a Teris, che ormai si era congelato nella neve.

Il ragazzo e il soldato si alzarono. Avavano vinto. E potevano ritornare a Ijtos. Agon e Herdon si avvicinarono a Teris stringendogli la mano.

Improvvisamente un boato li fece raggelare. Tutti quanti i vittoriosi si voltarono, sguainando la spada dal fodero e assumendo una posa preparata. In lontananza, ma con una velocità impressionante, l´esercito di reduci di Ternatius stava facendo ritorno all´accampamento. Li avevano già avvistati, e avrebbero certo avuto modo di vendicare la loro sconfitta su di loro. -Presto, scappate!-gridò Teris scostando il cappuccio nero dalla testa. Facile a dirsi, ma lo Jeur era un minuscolo altopiano che a malapena poteva dare rifugio a un esercito. Agon corse verso uno sperone di ghiaccio, ma si fermò sull´orlo del vuoto, guardando un pezzo di ghiaccio sbriciolarsi. L´esercito li aveva quasi raggiuni, con il suo ritmo rapido e perpetuo, imprigionandoli sul vuoto. Gli Ux stavano procedendo con cautela contro di loro.

Poi si sentì un sottile creparsi, un brusio indefinito che , con l´avanzare degli Ux si fece più concreto. I quattro soldati di Ijtos, con la spada sguainata, videro una sottile crepa dileguarsi nel ghiaccio a una velocità sempre più preoccupante.

-Il ghiaccio cedeee!-fu un urlo disperso di Agon. Troppo tardi.

Teris, Herdon, Agon e il prigioniero precipitarono nel vuoto inglobati dalla nebbia oscura.

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